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14 Marzo 2026 - 19:01
Disturbi alimentari, l’allarme dei medici: sempre più casi tra i giovanissimi
L’esordio può essere molto precoce, anche intorno agli 8 anni. Spesso però i primi segnali — isolamento sociale, cambi repentini d’umore, rapporto conflittuale con il cibo e con il proprio corpo — vengono sottovalutati da famiglie e insegnanti. Quando il disturbo viene riconosciuto, talvolta è già in fase avanzata. In Italia i disturbi del comportamento alimentare (Dca) rappresentano oggi una vera emergenza sanitaria: oltre 3 milioni di persone ne soffrono, un numero cresciuto in modo esponenziale negli ultimi vent’anni e probabilmente ancora sottostimato. Il fenomeno riguarda sempre più giovani: circa il 30% dei pazienti ha meno di 14 anni e si registrano diagnosi anche tra i bambini in età preadolescenziale. Non si tratta solo delle patologie più note — anoressia e bulimia — ma di un insieme sempre più ampio di disturbi della nutrizione e dell’alimentazione che coinvolgono dimensioni psicologiche, sociali e culturali.

Domani, 15 marzo, si celebra in tutta Italia la Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla, dedicata alla sensibilizzazione sui disturbi alimentari. In molte città sono previste iniziative di informazione, eventi pubblici, incontri con specialisti e campagne di prevenzione rivolte soprattutto a famiglie e scuole. Il messaggio degli esperti è chiaro: riconoscere i segnali precoci e chiedere aiuto il prima possibile può fare la differenza nel percorso di cura. La ricorrenza nasce nel 2012 per iniziativa di Stefano Tavilla, padre di Giulia, una ragazza morta a causa della bulimia proprio il 15 marzo. Da quell’esperienza personale, trasformata in impegno civile, è partita una mobilitazione nazionale che nel 2018 è stata ufficialmente riconosciuta dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. Il simbolo scelto è il fiocchetto lilla, colore nato dalla fusione di blu e rosso: una tonalità che richiama la complessità dei disturbi alimentari, patologie spesso invisibili all’esterno ma accompagnate da una profonda sofferenza interiore.
Negli ultimi anni il termine “codice lilla” è entrato anche nel linguaggio sanitario e indica un protocollo specifico di pronto soccorso adottato da molte strutture ospedaliere italiane per garantire un’accoglienza e una gestione adeguata dei pazienti con sospetti disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Secondo gli specialisti il fenomeno è in costante aumento, con un’accelerazione registrata soprattutto dopo la pandemia di Covid-19. «Abbiamo assistito a un vero boom di casi durante il periodo dei lockdown, con un incremento stimato tra il 30 e il 35%», spiega Laura Dalla Ragione, psichiatra e referente per i disturbi alimentari della Regione Umbria. L’isolamento sociale, la riduzione delle attività scolastiche e sportive e la pressione psicologica legata alla pandemia hanno rappresentato un potente fattore di rischio, soprattutto per i più giovani.
In Italia i disturbi alimentari rappresentano oggi una delle principali cause di mortalità tra le patologie psichiatriche, con conseguenze che possono colpire numerosi organi e sistemi del corpo, da quello cardiovascolare a quello endocrino, fino all’apparato gastrointestinale e neurologico. Nei casi più gravi possono portare alla morte. Per chi cerca aiuto è attivo il numero verde nazionale 800 180 969, servizio gratuito e anonimo gestito dalla rete SOS Disturbi alimentari, che offre ascolto e orientamento verso i centri specializzati.
Accanto ai disturbi più conosciuti stanno emergendo nuove forme di disagio alimentare, spesso meno note ma sempre più diffuse. Tra queste c’è l’Arfid (Avoidant Restrictive Food Intake Disorder), inserita nel 2013 nel manuale diagnostico degli psichiatri. Chi ne soffre tende a consumare una gamma estremamente limitata di alimenti, spesso per ragioni legate alla consistenza, al colore o all’odore del cibo. Il disturbo si manifesta soprattutto nell’infanzia e nell’adolescenza e, a differenza di altre patologie alimentari, colpisce in misura significativa anche i maschi. Sempre più segnalati anche altri disturbi come la diabulimia, che riguarda persone con diabete di tipo 1 che riducono o sospendono l’insulina per perdere peso; l’ortoressia, cioè l’ossessione per un’alimentazione considerata perfettamente sana, diffusa soprattutto nel mondo del fitness; la bigoressia o dismorfia muscolare, caratterizzata dalla percezione distorta di avere un corpo troppo poco muscoloso; e il binge eating disorder, il disturbo da alimentazione incontrollata, segnato da abbuffate ricorrenti senza comportamenti compensatori.
Per contrastare pregiudizi e disinformazione, il Ministero della Salute ha promosso una campagna nazionale di sensibilizzazione con lo slogan “Nessuno ti può giudicare. La vita non è un peso”, con l’obiettivo di ricordare che i disturbi alimentari non sono semplici problemi legati alla dieta o “capricci”, ma patologie complesse che richiedono interventi multidisciplinari e il coinvolgimento di psicologi, psichiatri, nutrizionisti e medici specialisti. Nonostante la crescente attenzione sul tema, resta aperta la questione dell’accesso alle cure. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, in Italia sono state censite 214 strutture tra centri di cura e associazioni dedicate ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione: 132 appartengono al Servizio sanitario nazionale, 32 al privato accreditato e 50 sono associazioni di supporto. La distribuzione sul territorio resta però disomogenea: 79 centri si trovano nel Nord Italia, 34 al Centro e 51 tra Sud e Isole. Un divario che continua a penalizzare molte famiglie, spesso costrette a spostarsi anche per centinaia di chilometri per accedere a percorsi terapeutici adeguati. Gli specialisti sottolineano che la rete dei servizi multidisciplinari rappresenta un passo avanti importante, ma l’offerta resta ancora troppo frammentata e disomogenea sul territorio nazionale. Per questo la Giornata del Fiocchetto Lilla non è soltanto un momento simbolico, ma anche un’occasione per richiamare l’attenzione delle istituzioni su una realtà che coinvolge milioni di persone e che richiede più prevenzione, più servizi e una maggiore consapevolezza sociale.
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