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La rotta della droga tra Sud America e Volpiano, Chivasso e San Giusto: raffica di condanne a Torino

Condanne fino a 18 anni per gli imputati del primo filone dell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Torino

La rotta della droga tra Sud America e Canavese: raffica di condanne a Torino

La rotta della droga tra Sud America e Canavese: raffica di condanne a Torino

Una tonnellata e mezzo di cocaina tra il Brasile e l’Europa, una rete di narcotraffico radicata anche nel Canavese e legata alla ’ndrangheta. Il primo capitolo giudiziario dell’inchiesta “Samba” si chiude con una raffica di condanne. Ieri pomeriggio, martedì 10 marzo, il gup del tribunale di Torino, Giovanna Di Maria, ha pronunciato la sentenza di primo grado nel processo celebrato con rito abbreviato.

Per la Procura antimafia è una risposta pesante a una delle indagini più complesse degli ultimi anni sul traffico internazionale di cocaina. Sul banco degli imputati una rete accusata di aver gestito l’importazione di enormi carichi di droga dal Brasile verso i porti europei e poi fino al Piemonte, con basi logistiche anche tra Volpiano, San Giusto Canavese e Chivasso.

Le condanne sono otto. La più alta è quella inflitta a Francesco Barbaro, 18 anni di carcere. Quattordici anni per Nicola De Carne, dodici per Christian Sambati. Dieci anni ciascuno per Giovanni Pipicella e per Vincenzo Pasquino, il narcotrafficante torinese arrestato in Brasile nel 2021 e poi diventato collaboratore di giustizia. Otto anni a Enrico Castagnotto, anche lui oggi collaboratore. Dieci anni e otto mesi per Rosalia Falletta e otto anni e dieci mesi per Rita Siria Assisi.

Le ultime due imputate sono la moglie e la figlia di Nicola Assisi, uno dei broker più influenti della ’ndrangheta nel narcotraffico internazionale. Secondo l’accusa avrebbero gestito parte dei flussi finanziari e dei contatti operativi quando alcuni uomini chiave della rete erano già finiti in carcere.

Il processo nasce dall’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Torino, coordinata dai pm Francesco Saverio Pelosi e Livia Locci e condotta dai carabinieri del ROS guidati dal colonnello Andrea Caputo. Un’inchiesta che negli anni ha ricostruito una rotta della droga lunga migliaia di chilometri: dai porti brasiliani di Santos e Paranaguá fino agli scali europei, con carichi nascosti nei container e poi smistati verso il Nord Italia.

Nelle carte investigative si parla di una logistica quasi industriale del narcotraffico. Carichi da centinaia di chili alla volta, contatti con intermediari sudamericani e un sistema di pagamenti e riciclaggio capace di muovere milioni di dollari tra conti esteri, società di copertura e circuiti finanziari internazionali.

Al centro della rete, secondo gli inquirenti, c’era proprio Vincenzo Pasquino, considerato per anni il collegamento tra il Piemonte e i fornitori sudamericani. Arrestato nel maggio 2021 in Brasile insieme al superlatitante Rocco Morabito, Pasquino ha poi scelto di collaborare con la giustizia, contribuendo a ricostruire ruoli e gerarchie dell’organizzazione.

L’indagine “Samba” racconta anche un dettaglio che negli ultimi anni torna spesso nelle inchieste antimafia: quando i vertici finiscono in carcere, la rete non si ferma. In questo caso, secondo l’accusa, alcune attività sarebbero state portate avanti dalle donne della famiglia. Da qui il coinvolgimento di Rosalia Falletta e Rita Siria Assisi, ritenute parte del sistema di gestione del denaro e dei rapporti legati al traffico di droga.

La sentenza di ieri riguarda soltanto il primo filone del procedimento. Un secondo processo, con imputati ancora più pesanti, arriverà nei prossimi mesi e coinvolgerà figure centrali della rete, tra cui lo stesso Nicola Assisi e altri esponenti delle cosche calabresi radicate in Piemonte.

L’inchiesta “Samba” nasce infatti da un’indagine molto più ampia avviata nel 2019 e sviluppata con la collaborazione di autorità brasiliane e organismi internazionali. Gli investigatori parlano di una struttura transnazionale capace di importare tonnellate di cocaina e reinvestire i proventi in attività apparentemente lecite.

Il punto che resta sul tavolo è sempre lo stesso. Da oltre vent’anni i fascicoli della DDA di Torino disegnano una geografia che si ripete: Volpiano, San Giusto Canavese, l’area tra il torinese e il Canavese come retroterra logistico di affari criminali che partono da migliaia di chilometri di distanza.

Cambiano i nomi delle operazioni, cambiano gli imputati. La rotta della droga, invece, resta sorprendentemente stabile. E ogni sentenza finisce per raccontare la stessa storia: un pezzo di Piemonte che continua a incrociare i traffici globali della ’ndrangheta.

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