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Case di Comunità, la Regione rassicura ma i nodi restano: dal caso Crescentino alle strutture extra PNRR ferme, come Cavagnolo

In Consiglio regionale l’assessore Federico Riboldi parla di cronoprogramma rispettato, ma tra verifiche tecniche, fondi non ancora sbloccati e cantieri fermi nei territori il quadro resta pieno di ombre

Case di Comunità, la Regione rassicura ma i nodi restano: dal caso Crescentino alle strutture extra PNRR ferme, come Cavagnolo

Case di Comunità, la Regione rassicura ma i nodi restano: dal caso Crescentino alle strutture extra PNRR ferme, come Cavagnolo

Oggi, martedì 10 marzo in Consiglio regionale del Piemonte si è tornati a parlare di Case di Comunità. Un tema che sulla carta dovrebbe rappresentare il cuore della nuova sanità territoriale e che invece continua a produrre più interrogativi che certezze. Le rassicurazioni dell’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi arrivano puntuali, accompagnate da numeri e cronoprogrammi. Ma basta scavare un poco sotto la superficie per capire che il quadro è molto meno lineare di quanto il comunicato ufficiale lasci intendere.

In aula si è discusso attraverso due question time: uno presentato dalla consigliera Alice Ravinale di Alleanza Verdi Sinistra, l’altro dalla consigliera Monica Canalis del Partito Democratico. Due interrogazioni diverse, ma unite da una stessa domanda di fondo: a che punto è davvero la rete della sanità territoriale piemontese?

Monica Canalis, consigliera regionale del Pd

La risposta dell’assessore Riboldi è stata, almeno formalmente, rassicurante. Il Piemonte — ha spiegato — sta portando avanti un programma molto importante di rafforzamento della sanità territoriale. Nell’ambito degli interventi finanziati dal PNRR sono previste 82 Case della Comunità e 27 Ospedali di Comunità sul territorio regionale. Il piano complessivo di edilizia sanitaria della Regione, ha ricordato l’assessore, arriva a quasi 5 miliardi di euro e prevede in totale 91 Case di Comunità e 30 Ospedali di Comunità, oltre alla costruzione di 11 nuovi ospedali.

Fin qui, la fotografia ufficiale. Una fotografia ordinata, lineare, perfettamente compatibile con i target europei del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ma il problema è che la realtà dei territori racconta qualcosa di più complesso.

Secondo la programmazione illustrata in aula, 49 Case della Comunità dovrebbero entrare in funzione entro maggio 2026, altre 20 entro giugno, mentre le restanti 13 entro la fine dell’anno. Anche per gli Ospedali di Comunità il cronoprogramma appare definito: 17 strutture attive entro giugno, una entro agosto e le altre entro dicembre.

Numeri che, letti così, suggeriscono un sistema ormai in dirittura d’arrivo. Ma la domanda che resta sospesa è molto semplice: quali sono queste strutture?

Nella risposta dell’assessore non c’è alcun elenco. Non si sa quali delle 82 Case della Comunità apriranno davvero a maggio, quali a giugno, quali invece dovranno aspettare la fine dell’anno. Un dettaglio tutt’altro che secondario, perché proprio sui territori la situazione appare assai meno definita.

Il caso più emblematico riguarda Crescentino, citato dallo stesso Riboldi come uno degli interventi più delicati. Per quella struttura, ha spiegato l’assessore, sono in corso “approfondimenti tecnici” richiesti dai ministeri competenti. Tradotto: il progetto è sotto verifica. E non è nemmeno escluso che l’intervento possa non essere confermato nell’ambito del PNRR. Se così fosse, la Regione sarebbe pronta a intervenire con fondi propri per portare comunque a termine l’opera.

Una soluzione che suona più come un piano di emergenza che come una programmazione ordinata. E che dimostra quanto il sistema sia ancora in fase di assestamento.

Ma la questione più delicata non riguarda soltanto le strutture finanziate con il PNRR. Anzi. Il vero punto critico emerge quando si guarda alle Case di Comunità che non rientrano nei fondi europei.

È il caso, tra gli altri, della Casa di Comunità di Cavagnolo, destinata a servire un’ampia area collinare tra il Chivassese e l’Astigiano. Qui la storia è più lunga e racconta bene le difficoltà della sanità territoriale piemontese.

Il progetto nasce diversi anni fa, quando il Comune di Cavagnolo si propone come sede di una nuova struttura sanitaria di prossimità per la collina. L’idea prende forma nel tempo e trova una prima concretizzazione nel febbraio 2024, quando viene firmato un protocollo d’intesa tra Comune, Regione e ASL TO4 per realizzare la struttura nell’area dell’ex Consorzio Agrario di via Cristoforo Colombo. La previsione è ambiziosa: una Casa di Comunità moderna, dedicata anche alla memoria delle vittime dell’amianto, al servizio di un territorio vasto e privo di ospedali.

Il costo stimato dell’intervento è di circa 3 milioni e 200 mila euro. La progettazione avrebbe dovuto concludersi entro il 2024, con l’obiettivo di andare in appalto nel 2025 e vedere la struttura realizzata nel 2026.

Una prospettiva che, almeno sulla carta, sembrava perfettamente compatibile con i tempi della nuova medicina territoriale.

Poi però è arrivata la realtà dei finanziamenti. La Casa di Comunità di Cavagnolo, come altre nove strutture piemontesi, non è stata finanziata con i fondi del PNRR. Per queste opere la Regione ha scelto di utilizzare un’altra fonte: i fondi statali previsti dall’articolo 20 della legge 67 del 1988, integrati da una quota di cofinanziamento regionale.

In teoria il meccanismo è semplice. In pratica, molto meno.

Le aziende sanitarie interessate hanno trasmesso alla Regione le stime preliminari degli interventi e nel giugno 2025 è stata impegnata la quota di cofinanziamento regionale. Ma manca ancora un passaggio decisivo: la firma dell’Accordo di programma Stato-Regione, necessario per sbloccare definitivamente i fondi.

Senza quell’accordo, i finanziamenti non arrivano alle Asl e i cantieri non partono.

Ed è proprio questo il punto sollevato dalla consigliera Monica Canalis nel suo question time. Secondo l’esponente del Partito Democratico, per sette Case di Comunità extra PNRR — tra cui proprio Cavagnolo — l’iter è sostanzialmente fermo. Le strutture interessate sono quelle di via Farinelli 25 e via Pellico 19 a Torino, oltre a Oulx, Cavagnolo, Carignano, Canale e Cortemilia.

Un ritardo che rischia di produrre un effetto paradossale. Mentre le Case di Comunità finanziate con il PNRR si avvicinano all’apertura, quelle finanziate con altri fondi restano indietro. Con il risultato di creare una sanità territoriale a due velocità.

È una contraddizione che affonda le radici nella stessa programmazione regionale. Quando nel 2022 la Regione Piemonte definì l’elenco delle strutture finanziate dal PNRR, si sapeva già che i fondi europei non sarebbero bastati per coprire tutte le Case di Comunità previste dal piano sanitario. Il Piemonte aveva individuato 91 strutture necessarie, ma il PNRR ne finanziava soltanto 81. Le altre avrebbero dovuto trovare altre fonti di finanziamento.

Oggi si scopre che proprio quelle strutture rischiano di essere le più in ritardo.

Il problema però non è solo edilizio. Anzi, forse non è nemmeno il principale.

Perché una Casa di Comunità non è semplicemente un edificio. È un modello organizzativo complesso che dovrebbe mettere insieme medici di medicina generale, infermieri di comunità, specialisti, assistenti sociali e servizi territoriali. Il cuore della riforma della sanità di prossimità prevista dal PNRR.

E qui emergono altre ombre.

Negli ultimi giorni sono circolate notizie preoccupanti sul personale necessario per far funzionare queste strutture. In alcune realtà si starebbe valutando il ricorso a infermieri e operatori socio-sanitari esternalizzati, cioè personale fornito attraverso appalti esterni. Allo stesso tempo non esiste ancora un accordo regionale con i medici di medicina generale che definisca il loro ruolo all’interno delle Case di Comunità.

Una situazione che alimenta dubbi sulla reale operatività delle strutture.

Perché aprire un edificio è relativamente semplice. Farlo funzionare ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, è tutta un’altra storia.

Ed è qui che entra in gioco l’interrogazione della consigliera Alice Ravinale, che ha chiesto alla Giunta regionale quali Case di Comunità piemontesi saranno effettivamente hub, cioè strutture aperte h24 come previsto dalle linee guida nazionali.

La risposta della Regione è stata sorprendente nella sua semplicità: tutte le Case di Comunità piemontesi sono considerate hub.

Un’affermazione che, se presa alla lettera, implica una rete territoriale completamente operativa giorno e notte. Ma che, alla prova dei fatti, solleva più di una perplessità. Perché una Casa di Comunità hub richiede una presenza continuativa di personale sanitario e infermieristico, oltre a una serie di servizi specialistici e diagnostici.

E se il problema del personale non è stato ancora risolto, diventa difficile immaginare come tutte le strutture possano garantire davvero un servizio h24.

Il rischio, denunciato dalle opposizioni, è che la riforma della sanità territoriale si trasformi in un grande piano edilizio: edifici nuovi, targhe inaugurali, ma servizi ancora da costruire.

È una critica politica, certo. Ma è anche una domanda concreta che riguarda il futuro della sanità piemontese.

Perché l’obiettivo delle Case di Comunità non è semplicemente quello di sostituire vecchie strutture con edifici nuovi. L’idea alla base della riforma è molto più ambiziosa: creare un sistema capace di intercettare i bisogni di salute prima che diventino emergenze ospedaliere.

Una medicina di prossimità che dovrebbe alleggerire i pronto soccorso e garantire assistenza continuativa ai pazienti cronici, agli anziani, alle persone più fragili.

Se il sistema funzionerà davvero, lo si capirà nei prossimi mesi.

Per ora resta una sensazione diffusa tra amministratori locali e operatori sanitari: quella di una macchina che corre per rispettare le scadenze europee, ma che fatica ancora a definire il proprio assetto definitivo.

Le risposte dell’assessore Riboldi in Consiglio regionale offrono un cronoprogramma. Ma non sciolgono tutti i nodi.

E mentre a Torino si discutono numeri e percentuali, nei territori si aspetta di capire quando — e soprattutto come — quelle Case di Comunità diventeranno davvero il cuore della sanità di prossimità piemontese.

Per luoghi come Cavagnolo, che da anni aspettano una struttura sanitaria capace di servire un intero territorio collinare, la risposta non è soltanto politica. È una questione di accesso alle cure.

E il tempo, in sanità, non è mai una variabile neutra.

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