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13 Marzo 2026 - 15:42
Il prezzo del latte crolla, Coldiretti Torino chiama l’industria al confronto
Coldiretti Torino chiama gli industriali del latte a un’assunzione di responsabilità verso il territorio e verso una filiera che rappresenta uno dei pilastri dell’economia agricola locale. L’organizzazione agricola lancia un appello al dialogo e alla collaborazione nella battaglia comune contro le speculazioni che stanno mettendo a dura prova gli allevatori del territorio.
Da oltre cinque mesi, infatti, agli allevatori viene riconosciuto un prezzo del latte che, in molti casi, scende addirittura al di sotto dei costi di produzione. Una situazione sempre più difficile da sostenere per le aziende agricole, in particolare per quelle guidate da giovani imprenditori che negli ultimi anni hanno investito risorse importanti nel futuro delle loro stalle: innovazione tecnologica, miglioramento delle strutture, interventi per il benessere animale e per garantire una qualità del prodotto sempre più elevata.

Proprio per affrontare questa fase critica e scongiurare il rischio di un progressivo indebolimento della filiera lattiero-casearia locale, Coldiretti Torino ha inviato una lettera alle principali aziende di trasformazione lattiero-casearie del Torinese chiedendo l’apertura urgente di un confronto sindacale.
«I prezzi oggi riconosciuti alla stalla – scrive il presidente di Coldiretti Torino, Bruno Mecca Cici – risultano, per molte aziende, non più compatibili con i costi reali di produzione. Negli ultimi mesi il prezzo del latte alla produzione ha registrato una riduzione significativa, mentre i costi continuano a crescere: energia, mangimi, carburanti e manodopera incidono in modo sempre più pesante sui bilanci aziendali».
Una dinamica che sta comprimendo sempre di più i margini delle imprese agricole.
«In queste condizioni – prosegue Bruno Mecca Cici – numerose aziende zootecniche stanno lavorando senza margini adeguati, con il rischio concreto di ridurre la produzione o, nei casi più gravi, di cessare l’attività».
Il tema non riguarda solo il reddito degli allevatori ma l’intera tenuta della filiera lattiero-casearia e dell’economia rurale.
«Le aziende agricole – sottolinea Bruno Mecca Cici – rappresentano il primo anello della filiera e garantiscono ogni giorno qualità, sicurezza alimentare e continuità produttiva. Senza un riconoscimento economico adeguato del latte alla stalla, la stabilità del settore diventa fragile, con ricadute dirette sulla trasformazione industriale, sull’occupazione e sulla vitalità dei territori rurali».
L’apertura del confronto sindacale con le industrie di trasformazione dovrebbe quindi consentire di individuare soluzioni concrete e tempestive, con l’obiettivo di ristabilire condizioni più equilibrate nella filiera e definire un prezzo del latte che tenga realmente conto dei costi di produzione, permettendo alle aziende agricole di continuare a operare e investire.
Il comparto lattiero-caseario rappresenta infatti una realtà economica e sociale di grande rilievo per il territorio torinese. Oggi nella provincia sono attive 803 stalle da latte che garantiscono oltre 1.300 posti di lavoro diretti. Negli allevamenti sono presenti più di 35 mila capi di razza Frisona, a cui si affiancano razze tipicamente alpine come la Pezzata Rossa e la Pustertaler-Barant, patrimonio zootecnico legato alla tradizione montana e collinare del territorio.
Una capacità produttiva che consente di garantire ogni anno oltre 10 milioni e mezzo di litri di latte fresco. Un latte che deve rispondere a standard qualitativi molto precisi, richiesti soprattutto per la produzione dei formaggi tipici del territorio, dove risultano fondamentali una buona presenza di proteine e un corretto equilibrio dei grassi.
Questa qualità nasce innanzitutto dal benessere animale e da un’alimentazione equilibrata, fattori che incidono direttamente anche sulla sostenibilità ambientale delle aziende agricole. La storica tradizione dell’allevamento torinese affonda le sue radici in un modello agricolo legato al territorio: fieno proveniente dai prati stabili e coltivazioni di prossimità, in particolare mais, destinato all’alimentazione delle bovine.
Molte aziende agricole puntano inoltre a una crescente autosufficienza nella produzione dei foraggi, un modello che contribuisce a mantenere il paesaggio agricolo caratterizzato da prati permanenti e campi coltivati, elementi fondamentali per l’equilibrio ambientale delle campagne.
«Se chiudessero i nostri allevamenti – conclude Bruno Mecca Cici – non verrebbe meno soltanto una produzione agricola di qualità, ma si perderebbe anche un patrimonio ambientale, economico e culturale che da secoli caratterizza il territorio torinese».
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