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Da Chiorino a ‘O Pazz: Cinque Forchette tra politica e camorra

La società con esponenti di Fratelli d’Italia e la famiglia Caroccia, le condanne definitive e l’uscita lampo dei soci: tutti i nodi di una vicenda che intreccia affari e clan

Da Chiorino a ‘O Pazz: il filo delle Cinque Forchette tra politica e camorra

L'assessora regionale Elena Chiorino

Un indirizzo nel quadrante sud-est di Roma, via Tuscolana 452, diventa il punto di convergenza di una vicenda che intreccia politica, affari e un passato giudiziario pesante. È qui che si incrociano le attività riconducibili all’imprenditore Mauro Caroccia, oggi detenuto dopo una condanna definitiva per reati aggravati dall’agevolazione mafiosa, e una società che fino a poche settimane fa vedeva tra i soci esponenti di primo piano di Fratelli d’Italia.

Tra questi il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, la vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino, il segretario provinciale e assessore comunale Cristiano Franceschini e il consigliere regionale Davide Eugenio Zappalà. Tutti coinvolti, insieme all’impiegata Donatella Pelle, nella compagine della “Le Cinque Forchette srl”, costituita a Biella il 16 dicembre 2024 con un capitale sociale di 10mila euro.

La società aveva come amministratrice unica Miriam Caroccia, figlia dell’imprenditore, titolare del 50% delle quote, mentre le restanti partecipazioni erano distribuite tra i soci politici. Una struttura che, almeno formalmente, legava mondi molto diversi, ma che oggi viene riletta alla luce della posizione giudiziaria del padre.

Mauro Caroccia si trova infatti in carcere dopo la condanna definitiva a quattro anni per intestazione fittizia aggravata dal favoreggiamento mafioso. Il suo nome, però, non emerge solo nelle sentenze più recenti: da oltre quindici anni compare negli atti della procura di Roma, spesso in relazione al clan guidato da Michele Senese, detto ‘O Pazz, figura storica della criminalità organizzata capitolina.

Un sistema criminale, quello dei Senese, che secondo gli inquirenti ha mantenuto nel tempo una struttura fortemente familiare e una gestione diretta degli affari, anche dal carcere. Gli ordini, ricostruiscono le indagini, potevano viaggiare attraverso metodi rudimentali ma efficaci, come lo scambio di scarpe durante i colloqui con i parenti, all’interno delle quali venivano nascosti messaggi scritti.

È in questo contesto che si collocano i rapporti con la famiglia Caroccia. A ricostruirli è lo stesso Mauro Carocciadurante un interrogatorio, raccontando di legami personali che affondano nel tempo. Il fratello Daniele Caroccia frequentava fin da giovane il figlio del boss ed era stato legato sentimentalmente a Santina Senese, figlia di Michele. Sarebbe stato proprio lui, prima dell’interruzione dei rapporti, a introdurre la famiglia nei circuiti relazionali del clan.

Secondo l’impostazione accusatoria, da questi rapporti si sarebbe sviluppato un sistema articolato di intestazioni fittizie finalizzate a schermare la reale titolarità delle attività economiche e a facilitare operazioni di riciclaggio. Al centro del meccanismo il ristorante “Da Baffo”, da cui si diramano nel tempo altre attività come “Da Baffo 2” e la “Baffo 2 Fish srl”, utilizzate — secondo gli inquirenti — per reinvestire capitali di provenienza illecita.

Negli atti si sottolinea come la famiglia Senese investisse ingenti disponibilità economiche in attività gestite da imprenditori di fiducia, tra cui viene indicato anche Mauro Caroccia. Quest’ultimo ha sempre negato un coinvolgimento consapevole, sostenendo di aver cercato di tenere le distanze e di aver subito pressioni, spiegando di non aver voluto determinate presenze ma di averle tollerate per timore di ritorsioni.

Nel luglio 2020 l’indagine “Affari di famiglia” segna un passaggio decisivo: la Direzione distrettuale antimafia contesta un sistema economico legato al clan Senese, tra riciclaggio, usura e intestazioni fittizie. Scattano arresti e sequestri, e tra gli indagati figura anche Caroccia. Nel 2022 arrivano le condanne di primo grado. Un successivo passaggio in appello, nel febbraio 2023, porta all’assoluzione di Michele Senese e alla caduta dell’aggravante mafiosa, ma la Corte di Cassazione interviene annullando quelle decisioni. Il 15 gennaio 2025 l’appello bis conferma l’impianto accusatorio originario. Il 18 febbraio scorso le condanne diventano definitive.

Nel frattempo, però, sul piano societario si susseguono movimenti rapidi. Il 24 novembre Andrea Delmastro cede la propria quota del 25% alla G&G Srl, società a lui riconducibile. Il 27 febbraio la stessa quota passa a Donatella Pelle. Infine, il 5 marzo, tutti i soci escono contemporaneamente dalla “Le Cinque Forchette srl”, lasciando l’intero capitale nelle mani di Miriam Caroccia, che a vent’anni diventa unica proprietaria.

Una sequenza di passaggi concentrata in pochi mesi e temporalmente sovrapposta alla definizione definitiva del procedimento giudiziario, elemento che contribuisce ad alimentare interrogativi sul piano politico.

Del Mastro

Sulla vicenda, i protagonisti scelgono in gran parte il silenzio. Andrea Delmastro interviene pubblicamente rivendicando il proprio impegno antimafia e spiegando di aver preso parte a una società con una giovane incensurata, decidendo di uscirne non appena chiarito il contesto familiare, per ragioni di rigore etico.

Una posizione condivisa anche da Elena Chiorino, Davide Eugenio Zappalà e Cristiano Franceschini, che parlano di una decisione immediata, assunta per rispetto della legalità e per evitare qualsiasi zona d’ombra.

Le opposizioni, però, chiedono chiarimenti. Debora Serracchiani (Pd) solleva dubbi sulla consapevolezza dei rapporti e sull’opportunità istituzionale di tali legami, chiedendo risposte al ministro Carlo Nordio e alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Dal Movimento 5 Stelle arriva l’annuncio di un’iniziativa in Commissione Antimafia per acquisire gli atti, mentre Marco Grimaldi (Avs) invita a non sottovalutare la gravità dei fatti qualora venissero confermati.

La vicenda resta aperta sul piano politico, mentre l’intreccio tra relazioni personali, attività economiche e passaggi societari continua a sollevare interrogativi destinati a pesare nel dibattito pubblico.

'O pazz

A Roma, per anni, il nome di Michele Senese ha circolato sottotraccia, come succede alle cose che tutti sanno ma pochi dicono ad alta voce. Non servivano sentenze per capire chi fosse: bastavano i racconti nei bar, le carte giudiziarie che si accumulavano, e quella presenza costante — mai esibita, ma percepita — nei quartieri dove gli equilibri contano più delle leggi.

Arrivato dalla Campania negli anni Ottanta, ‘O Pazz — così lo chiamano — non si limita a esportare la camorra a Roma. Fa qualcosa di più sottile: la adatta. La innesta in una città dove la criminalità è storicamente frammentata, costruendo nel tempo una rete che non ha bisogno di occupare militarmente il territorio per controllarlo. Basta farsi riconoscere. E, soprattutto, farsi temere.

Il cosiddetto clan Senese cresce così, lentamente, senza il clamore delle grandi guerre di mafia. Una struttura familiare, compatta, impermeabile. Fratelli, figli, persone di fiducia. Un modello antico, quasi artigianale, che però si dimostra straordinariamente efficace. Perché a Roma, più che comandare con le armi, spesso conviene farlo con le relazioni.

E le relazioni sono il vero capitale del gruppo.

Negli anni, gli inquirenti iniziano a delineare un sistema che non si limita al traffico di droga — pure centrale — ma si estende all’usura, alle estorsioni, al controllo indiretto di attività economiche. Non è solo criminalità, è gestione del potere. Un potere che si infiltra nelle pieghe della città, nei locali, nelle società, nei passaggi di proprietà che sembrano normali fino a quando qualcuno non li guarda da vicino.

Il punto non è solo cosa fanno, ma come lo fanno.

Il clan Senese non ha bisogno di esporsi. Funziona per interposta persona, attraverso prestanome, imprenditori “vicini”, figure che formalmente non hanno nulla a che fare con la criminalità ma che, nelle ricostruzioni investigative, diventano parte di un meccanismo più ampio. Un’economia parallela, capace di assorbire capitali di provenienza illecita e rimetterli in circolo sotto forma di attività perfettamente legali.

È qui che Roma diventa terreno ideale. Una città grande, dispersiva, dove i flussi economici sono continui e difficili da tracciare. Dove la linea tra lecito e illecito, a volte, si fa sottile.

Anche quando Michele Senese finisce in carcere, il sistema non si ferma. Le indagini raccontano di una capacità di gestione a distanza, fatta di messaggi indiretti, contatti familiari, comunicazioni che sfuggono ai canali ufficiali. Un modello che ricorda quello delle organizzazioni mafiose più tradizionali, dove il capo resta tale anche dietro le sbarre.

Nel tempo, il clan costruisce e mantiene rapporti con altre realtà criminali: pezzi della vecchia Banda della Magliana, gruppi romani, ambienti camorristici. Non alleanze stabili nel senso classico, ma equilibri. Mediazioni. Una funzione quasi da “cerniera” tra mondi diversi, che contribuisce a evitare conflitti aperti e a garantire continuità agli affari.

Per anni, però, tutto questo resta in una zona grigia. Si parla di criminalità organizzata, di camorra, ma il riconoscimento formale del metodo mafioso fatica ad arrivare. È solo recentemente che la giustizia mette un punto chiaro: il clan Senese è mafia.

Una definizione che cambia il peso delle cose. Perché certifica ciò che nelle indagini era già emerso: un’organizzazione capace di intimidire, di condizionare, di creare assoggettamento. Non solo reati, ma sistema.

Eppure, anche dopo le sentenze, la sensazione è che il fenomeno sia più ampio delle singole vicende giudiziarie. Perché il vero punto non è solo il clan in sé, ma il contesto in cui ha potuto crescere. Una città dove la criminalità si muove senza bisogno di fare rumore, dove il potere può essere esercitato senza mostrarsi.

Il nome Senese, a Roma, continua a evocare questo: una presenza che non ha bisogno di essere visibile per essere riconosciuta. Una struttura che, nel tempo, ha imparato a stare dentro il sistema senza apparire mai davvero fuori da esso.

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