Il nome di Vincenzo Pasquino torna al centro di un’aula di tribunale. E questa volta non per un carico di cocaina sequestrato o per una latitanza in Sudamerica, ma per un manoscritto: poche pagine consegnate alla Direzione distrettuale antimafia di Torino che riaprono uno squarcio su una delle reti di narcotraffico più complesse degli ultimi anni. Nel documento, depositato dal pm Francesco Saverio Pelosi, il volpianese racconta di 400mila euro spariti, attribuendone la gestione a Nicola De Carne, genero del narcotrafficante Nicola Assisi e figura di raccordo tra il Sudamerica e il Piemonte. Un dettaglio che sembra quasi minore, ma che in realtà illumina il funzionamento di quella che lo stesso Pasquino descrive come una “banca del narcotraffico” fatta di chat criptate, conti informali e flussi di denaro transnazionali.
È l’ultimo capitolo di una storia che parte da lontano e attraversa tre continenti: dalle officine del Canavese ai porti del Brasile, fino alle grandi rotte della cocaina controllate dalla ’ndrangheta.
Vincenzo Pasquino, classe 1990, torinese, non è un nome qualunque nelle carte dell’antimafia. Negli ultimi anni è diventato il volto simbolo dell’operazione “Samba”, la più vasta inchiesta sul narcotraffico internazionale mai condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Torino. Ma la sua storia criminale inizia molto prima.
Il passaggio decisivo arriva nel 2011, dentro una carrozzeria di Brandizzo. È lì che Pasquino riceve la dote di picciotto dalle mani di Domenico Alvaro, esponente di una delle famiglie più influenti della ’ndrangheta. In quel momento entra ufficialmente nel sistema. Diventa parte della locale di Chivasso, guidata da Pasquale Trunfio e considerata dagli investigatori un nodo strategico del radicamento mafioso nel Nord Italia, collegato direttamente ai vertici calabresi.
I primi affari sono relativamente “tradizionali”: viaggi in Spagna, contatti con la costa iberica, partite di hashish e marijuana. Il giovane Pasquino si muove insieme ad altri uomini delle cosche, tra cui Raso, con cui costruisce i primi contatti internazionali.
La vera svolta arriva però nel 2014.
È l’anno in cui entra nell’orbita della famiglia Assisi, una delle più strutturate organizzazioni del narcotraffico internazionale legate alla ’ndrangheta. Gli Assisi operano tra Piemonte, Lombardia e Brasile, e hanno costruito negli anni un sistema stabile per l’importazione di cocaina dal Sudamerica.
A convincere Pasquino a fare il salto è Michelangelo Versaci. È lui a proporgli il passaggio definitivo: lasciare i traffici di hashish e lavorare stabilmente per gli Assisi nella gestione delle partite di cocaina.
Da quel momento la carriera criminale del giovane torinese cambia scala.
Pasquino diventa un intermediario del narcotraffico internazionale, quello che gli investigatori definiranno più tardi il “broker dei due mondi”. Il suo compito è coordinare i contatti tra i fornitori sudamericani e i gruppi criminali europei. Non è solo un mediatore: gestisce carichi di droga, tratta direttamente con i cartelli, risolve conflitti tra clan rivali.
Tra gli episodi raccontati nelle sue dichiarazioni agli inquirenti ci sono dettagli concreti di traffici milionari. Come il carico di 440 chili di cocaina sequestrato nel porto di Livorno, o quello da 50 chili partito dal porto brasiliano di Santos e fallito a causa di un errore banale: borse fosforescenti troppo visibili durante le operazioni di recupero.
Pasquino racconta anche di aver mediato tra gruppi rivali, tra cui gli uomini di Rocco Barbaro, detto “U Castano”, uno dei nomi storici della ’ndrangheta.
Il salto definitivo avviene nel 2017, quando Michael Assisi viene arrestato. A quel punto, su richiesta del fratello Patrick Assisi, Pasquino prende il suo posto nella gestione dei traffici. È lo stesso Patrick a ordinargli di trasferirsi stabilmente in Brasile, per mantenere aperti i canali con i cartelli sudamericani.
Comincia così la sua latitanza internazionale.

Pasquino si muove tra João Pessoa, Paranaguá e São Paulo, utilizzando un nickname per comunicare con la rete criminale: “Ronaldo”. Gli investigatori ricostruiscono i suoi spostamenti attraverso indizi minimi: fotografie inviate alla moglie, dettagli negli sfondi delle immagini, messaggi apparentemente innocui.
La fuga termina il 24 maggio 2021.
In un residence di João Pessoa, la polizia federale brasiliana, insieme ai carabinieri del Ros, arresta Pasquino insieme a Rocco Morabito, il boss della ’ndrangheta conosciuto come il “re della cocaina”. Morabito era uno dei latitanti più ricercati al mondo dopo l’evasione dal carcere uruguaiano di Montevideo.
Per gli investigatori è uno dei colpi più importanti mai inflitti al narcotraffico internazionale.
Pasquino rimane detenuto in Brasile per quasi tre anni, fino all’estradizione in Italia nel marzo 2024.
È in quel momento che la storia cambia direzione.
Pochi mesi dopo il rientro in Italia decide di collaborare con la giustizia. Non per pentimento morale, racconterà, ma perché si è sentito tradito da chi avrebbe dovuto proteggerlo. Inizia così a riempire verbali per mesi, fino alla primavera del 2024.
Racconta i traffici di droga, ma soprattutto i meccanismi finanziari che li sostengono.
Secondo gli inquirenti, il sistema gestito dalla rete criminale avrebbe movimentato almeno 6,5 milioni di dollari, transitati attraverso conti in Brasile, Panama, Svizzera, Olanda e piattaforme di criptovalute. Gli investigatori parlano apertamente di “riciclaggio ad alta tecnologia”.
In questo sistema emergono anche figure femminili con ruoli tutt’altro che marginali. Rosalia Falletta, moglie di Nicola Assisi, e la figlia Rita Siria Assisi vengono indicate come responsabili della gestione di parte dei flussi di denaro dopo l’arresto del patriarca. Accanto a loro compare anche Jessica Patrizia Vailatti, compagna di Pasquale Michael Assisi, l’unica tra gli imputati non detenuta ma ritenuta dagli investigatori centrale nella gestione patrimoniale del gruppo.
Proprio sulle dichiarazioni di Pasquino nasce l’operazione “Samba”, coordinata dai pm Francesco Saverio Pelosi e Livia Locci, con i carabinieri del Ros guidati dal colonnello Andrea Caputo.
Dodici persone ricevono l’avviso di conclusione indagini. Oltre a Pasquino ci sono Christian Sambatti, Nicola De Carne, Enrico Castagnotto, Giovanni Pipicella, Francesco Barbaro, il brasiliano Nicholas Charles Evangelista Lopes, Rita Siria Assisi, Jessica Patrizia Vailatti, Michelangelo Versaci, Pino Grillo e Giuseppe Basile.
Dodici profili che, secondo la Direzione distrettuale antimafia, rappresentano l’ossatura operativa, logistica e finanziaria di una rete che unisce Piemonte, Lombardia e Brasile.
Il processo nato da quell’indagine è oggi in corso a Torino e racconta la trasformazione di quella rete criminale negli anni: prima hashish e marijuana, poi il salto di qualità con la cocaina e i rapporti diretti con i grandi broker del narcotraffico internazionale.
Il 23 gennaio 2026 il pm Francesco Saverio Pelosi ha presentato le richieste di condanna. La procura ha chiesto pene da 1 a 18 anni di carcere, oltre alla confisca di tutti i beni sequestrati durante l’inchiesta.
Tra le richieste più pesanti ci sono 18 anni per Francesco Barbaro detto “Ciccio Salsiccia”, 16 anni per Nicola De Carne, 14 anni per Christian Sambatti, 14 anni per Giovanni Pipicella, 14 anni per Rosalia Falletta, 10 anni per Rita Siria Assisi e 8 anni per Enrico Castagnotto. Per Jessica Patrizia Vailatti la richiesta è di un anno.
Per lo stesso Vincenzo Pasquino, diventato nel frattempo collaboratore di giustizia, la procura ha chiesto 10 anni di carcere, una pena più bassa proprio alla luce del contributo offerto alle indagini.
Ed è proprio dentro questo quadro processuale che si inserisce il memoriale depositato in questi giorni.
Nel documento Pasquino racconta di un sistema finanziario parallelo, basato su chat criptate – come la piattaforma Sky_Ecc – e su flussi di denaro che viaggiano tra continenti. In quelle conversazioni, sostiene il pentito, circolavano fotografie dei carichi di cocaina e indicazioni sui pagamenti da effettuare.
Al centro del racconto ci sono circa 400mila euro scomparsi. Secondo Pasquino quei soldi erano sotto la gestione di Nicola De Carne, uno degli uomini chiave della rete che collegava il Sudamerica alle basi operative piemontesi degli Assisi.
La ricostruzione del collaboratore non convince però tutti. I difensori degli altri imputati parlano di “personalismi”, una sorta di resa dei conti tra ex soci in affari più che una ricostruzione oggettiva dei fatti.
Il processo intanto si avvia verso la conclusione. La sentenza è attesa il 10 marzo.
Ma al di là delle responsabilità penali che saranno stabilite dai giudici, la storia di Pasquino racconta qualcosa di più ampio. Racconta la trasformazione della criminalità organizzata in Piemonte, un territorio che da oltre vent’anni convive con la presenza silenziosa delle cosche.
Dalle famiglie Alvaro, Crea e Trunfio ai clan Assisi e Barbaro, passando per le operazioni Colpo di Coda, Cerbero, Minotauro e Alto Piemonte, emerge una mappa criminale in cui il Canavese è diventato una cerniera strategica: officine, appartamenti, locali commerciali e basi logistiche capaci di collegare le rotte della cocaina dal Brasile al cuore dell’Europa.
Dentro questa rete Vincenzo Pasquino è stato per anni uno degli uomini che tenevano insieme i fili.