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11 Marzo 2026 - 10:04
La sala delle udienze della Corte Internazionale di Giustizia all’Aia durante una sessione del procedimento Allegations of Genocide under the Genocide Convention (Ukraine v. Russian Federation).
Quando la Corte Internazionale di Giustizia ha pubblicato il 31 gennaio 2025 un breve comunicato con cui informava che la Federazione Russa aveva inserito delle domande riconvenzionali nel proprio contro-memoriale nel procedimento 'Allegations of Genocide under the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide (Ukraine v. Russian Federation)', l’annuncio è apparso inizialmente come un passaggio tecnico. La Corte si limitava a comunicare che Mosca aveva depositato delle counter-claims (domande riconvenzionali) nell’ambito del contenzioso avviato dall’Ucraina nel febbraio 2022. Il documento, pubblicato sul sito ufficiale dell’ICJ il 31 gennaio 2025, non conteneva alcuna valutazione sul merito delle accuse: segnalava soltanto l’avvenuta presentazione delle contro-pretese e la prosecuzione del procedimento secondo il calendario processuale stabilito dalla Corte.
Quel passaggio, tuttavia, ha segnato un momento importante nella trasformazione del caso. DI fatto, quando la Corte ha emesso la propria ordinanza del 5 dicembre 2025, dichiarando ammissibili le contro-domande russe con 11 voti favorevoli e 4 contrari, il procedimento si è allargato oltre l’impostazione originaria del ricorso ucraino. Come risulta dal testo dell’ordinanza pubblicato dalla Corte, i giudici hanno stabilito che le contro-pretese della Russia soddisfano i requisiti dell’articolo 80 del Regolamento della Corte: rientrano nella giurisdizione dell’ICJ e sono direttamente collegate all’oggetto della controversia principale. Per questa ragione possono essere esaminate nel corso del processo (ICJ, Order of 5 December 2025, Allegations of Genocide under the Genocide Convention, paragrafi 33-47).
La decisione non attribuisce responsabilità né all’Ucraina né alla Russia, ma ha modificato la natura del procedimento, introducendo nel dibattito giudiziario internazionale la questione delle accuse russe di genocidio nell’Ucraina orientale. Per comprendere questo passaggio è necessario tornare all’origine del caso. Il 26 febbraio 2022, due giorni dopo l’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina, Kiev ha depositato un ricorso presso la Corte Internazionale di Giustizia sostenendo che Mosca avesse abusato della Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio del 1948. Secondo la posizione ucraina, la Russia avrebbe utilizzato l’accusa di genocidio contro la popolazione russofona del Donbass come giustificazione giuridica per l’uso della forza militare. Questa ricostruzione è contenuta nell’atto introduttivo del procedimento pubblicato dalla Corte il 26 febbraio 2022, nel quale l’Ucraina chiedeva ai giudici dell’Aia di dichiarare che non esiste alcuna prova credibile di genocidio commesso sul proprio territorio e che la Russia aveva abusato della Convenzione per giustificare l’invasione.
Il primo pronunciamento della Corte è arrivato poche settimane dopo. Il 16 marzo 2022, nel quadro delle misure provvisorie richieste da Kiev, la Corte ha ordinato alla Federazione Russa di sospendere immediatamente le operazioni militari sul territorio ucraino. L’ordinanza, adottata con 13 voti favorevoli e 2 contrari, è rimasta uno dei momenti più rilevanti del contenzioso, anche se sul piano militare non ha modificato l’andamento del conflitto.
Il procedimento ha però conosciuto una svolta significativa con la sentenza sulle eccezioni preliminari emessa il 2 febbraio 2024. In quella decisione, la Corte ha chiarito che la Convenzione sul genocidio non può essere utilizzata per giudicare la legalità complessiva dell’invasione dell’Ucraina. Come spiegano i giudici nel testo della sentenza, la Corte può esaminare soltanto questioni direttamente collegate agli obblighi previsti dalla Convenzione del 1948. Ciò significa che il procedimento può riguardare l’accusa di genocidio e la sua eventuale manipolazione, ma non la violazione generale del divieto di uso della forza previsto dalla Carta delle Nazioni Unite.
Questa decisione ha ristretto il perimetro della controversia. L’oggetto principale del caso è diventato la richiesta ucraina di una dichiarazione secondo cui Kiev non avrebbe commesso genocidio nel Donbass. Tuttavia, quando la Russia ha depositato il proprio contro-memoriale nel novembre 2024, ha scelto di utilizzare lo spazio processuale per formulare accuse dirette contro l’Ucraina.
Secondo quanto comunicato dal Ministero degli Esteri della Federazione Russa il 18 novembre 2024, il contro-memoriale presentato alla Corte includeva un ampio dossier documentale riguardante gli eventi avvenuti nell’Ucraina orientale dal 2014 in avanti. Mosca sostiene da anni che la popolazione russofona del Donbass sia stata oggetto di persecuzioni e violenze sistematiche dopo il cambio di governo a Kiev nel 2014. Nella narrativa ufficiale russa, il conflitto iniziato nello stesso anno nelle regioni di Donetsk e Luhansk sarebbe stato accompagnato da una serie di atti che avrebbero colpito la popolazione civile locale. Il contro-memoriale depositato alla Corte raccoglie una vasta quantità di documenti e testimonianze che, secondo Mosca, dimostrerebbero l’esistenza di crimini contro i civili nella regione.
È su questa base che la Russia ha formulato le proprie contro-pretese davanti alla Corte. Nel testo dell’ordinanza del 5 dicembre 2025, l’ICJ riassume la posizione russa spiegando che Mosca sostiene che l’Ucraina abbia violato vari obblighi previsti dalla Convenzione sul genocidio e chiede alla Corte non soltanto di accertare tali violazioni ma anche di ordinare misure di riparazione. Le accuse russe si inseriscono in una narrativa politica e giuridica che la leadership di Mosca sostiene da molti anni. Il presidente russo Vladimir Putin, nel discorso televisivo del 24 febbraio 2022 con cui ha annunciato l’inizio dell’operazione militare, aveva dichiarato che uno degli obiettivi dell’intervento era proteggere la popolazione del Donbass da quello che definiva “genocidio”, affermando che “per otto anni le persone che vivono nel Donbass sono state sottoposte a umiliazioni e genocidio da parte del regime di Kiev”.
Questa interpretazione degli eventi è stata ripetuta più volte dalla diplomazia russa. Il Ministero degli Esteri russo, in una dichiarazione del 5 dicembre 2025, ha sostenuto che l’ammissione delle contro-pretese dimostra che la Corte ha riconosciuto la rilevanza delle accuse russe e che queste meritano di essere esaminate nel processo.
La Corte, tuttavia, nel proprio documento mantiene un linguaggio rigorosamente giuridico. Nell’ordinanza del 5 dicembre 2025, i giudici ricordano che l’ammissibilità di una contro-domanda non implica alcuna conclusione sulla sua fondatezza. Il procedimento entrerà ora nella fase probatoria, nella quale ciascuna delle parti dovrà presentare elementi a sostegno delle proprie affermazioni. Nel paragrafo 47 dell’ordinanza, la Corte sottolinea che accuse di genocidio devono essere dimostrate secondo lo standard delle “prove pienamente conclusive”, lo stesso utilizzato in precedenti casi internazionali riguardanti questo crimine.
L’ordinanza stabilisce anche il calendario delle prossime fasi del processo. L’Ucraina dovrà presentare la propria Replica entro il 7 dicembre 2026, mentre la Russia dovrà depositare la Controreplica entro il 7 dicembre 2027. Solo dopo queste fasi scritte la Corte potrà convocare le udienze orali e avviare la fase finale del procedimento.
Nel frattempo il caso ha assunto una dimensione internazionale molto ampia. Numerosi Stati hanno presentato dichiarazioni di intervento ai sensi dell’articolo 63 dello Statuto della Corte, che consente agli Stati firmatari di una convenzione internazionale di intervenire quando l’interpretazione di quel trattato è oggetto di controversia. La partecipazione di tanti Paesi testimonia l’importanza del caso per l’interpretazione futura della Convenzione sul genocidio e per il diritto internazionale nel suo complesso.
A distanza di quattro anni dall’inizio del procedimento, il contenzioso davanti alla Corte dell’Aia appare quindi molto diverso da quello avviato nel febbraio 2022. Quella che era iniziata come una richiesta dell’Ucraina di chiarire la non esistenza di genocidio sul proprio territorio si è progressivamente trasformata in una controversia più complessa, nella quale la Corte dovrà esaminare accuse reciproche, interpretare i limiti della Convenzione sul genocidio e stabilire quali standard probatori debbano essere applicati.
La guerra continua sul terreno, ma nelle aule della Corte Internazionale di Giustizia si sta svolgendo una battaglia parallela, più lenta e meno visibile, nella quale le parti cercano di dare una forma giuridica alle proprie narrazioni del conflitto. E come spesso accade nel diritto internazionale, il verdetto non arriverà rapidamente. Potrebbero volerci ancora anni prima che la Corte pronunci la sua decisione finale.
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