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Cronaca

Tg3 Piemonte, le motivazioni dell’assoluzione: il tribunale smonta punto per punto le accuse contro Mazzeo

L’assoluzione risale al 2 dicembre 2025, ma sono le motivazioni a spiegare il senso della decisione: per i giudici non ci fu stalking sul lavoro, bensì uno scontro professionale, fatto di tensioni, mail, contestazioni e ...

Al Tg3 volavano stracci, ma non era stalking: ecco perché Mazzeo è stato assolto

La notizia è del 2 dicembre 2025. La terza sezione penale del Tribunale di Torino, presieduta dal giudice Immacolata Iadeluca, ha assolto Tarcisio Mazzeo, ex caporedattore del Tgr Piemonte, perché “il fatto non sussiste”, condannando la parte civile Michele Ruggiero al pagamento delle spese processuali sostenute dall’imputato, quantificate in 8.509 euro, oltre accessori.

Ma è leggendo le motivazioni della sentenza che si capisce davvero cosa è successo dentro quel processo. Perché le pagine dei giudici raccontano una storia molto diversa da quella che aveva portato Mazzeo davanti al tribunale.

Secondo l’accusa, tra il 2017 e il 2021 il caporedattore avrebbe perseguitato professionalmente il giornalista Michele Ruggiero attraverso una serie di comportamenti vessatori: contestazioni disciplinari ritenute ritorsive, presunti demansionamenti, gestione dei turni considerata punitiva, pressioni professionali e persino una mancata tutela delle condizioni di salute. Tutto questo, secondo l’impostazione accusatoria, avrebbe provocato uno stato di ansia e un cambiamento delle abitudini di vita della presunta vittima.

A queste accuse si aggiungeva anche quella di maltrattamenti, basata sull’idea che la redazione potesse essere assimilata a una sorta di ambiente parafamiliare in cui il superiore gerarchico esercita una posizione di supremazia sul dipendente.

La sentenza però ribalta completamente questa ricostruzione.

Il tribunale parte da una considerazione fondamentale: la “drammaticità” dei fatti descritti dalla parte civile appare fortemente influenzata da una percezione soggettiva. In altre parole, il fatto che un comportamento venga vissuto come mortificante non significa automaticamente che sia penalmente rilevante.

Perché si possa parlare di stalking sul lavoro servono comportamenti oggettivamente persecutori, reiterati e convergenti, cioè azioni chiaramente finalizzate a colpire una persona e a renderle la vita professionale impossibile.

E per i giudici questo quadro semplicemente “non c’è”..

Uno dei nodi centrali del processo riguarda le mail sulla linea editoriale, che secondo la parte civile dimostrerebbero l’atteggiamento vessatorio del caporedattore. Ma quando il tribunale analizza quelle mail il quadro cambia completamente.

Mazzeo scrive ai colleghi dopo aver rivisto il telegiornale e segnala un problema di equilibrio politico. In una delle mail più citate osserva che nel Tg delle 14 era stata aperta una pagina sul Partito Democratico della durata complessiva di oltre cinque minuti, con più di tre minuti dedicati a Matteo Renzi, proprio all’inizio della campagna elettorale. 

Una scelta che, scrive il caporedattore, rischia di creare problemi rispetto alla par condicio, cioè alla regola che impone equilibrio tra le forze politiche nei telegiornali durante il periodo elettorale.

Non solo. Nella stessa mail Mazzeo osserva anche che nel servizio non era stato ricordato che Luigi Di Maio aveva mancato un incontro con i familiari delle vittime dell’amianto, elemento che avrebbe riequilibrato la narrazione politica della notizia. 

In sostanza il caporedattore segnala uno sbilanciamento e invita i colleghi a consultarlo sulla gestione degli spazi politici. Nulla di più.

Per il tribunale questo comportamento non ha nulla di persecutorio: è semplicemente il modo in cui funziona una redazione giornalistica.

Le mail di Mazzeo, sottolineano i giudici, non contengono minacce né insulti. Sono comunicazioni professionali, inviate anche ad altri colleghi, che rientrano nella normale organizzazione del lavoro.

Anche il modo in cui Ruggiero risponde a quelle mail pesa nella valutazione del tribunale. I giudici osservano che il giornalista non appare affatto intimidito.

Al contrario, replica spesso con toni polemici e provocatori, arrivando persino ad assimilare alcune espressioni del caporedattore ad avvertimenti mafiosi o a gerarchie naziste e ribadendo più volte la propria disistima nei confronti della gestione della redazione. 

Un atteggiamento che, secondo i giudici, non è compatibile con quello di una persona sottoposta a una persecuzione.

Un altro capitolo importante riguarda le contestazioni disciplinari, che secondo l’accusa sarebbero state utilizzate come strumento di pressione. Anche qui la sentenza smonta la ricostruzione accusatoria.

Il caso più emblematico riguarda gli articoli pubblicati da Ruggiero su un sito online, Nuova Società, senza autorizzazione preventiva dell’azienda.

La sentenza ricorda che il contratto dei giornalisti Rai e la Carta dei diritti e dei doveri prevedono l’obbligo di chiedere autorizzazione prima di collaborare con altre testate. Mazzeo, in quell’occasione, si limita a chiedere al direttore se quell’autorizzazione esista oppure no. 

La contestazione disciplinare non parte nemmeno da lui: viene sollecitata da un altro dirigente, Roberto Pacchetti. 

Per i giudici quindi è impossibile parlare di ritorsione: la contestazione è legata a una norma contrattuale precisa e non nasce da un’iniziativa personale di Mazzeo.

Lo stesso schema emerge anche in altri episodi. Alcune contestazioni riguardano fatti che lo stesso Ruggiero ammette nella loro materialità, come la pubblicazione di articoli senza autorizzazione o il rifiuto di realizzare un’intervista a una persona ultracentenaria perché riteneva non fosse suo compito cercarla personalmente. 

Anche in questi casi, osserva il tribunale, Mazzeo non è il soggetto che decide le sanzioni disciplinari.

Un altro punto molto discusso nel processo riguarda il turno dell’alba, uno dei turni più pesanti per chi lavora in una redazione televisiva. Secondo l’accusa, l’assegnazione di quel turno sarebbe stata una forma di pressione nei confronti di Ruggiero.

Ma la sentenza ricostruisce la vicenda in modo diverso.

Dalle mail emerge che Mazzeo chiede semplicemente se esistano certificazioni del medico competente che impediscano a Ruggiero di svolgere quel turno. 

Ruggiero però, per sua stessa ammissione, non aveva informato il caporedattore delle proprie condizioni di salute perché riteneva di non avere alcun obbligo in tal senso. 

In assenza di indicazioni ufficiali dell’azienda o del medico competente, Mazzeo non aveva quindi alcun motivo per modificare l’organizzazione dei turni. E infatti i suoi superiori gli confermano che, senza ulteriori comunicazioni, non è necessario cambiare l’assegnazione del lavoro

Anche su questo punto il tribunale non individua alcuna condotta vessatoria, ancor più dopo aver capito che Ruggiero il turno all’alba proprio non lo voleva fare….

Nel corso del processo emergono poi altri episodi che descrivono una redazione attraversata da tensioni scatenate proprio da Ruggiero. Una collega, ad esempio, scrive ai dirigenti lamentando atteggiamenti aggressivi da parte dello stesso Ruggiero durante il lavoro di conduzione del telegiornale. E poi c'è il taxi, del quale Ruggiero non riesce a fare a meno.

Alla fine il tribunale arriva alla conclusione.

Anche mettendo insieme tutti gli episodi contestati — le mail, le contestazioni disciplinari, la gestione dei turni e l’organizzazione del lavoro — non emerge alcun comportamento persecutorio penalmente rilevante.

Gli episodi indicati dalla parte civile, scrivono i giudici, pur essendo stati vissuti come mortificanti “non appaiono tali a una valutazione oggettiva, nemmeno se considerati unitariamente”.

E proprio per questo motivo il reato di stalking non può essere configurato.

Il risultato è l’assoluzione piena di Tarcisio Mazzeo: il fatto non sussiste.

Per la cronaca Mazzeo era difeso dagli Marco Ferrero e Andrea Scaglia del Foro di Torino

Via Verdi a Torino, sede del Tgr

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