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14 Marzo 2026 - 16:11
Fra' Raffaele Tayem e il sindaco Claudio Castello
Per quattro giorni Chivasso ha accolto una voce che arriva direttamente da Betlemme, nel cuore della Terra Santa. Dal 7 al 10 marzo la città ha celebrato sessant’anni di gemellaggio religioso tra la Chiesa latina di Santa Caterina e il Santuario di Gesù Bambino nella frazione Betlemme, insieme ai dieci anni del gemellaggio civile tra le due municipalità.
A raccontare cosa significa oggi vivere e credere in quella terra segnata dalla guerra è stato fra’ Raffaele Tayem, francescano arabo–israeliano e parroco della Chiesa latina della città palestinese. Entrato in convento a 18 anni e formatosi alla Facoltà Teologica di Assisi, negli anni ha svolto il suo ministero tra Cana, Betlemme e Gerusalemme, lavorando soprattutto con i giovani cristiani della Terra Santa.
Il suo arrivo in Italia è avvenuto in un momento delicatissimo: è riuscito a lasciare la regione pochi giorni prima dell’escalation militare che ha portato ai bombardamenti in Iran e alla chiusura dello spazio aereo su Tel Aviv.
A Chivasso ha incontrato cittadini, studenti e fedeli, portando una testimonianza diretta della vita quotidiana a Betlemme. Tra gli appuntamenti anche il videomessaggio del sindaco della città palestinese, Maher Nicola Canawati.
Tra strette di mano, incontri pubblici e momenti di confronto, fra’ Raffaele ha raccontato la sua terra, le difficoltà dei cristiani che vivono in Medio Oriente e il ruolo della fede in un contesto segnato da conflitti e incertezze.
Anche noi lo abbiamo incontrato per una lunga conversazione.
Il gemellaggio tra la Betlemme palestinese e la frazione Betlemme di Chivasso dura da 60 anni. Da Betlemme come viene percepito questo legame con una piccola comunità italiana?
“Viene percepito soprattutto come fede, solidarietà e fraternità nel segno della pace, come un ponte concreto tra le due comunità. Due realtà diverse che scelgono di camminare insieme anche in contesti difficili, promuovendo valori di vicinanza e coesistenza. Allo stesso tempo questo legame rappresenta una solidarietà concreta, un patto che afferma: ‘la tua sofferenza mi riguarda e la tua speranza mi appartiene’, e testimonia che la comunità di Betlemme non è dimenticata e che il bene comune non si ferma ai confini geografici”.
Noi qui abbiamo notizie sulla guerra tramite giornali e televisioni. Lei invece la vive ogni giorno. Com’è la vita delle persone a Betlemme?
“Non la si può descrivere con una sola frase. A Betlemme molte persone vivono tra isolamento economico, ingiustizie, incertezze, restrizioni e una continua instabilità. Non si tratta soltanto di difficoltà pratiche, spesso è la dignità umana ad essere lesa. Le famiglie portano ancora il peso di anni di tensioni e di incertezza, vivendo ogni giorno con la preoccupazione per il lavoro, per il futuro dei figli e per la possibilità di muoversi liberamente. Il male c'è ancora, ci sono cuori oppressi e ferite profonde difficili da guarire”.
Vorremmo parlare con lei della fede, e di come per ogni religione possa essere da una parte fonte di unione e ancoraggio e dall’altra fonte di scontro. Cosa pensa al riguardo?
“Purtroppo la storia ci mostra che la religione può essere anche strumentalizzata. Quando la fede viene usata per interessi politici, ideologici o di potere, rischia di trasformarsi in motivo di scontro anzichè di incontro. In questi casi non è la fede in sé a creare il conflitto, ma l’uso che l’uomo ne fa. Per questo credo che la vera sfida, oggi, sia vivere la fede nella sua autenticità, come cammino che apre al dialogo, alla pace e al riconoscimento della dignità di ogni persona. Quando rimane fedele al suo cuore, che è l’amore di Dio e l’amore per il prossimo, allora la fede diventa davvero una forza di riconciliazione e di unità, anche in contesti difficili”.
Alla luce di ciò che è successo in passato, e che purtroppo succede ancora oggi, pensa che fede e libertà siano in contrasto? L’uomo è davvero libero di scegliere in cosa credere?
“Fede e libertà non sono in contrasto nella loro essenza. La vera fede, infatti, non può essere imposta: nasce sempre da una scelta libera e personale dell’uomo. Senza libertà non può esserci una fede autentica, ma solo un’adesione esteriore o dovuta a condizionamenti. Allo stesso tempo la libertà dell’uomo trova nella fede un orientamento e un senso più profondo, perché la fede non limita la libertà, ma la illumina e la guida verso il bene, verso la verità e verso il rispetto della dignità di ogni persona. Sicuramente nella storia ci sono stati momenti in cui la religione è stata usata per limitare la libertà o per imporre credenze, ma questo non appartiene all’essenza vera della fede, perchè quest’ultima invita sempre e non costringe mai. L’uomo è davvero libero di cercare, di interrogarsi e di scegliere in cosa credere, ed è proprio attraverso questa libertà la fede diventa un cammino autentico e responsabile. A Betlemme, ad esempio, c'è chi rimane e non emigra, e lo fa anche per fede, nonostante questa sia provata; ma trattasi comunque di fede libera e viva. Fede per attaccamento alla terra e per la resistenza, anche se silenziosa. La fede gli mostra che la sofferenza che vive è una realtà che forma la persona”.
Nel 2002 è stato coinvolto nell’Assedio dei 40 giorni alla Basilica della Natività. Che ricordo ha?
“Ricordo tutto. In particolare la grotta della Natività, ma intesa nella sua vera realtà ed essenza. La grotta è stata allora, come in passato, l'unico vero rifugio garantito di salvezza. Dio ha scelto questo posto concreto per farsi bambino fragile, piccolo e povero; e ha scelto il medesimo posto anche durante quell’Assedio, per i palestinesi coinvolti. Dico questo per spiegarvi che Dio non entra nella storia quando tutto è ‘a posto’, ma lo fa proprio quando l’uomo è più provato, confuso e stanco, quando i suoi sentieri di vita si sono fatti difficili. Il Bambino Gesù è entrato nel mondo umano attraverso la porta più angusta, in una realtà segnata dal peccato, dal male e dalla guerra. Ma era pronto a entrarvi, ed è pronto a farlo ancora una seconda, una terza, una decima volta, senza casa e senza dimora, per donare speranza e salvezza e pace a chi è schiacciato dalla povertà, dall’ingiustizia e dalla sofferenza. La grotta non ci ha offerto delle spiegazioni ideologiche, ma un segno: la speranza non nasce dalla forza o dalla vittoria, ma attraverso l’amore che arriva dall’Alto e che cura l'altro. E’ questo che ricordo”.
Lei lavora molto con i giovani cattolici della Terra Santa. Che cosa dicono i ragazzi di Betlemme? Hanno ancora speranza o prevale la paura del futuro?
“Betlemme è, e rimane, Betlemme. Ormai fa parte della loro identità, anche se molti sono stanchi di vivere lì. I giovani non smettono di desiderare normalità, sicurezza e futuro, e continuano a sognare stabilità e pace. Forse una stabilità solo apparente, forse anche una pace fragile, persino ‘finta’, ma pur sempre una pace; quella a cui il cuore si aggrappa per non spezzarsi, come un breve respiro che riaccende il desiderio di una vita diversa, ma sempre nella medesima città. Per loro, infatti, Betlemme non è soltanto un luogo della memoria o del Vangelo: è una città viva, fatta di famiglie, anziani, bambini e giovani, che oggi lottano per restare, crescere e continuare a sognare... proprio lì, in quella città, dove esiste una minoranza fragile, ma con una fede resistente. La loro speranza viene messa alla prova, ma è accompagnata da sogni che non muoiono”.
Quando tornerà a casa, che cosa porterà con sé di questa visita a Chivasso? E che cosa vorrebbe che questa comunità capisse davvero di Betlemme oggi?
“Porterò con me, prima di tutto, il calore umano che mi hanno trasmesso in parrocchia, in comune, a scuola, nelle case che mi hanno ospitato, a Chivasso in generale. Ho sentito una vicinanza sincera verso Betlemme, non solo come luogo santo e luogo del Vangelo, ma come comunità viva che oggi porta anche tante ferite, fatiche e instabilità continua. Questo affetto non è scontato, e per noi è una grande consolazione sapere che non siamo dimenticati. Porterò con me anche la gioia di vedere che il gemellaggio, dopo sessant’anni, non è solo un ricordo storico, ma è ancora una relazione viva, fatta di persone, di preghiera, di amicizia concreta. In questi giorni ho incontrato tante persone, e ovunque ho trovato interesse vero per la situazione dei cristiani in Terra Santa e per il servizio che la Custodia svolge da ottocento anni. Questo mi dà speranza.
Quello che desidero davvero che questa comunità capisca di Betlemme oggi, è che Betlemme non è soltanto il luogo dove Gesù è nato, ma è una città dove i cristiani continuano a vivere, custodire la loro storia, identità, a lottare e a sperare, nonostante le difficoltà. La vita qui non è facile: c’è incertezza, mancanza di lavoro, paura per il futuro, e tanti giovani sono tentati di partire. Ma allo stesso tempo ci sono anche una fede forte, una grande dignità e il desiderio di rimanere nella propria terra per custodire una presenza che dura da duemila anni. Vorrei che si capisse che per noi la vicinanza di comunità come Chivasso non è solo un gesto di solidarietà, ma è una forza che ci aiuta a restare. Sapere che qualcuno prega per noi, ci ascolta, ci sostiene, ci fa sentire che la nostra fatica ha un senso e che non siamo soli. E questo, forse, è il dono più grande che porterò con me da questa visita”.
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