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La nuova corsa alla Luna rischia di scatenare il caos: il diritto spaziale è rimasto sulla Terra

La nuova corsa alla Luna mette in crisi il diritto internazionale: risorse, zone di sicurezza, militarizzazione e tutela ambientale richiedono regole chiare.

La nuova corsa alla Luna rischia di scatenare il caos: il diritto spaziale è rimasto sulla Terra

La nuova corsa alla Luna rischia di scatenare il caos: il diritto spaziale è rimasto sulla Terra

Il 20 luglio 1969 Neil Armstrong scese la scaletta del modulo lunare e pronunciò una frase che è entrata nella storia: “Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità”. Più di mezzo secolo dopo, la Luna sta tornando al centro della scena globale. Ma mentre le missioni spaziali si moltiplicano e le potenze preparano nuovi sbarchi, un’altra domanda si affaccia con crescente urgenza: le regole sono pronte per governare la nuova corsa alla Luna?

In un centro di controllo, davanti a grandi monitor che mostrano mappe lunari e traiettorie di missioni, un ingegnere osserva due documenti stampati. Il primo è l’ellisse di atterraggio di un lander commerciale statunitense che ha toccato il suolo lunare nel febbraio 2024 vicino al Polo Sud. Il secondo segna un’area studiata per un futuro sbarco umano cinese, previsto entro il 2030. Le due mappe raccontano una storia semplice e allo stesso tempo inquietante: sempre più missioni stanno tornando sulla Luna, ma il quadro legale internazionale che dovrebbe governarle è rimasto fermo a un’altra epoca.

Per decenni la Luna è rimasta quasi dimenticata. Dopo le missioni Apollo degli anni Sessanta e Settanta, lo spazio profondo è passato in secondo piano rispetto alle attività in orbita terrestre. Ma negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Nel 2023 l’India ha compiuto un allunaggio storico vicino al Polo Sud con la missione Chandrayaan-3. Nel gennaio 2024 il Giappone è diventato il quinto Paese a raggiungere il suolo lunare con la sonda SLIM. Poche settimane dopo anche gli Stati Uniti sono tornati a toccare la superficie lunare con un lander privato, Odysseus, costruito dalla società Intuitive Machines.

Nel frattempo la Cina accelera. Il programma spaziale di Pechino prevede di portare astronauti sulla Luna entro il 2030. E negli Stati Uniti la NASA sta lavorando alla missione Artemis II, che dovrebbe riportare esseri umani in orbita lunare già nel 2026.

Tutto questo significa una cosa: la Luna non è più un simbolo lontano della competizione della Guerra fredda. Sta diventando un nuovo terreno di attività economica, scientifica e strategica. E proprio qui emerge il problema delle regole.

Il diritto spaziale internazionale nasce negli anni Sessanta, quando le potenze spaziali erano poche e le attività nello spazio erano limitate. Il pilastro di questo sistema giuridico è il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967. Il testo stabilisce alcuni principi fondamentali: nessuno Stato può rivendicare la sovranità sulla Luna o su altri corpi celesti; lo spazio deve essere utilizzato per scopi pacifici; tutti i Paesi hanno libertà di esplorazione.

Accanto a questo trattato esistono altri accordi internazionali che regolano aspetti specifici, come il salvataggio degli astronauti o la responsabilità per i danni causati da oggetti spaziali. Tuttavia queste norme sono state pensate in un’epoca in cui lo spazio era dominato da missioni scientifiche e satelliti, non da prospettive di estrazione di risorse, basi permanenti e infrastrutture lunari.

Il punto più controverso riguarda proprio le risorse. Il trattato del 1967 vieta l’appropriazione territoriale della Luna, ma non chiarisce se sia possibile possedere ciò che viene estratto dal suo suolo. Negli ultimi anni alcuni Paesi hanno deciso di interpretare questo silenzio legislativo a proprio favore.

Gli Stati Uniti hanno approvato nel 2015 una legge che riconosce alle imprese americane il diritto di possedere e vendere le risorse estratte nello spazio, purché non venga rivendicata la sovranità sul territorio lunare. Il Lussemburgo ha adottato una normativa simile nel 2017, con l’obiettivo di attirare aziende del settore spaziale. Anche Giappone ed Emirati Arabi Uniti hanno introdotto leggi che riconoscono diritti sulle risorse estratte nello spazio.

Queste iniziative hanno aperto un dibattito tra giuristi e diplomatici. Alcuni ritengono che permettere la proprietà privata delle risorse sia compatibile con il divieto di appropriazione territoriale. Altri sostengono che questa interpretazione rischi di svuotare di significato il principio secondo cui la Luna appartiene a tutta l’umanità.

Nel frattempo la politica internazionale ha iniziato a muoversi su un terreno diverso da quello dei trattati globali. Gli Stati Uniti hanno promosso nel 2020 gli Artemis Accords, una serie di accordi non vincolanti che stabiliscono linee guida per la cooperazione nello spazio. Tra queste compare un concetto nuovo: le cosiddette “zone di sicurezza”, aree intorno ai siti operativi che dovrebbero evitare interferenze tra missioni diverse.

Oggi più di sessanta Paesi hanno aderito a queste intese. Ma la Cina e la Russia stanno sviluppando un progetto alternativo, la International Lunar Research Station, una futura base lunare internazionale prevista per il periodo tra il 2030 e il 2035.

Il risultato è un sistema che rischia di dividersi in due blocchi di norme e standard tecnici. Non si tratta ancora di uno scontro diretto tra trattati, ma è il segnale di una possibile frammentazione del diritto spaziale.

Un’altra questione riguarda l’uso militare dello spazio. Il trattato del 1967 vieta armi nucleari o di distruzione di massa nello spazio, ma non proibisce esplicitamente tutte le altre forme di armamento. Questo lascia spazio a interpretazioni ambigue, soprattutto quando si parla di infrastrutture dual-use, cioè tecnologie che possono avere sia applicazioni civili sia militari.

Negli ultimi anni alcune iniziative hanno cercato di limitare i rischi. Dopo test antisatellite che avevano generato grandi quantità di detriti orbitali, gli Stati Uniti hanno annunciato nel 2022 una moratoria su questo tipo di esperimenti. Molti altri Paesi hanno aderito alla stessa posizione, creando una nuova norma informale di comportamento.

Ma la questione della militarizzazione resta aperta, soprattutto se in futuro sulla Luna verranno costruite infrastrutture permanenti o basi di ricerca.

Anche l’ambiente lunare rappresenta una sfida. La superficie della Luna è coperta da una polvere finissima chiamata regolite, che può essere sollevata dalle attività di scavo o dai motori dei lander e disperdersi per chilometri. Questo significa che una missione potrebbe involontariamente danneggiare strumenti scientifici o infrastrutture di altri Paesi.

Per affrontare queste sfide alcuni esperti propongono nuove iniziative diplomatiche. Una possibilità è sviluppare un protocollo internazionale sulle risorse lunari che riconosca la proprietà delle risorse estratte ma imponga obblighi di trasparenza e cooperazione. Un’altra idea è definire standard tecnici condivisi per le cosiddette zone di sicurezza, in modo da evitare che diventino di fatto territori controllati da una sola potenza.

La realtà è che il diritto spesso segue la tecnologia, e la tecnologia sta correndo veloce. Nei prossimi anni missioni robotiche, lander commerciali e progetti di basi lunari renderanno la presenza umana sul nostro satellite sempre più concreta.

Se le regole non verranno aggiornate in tempo, il rischio è che siano le prime missioni e i primi accordi industriali a creare precedenti giuridici. In altre parole, la pratica potrebbe trasformarsi in norma senza un vero dibattito internazionale.

La corsa alla Luna non è più soltanto una competizione simbolica. È un passaggio che riguarda scienza, economia e geopolitica. Ed è proprio per questo che molti esperti ritengono che il prossimo decennio sarà decisivo.

Tra il 2026 e il 2030 potrebbero tornare astronauti in orbita lunare e forse sulla superficie. Entro la metà degli anni Trenta potrebbero nascere le prime infrastrutture permanenti.

Se questo scenario si realizzerà, la Luna diventerà il primo luogo nella storia in cui diverse nazioni opereranno fianco a fianco su un altro corpo celeste. Senza regole aggiornate, ogni nuova missione rischierà di creare nuove tensioni.

La Luna non è il Far West. Non dovrebbe diventarlo. Ma perché questo accada, il diritto internazionale dovrà correre quasi quanto i razzi che stanno tornando a solcare il cielo.

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