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L'Unione fa la forza
08 Marzo 2026 - 14:46
Benjamin Netanyahu
Un progetto malvagio e criminale quello in atto in medio oriente, un progetto che prevede lo smantellamento sistematico di qualsiasi barriera postbellica, con attacchi alle Nazioni Unite, a tribunali internazionali come la Corte Penale Internazionale e la Corte Internazionale di Giustizia, a meccanismi indipendenti per i diritti umani come il Relatore Speciale sulla Palestina, e al Diritto Internazionale stesso, il tutto per garantire l’assoluta impunità del Regime israeliano e dell’Impero Statunitense.
Ma qualcuno si è domandato il vero motivo di questa nuova guerra?
Solo otto mesi fa, dopo il cessate il fuoco con l’Iran, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che “nei 12 giorni dell’Operazione Leone Nascente, abbiamo ottenuto una vittoria storica, che durerà per generazioni”.
A quanto pare, questa “vittoria storica” non è durata nemmeno un anno, figuriamoci generazioni.
Questa volta, l’attacco aveva un obiettivo aggiuntivo: liberare il popolo iraniano dal dominio oppressivo degli Ayatollah. È noto che uno dei ruoli centrali di Israele in Medio Oriente è quello di far piovere libertà sui popoli della Regione con aerei da combattimento e bombardieri.

Improvvisamente, le vite degli iraniani sono diventate molto care ai cuori israeliani; così care che sono disposti a trascorrere lunghe notti nei rifugi antiaerei, sapendo che affronteranno pesanti perdite dalla loro parte, a patto che i nostri piloti portino buone notizie di libertà, o almeno l’assassinio della dirigenza iraniana e la distruzione delle infrastrutture e degli impianti nucleari delle Guardie della Rivoluzione Islamica.
Ma la retorica della solidarietà si è dissolta quasi con la stessa rapidità con cui era apparsa. Non appena hanno iniziato a emergere notizie di vittime civili, soprattutto dalla scuola elementare femminile di Minab, dove circa 150 bambine sono state uccise in un apparente attacco aereo israeliano, la presunta preoccupazione per il popolo iraniano si è rivelata flebile.
Il vero interesse in questa guerra:
Una cosa è certa Stati Uniti e Israele sono soci in affari e non è azzardato pensare che sarebbero disposti a mettere al vertice del paese un altro grande Ayatollah, anche più feroce verso le libertà, purché favorisca gli affari con loro.
Quella che vediamo da inermi spettatori non è altro che una nuova guerra che si estende dall’Iran, al Bahrein, al Libano, alla Turchia, fino a Cipro. Una guerra che si espande e investe ormai anche i confini dell’Unione europea. A una settimana dall’inizio dell’attacco Israelo-Americano all’Iran, resta incerta la strategia di Trump e dei suoi alleati.
Meloni, Salvini e soci chiedevano il Nobel per la Pace a Trump, i suoi elettori in USA speravano in un Trump pacifista tutto spostato sulla politica interna e che avrebbe abbandonato i teatri di guerra internazionali.
Qui non si tratta certo di prendere le parti del regime iraniano che è nemico non solo dei movimenti per le libertà civili ma anche delle organizzazioni sindacali, dagli insegnanti ai trasportatori, più volte repressi nel sangue dalla polizia.
Ma se guardiamo a Gaza, al Venezuela e a Cuba gli Stati Uniti e Israele sono soci in affari con metodi persino più oppressivi della teocrazia Iraniana. Sarebbero disposti a mettere al vertice del paese un altro grande Ayatollah, anche più feroce verso le libertà, purché favorisca gli affari con loro.
Pensare che americani e israeliani stiano bombardando per liberare il popolo iraniano è un pensiero infantile. Riguardo invece al rischio di una bomba atomica iraniana, ci porta alla fialetta “fake” che Colin Powell che agitò al palazzo di vetro dell’ONU per giustificare il massacro in Iraq. Siamo dinanzi ai soliti tentativi di enunciare alte ragioni etiche per nascondere i moventi profondi delle guerre in corso.
Veniamo ora al tema economico che dal mio punto di vista sta alla base della politica Trumpiana… intanto è chiaro che quando intraprendi una campagna militare e spendi ingenti capitali per finanziarla, in un modo o nell’altro, sia pure per vie traverse, ti devi per forza aspettare un ritorno economico. Specialmente se sei un paese significativamente indebitato verso il mondo, come gli Stati Uniti.
Se come è sempre più chiaro l’obiettivo di Trump è quello di costringere l’Iran a un cambio di regime, non solo controllerà un altro dei paesi esportatori di petrolio verso la Cina ma avrà pure il dominio di un’altra rilevante via di transito dell’energia. In fondo, bloccando lo stretto di Hormuz, l’Iran sta cercando proprio di comunicare ai cinesi cosa potrebbe voler dire un controllo filo-americano dell’area. Ma c’è di più.
L’altro motivo è che l’Iran e i suoi alleati, da Hezbollah ad Hamas, sono i veri guastafeste del famigerato progetto di corridoio commerciale IMEC (India, Medio Oriente ed Europa), propagandato dalle amministrazioni americane come espressa alternativa alla nuova via della seta cinese. Gli stessi accordi di Abramo, a ben vedere, sono funzionali a rendere Israele il grande gendarme, il garante di zona di quel corridoio. L’Iran è un evidente destabilizzatore di quel progetto. Ridimensionare l’Iran significa allora mettere in sicurezza la zona per promuovere gli affari degli americani e dei loro alleati, a dispetto della Cina. Insomma, il Tycoonsi si è lanciato in una tipica scommessa capitalista. Che tuttavia potrebbe andar male.
Il debito americano verso l’estero, e uno dei conseguenti limiti alla spesa militare americana. I dati del Bureau of Economic Analysis ci dicono che, fino alla grande recessione mondiale, per i soli interventi militari all’estero calcolati fuori bilancio gli Stati Uniti riuscivano a spendere oltre l’uno percento del Pil. Oggi sono scesi allo zero virgola uno, cioè un crollo del novanta percento. Questo spiega, tra l’altro, la mutata natura delle aggressioni americane: un tempo erano vere e proprie invasioni, oggi si limitano a bombardamenti affiancati alle lusinghe delle spie verso i corrotti dei regimi avversi. E’ un altro modo di dominare, con molti più vincoli, per certi versi più disperato. Questo spiega anche la smania con cui Trump pretende sostegno dai vecchi vassalli europei.
Ma è proprio il ruolo dell’Europa che oggi è imbarazzante, solo e unico è stato il Governo Spagnolo con Sanchez ad alzare la voce contro Trump.
Non a caso l’avvertimento di Trump a Sanchez va anche al di là della ricerca del consenso sull’attacco all’Iran. Si tratta infatti dell’ennesimo tentativo americano di disunire la politica commerciale dell’UE. Il principio di unità in materia commerciale è uno degli ultimi pilastri su cui ancora regge la fragile unità europea. L’amministrazione trumpiana vuole dividere per dominare e per questo cerca di abbattere quel pilastro. I leader europei dovrebbero reagire chiarendo che questo gioco americano è ormai scoperto e porterà solo a una reazione comune dell’Ue. Von der Leyen ama inventarsi comandante in capo quando si tratta di guerra, che non è sua competenza. Mentre su questi temi, espressamente enunciati dai trattati Ue, si chiude in un patetico silenzio.
Io credo che il nostro Paese e l’Europa siano dinanzi a un crocevia. Possiamo piantare in terra la bandiera pacifista, forti del fatto che una maggioranza ancora piuttosto ampia della popolazione si esprime contro la guerra. Oppure possiamo lasciare che le tipiche brame da vassalli dell’impero americano seducano i nostri leader e li sospingano a entrare in questo nuovo caos bellico.
La prima opzione può essere vincente, ma il movimento pacifista al quale appartengo dovrebbe impegnarsi a diffondere una consapevolezza. La guerra moderna, in ultima istanza, è sempre guerra capitalista. Per questo non ha mai giustificazioni solo etiche. Solo cambiando le classi dirigenti del Paese in una vera battaglia anticapitalistica sarà possibile un mondo di Pace. Le sole bandiere arcobaleno seppur importanti sono insufficienti.
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