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In Italia aumentano i numeri della demenza: 1,4 milioni di malati e un futuro che spaventa

Siglato un protocollo nazionale per la prevenzione: fino al 45% dei casi evitabili. Ma il tempo per intervenire si sta riducendo

Demenza, la bomba silenziosa: in Italia 1,4 milioni di malati e un futuro che spaventa

Demenza, la bomba silenziosa: in Italia 1,4 milioni di malati e un futuro che spaventa

C’è una malattia che cresce in silenzio, senza clamore, senza immagini forti nei telegiornali, ma con un impatto che rischia di travolgere famiglie, sistema sanitario ed economia. È la demenza, una delle grandi emergenze sanitarie del nostro tempo. E l’Italia, più di altri Paesi, si trova già nel pieno di questa sfida.

Oggi nel nostro Paese convivono con una forma di demenza oltre 1 milione e 400mila persone. Un numero già enorme, destinato però a crescere in modo significativo nei prossimi decenni. Secondo le stime di Alzheimer Europe, entro il 2050 i casi potrebbero aumentare del 54%, arrivando a sfiorare i 2,2 milioni.

Numeri che non raccontano solo una malattia, ma una trasformazione profonda della società. Perché la demenza non colpisce solo chi ne è affetto: coinvolge famiglie, caregiver, servizi sociali, strutture sanitarie. È una condizione che richiede assistenza continua e che mette sotto pressione un sistema già fragile.

Non è un caso che il tema sia arrivato fino al Senato, dove, in occasione della Settimana del cervello, è stato siglato un protocollo d’intesa nazionale tra la Società italiana di neurologia (Sin), la Croce Rossa italiana e la Fondazione Aletheia. L’obiettivo è ambizioso: portare la prevenzione neurologica allo stesso livello di quella oncologica e cardiovascolare, settori in cui negli ultimi anni sono stati fatti passi importanti. Il punto di partenza è chiaro: la demenza non è solo una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento. Una parte significativa dei casi può essere prevenuta.

Secondo le evidenze scientifiche, intervenire su alcuni fattori di rischio potrebbe ridurre l’incidenza fino al 45%. Una percentuale che cambia completamente la prospettiva, trasformando la demenza da destino in parte evitabile a problema su cui è possibile agire.

I fattori in gioco sono noti, ma spesso sottovalutati: ipertensione, diabete, obesità, sedentarietà, fumo, ma anche elementi meno immediati come la perdita dell’udito non trattata, l’isolamento sociale e persino l’inquinamento ambientale.

È una lista che racconta qualcosa di più di una malattia. Racconta uno stile di vita. E qui emerge uno dei nodi più delicati: la prevenzione non si gioca solo negli ambulatori, ma nella quotidianità. Nelle abitudini, nell’alimentazione, nei comportamenti che si consolidano fin dall’infanzia.

Proprio l’alimentazione rappresenta uno degli aspetti più critici. Sempre più studi evidenziano il legame tra dieta e salute del cervello. Il cosiddetto “secondo cervello”, l’apparato digerente, è in costante comunicazione con quello centrale. Una connessione che rende evidente quanto le scelte alimentari possano influire sul rischio di sviluppare patologie neurologiche.

Il problema è che, soprattutto tra i più giovani, le abitudini stanno cambiando rapidamente. Una quota sempre più alta di calorie proviene da alimenti ultraprocessati, poveri di nutrienti e ricchi di sostanze che possono avere effetti negativi a lungo termine. È una trasformazione silenziosa, ma profonda, che potrebbe avere conseguenze negli anni a venire. Se si mangia male da giovani, il conto si paga da adulti.

La prevenzione, dunque, non può limitarsi a campagne informative occasionali. Deve diventare una strategia strutturale, capace di coinvolgere scuole, famiglie, istituzioni. Ed è proprio questo il senso del protocollo siglato a Roma: costruire una rete nazionale che metta al centro la salute del cervello, con interventi coordinati e continuativi. Il coinvolgimento della Croce Rossa e di una fondazione come Aletheia indica la volontà di uscire dagli ambiti strettamente clinici per portare il tema nella società.

Non si tratta solo di curare, ma di prevenire. E soprattutto di farlo in modo diffuso. Anche le istituzioni stanno cercando di muoversi in questa direzione. Il Ministero della Salute ha destinato risorse specifiche al tema, con un fondo per l’Alzheimer da 34 milioni di euro e una quota significativa del Piano nazionale per la salute mentale dedicata proprio alla prevenzione.

Ma la sfida resta enorme.

Perché la demenza è una malattia complessa, che si sviluppa nel tempo e che spesso viene diagnosticata quando i sintomi sono già evidenti. Intervenire prima significa cambiare approccio: passare da una medicina che reagisce a una medicina che anticipa.E significa anche affrontare un altro problema, meno visibile ma altrettanto rilevante: lo stigma.

La demenza, ancora oggi, è spesso vissuta come qualcosa da nascondere, da non raccontare. Una condizione che isola non solo chi ne soffre, ma anche chi se ne prende cura. In questo senso, parlare di prevenzione significa anche cambiare la narrazione. Rendere la salute del cervello un tema quotidiano, come lo è diventata quella del cuore o dei tumori.

Il tempo, però, è un fattore decisivo. Ogni anno che passa senza interventi strutturali aumenta il numero di persone coinvolte, e con esso il peso sul sistema sanitario e sociale.

La prospettiva dei 2,2 milioni di casi entro il 2050 non è solo una previsione statistica. È uno scenario concreto, che richiede risposte altrettanto concrete. E forse la vera sfida sta proprio qui: riuscire a trasformare dati e allarmi in azioni. Perché la demenza non è un’emergenza improvvisa. È una crisi lenta, che avanza senza rumore. E proprio per questo rischia di essere sottovalutata. Fino a quando non diventa impossibile ignorarla.

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