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08 Marzo 2026 - 11:56
Le nuove sedute del Giacosa accendono Ivrea: “Belle”, “orribili”, “ci si cuoce il sedere”
A Ivrea succede sempre così: basta una panchina per accendere una discussione nazionale. Non nel senso geografico, ma in quello emotivo. Perché qui le panchine non sono mai solo panchine. Sono simboli, battaglie civili, referendum popolari.
Le nuove sedute davanti al Teatro Giacosa? Sono arrivate sabato e hanno già fatto il loro ingresso ufficiale nel luogo dove si decide tutto: Facebook. Il consiglio comunale della città parallela. Senza ordine del giorno, senza campanella, ma con un entusiasmo democratico che farebbe impallidire l’Assemblea costituente.
E lì, come da tradizione, è successo di tutto.
Partiamo dall’impatto visivo. C’è chi le ha viste e ha pensato: belle. Moderne. Finalmente qualcosa di diverso dalle solite panchine con le assi di legno e il ferro battuto. Qualcuno dice che stanno perfino bene davanti al teatro, quasi come se facessero parte della scenografia. Un arredo urbano con ambizioni artistiche. In fondo, davanti a un teatro, anche le pietre possono aspirare a fare gli attori.
Poi però arriva l’altra metà della città. Quella che non fa sconti.
Per qualcuno queste sedute sono semplicemente brutte. Non brutte in modo raffinato, brutte e basta. Senza appello. Qualcun altro si spinge oltre e le definisce “orrende”. C’è chi parla di “paesaggio lunare”, chi di “schifo totale”, chi incita la folla alla pubblica fustigazione del sindaco Matteo Chiantore.
E si sa: la delicatezza, sui social, è una specie in via d’estinzione.
Ma il vero tema non è solo l’estetica. È la funzionalità. Perché guardandole bene qualcuno ha fatto notare un dettaglio che agli architetti spesso sfugge: la schiena. Le sedute non hanno schienale. E questo basta a far scattare il sospetto che siano state progettate da qualcuno che non si siede mai davvero. O che, quando si siede, lo fa su una poltrona ergonomica con vista sul rendering.
Poi c’è la questione dell’altezza. Alcuni cittadini si sono già immaginati la scena: sedersi è facile, ma rialzarsi potrebbe diventare un’impresa. Qualcuno ironizza sulla necessità della gru, qualcun altro replica con orgoglio che a ottantacinque anni e cinquanta chili ci si alza benissimo da soli.
E così, più che un dibattito sull’arredo urbano, la discussione prende la forma di un torneo intergenerazionale: giovani ginnici contro schiene esperte.
Finita qui? Neanche per idea. Perché c’è il capitolo più delicato di tutti: il sole.
Il cemento chiaro è molto elegante sulla carta. Nei rendering funziona sempre. Ma ad agosto, quando il sole picchia sulla piazza, qualcuno teme che quelle sedute possano trasformarsi in una piastra rovente. Tradotto nel linguaggio scientifico di Facebook: sedere alla griglia. Qualcuno ha già previsto il menù: costine urbane cotte direttamente sul ciottolo.
La verità? Sotto sotto la questione vera è un’altra. Lo è sempre.
Le macchine.
C’è chi guarda quei ciottoli e vede soprattutto questo: un modo per impedire alle auto di parcheggiare davanti al teatro. E qui il dibattito prende la piega classica delle discussioni eporediesi. Da una parte chi applaude: finalmente la piazza torna a essere una piazza e non un parcheggio abusivo. Dall’altra chi vede l’ennesimo passo verso la desertificazione del centro: "togliete i parcheggi - dicono - e poi vi stupite se la gente scappa nei centri commerciali...".
È una discussione che a Ivrea esiste da almeno vent’anni e probabilmente sopravvivrà anche alle sedute a ciottolo. Quando queste saranno consumate dal tempo, dalla pioggia e dalle polemiche, qualcuno starà ancora discutendo di parcheggi sotto un post Facebook.
Inevitabile, infine, il ritorno del grande fantasma urbanistico della città: le panchine-bara.
Basta nominarle e la memoria si accende. Era il 2017 quando in piazza di Città comparvero quei blocchi di cemento scuro che, per molti cittadini, assomigliavano fin troppo a delle bare. Partirono ironie, proteste, perfino croci disegnate con il gesso. Ci fu chi le fotografò, chi le derise, chi le trasformò in simbolo politico. Finì come finiscono queste storie: con la loro rimozione.
Da quel giorno a Ivrea ogni nuova panchina viene osservata con la stessa diffidenza con cui si guarda un temporale all’orizzonte: magari non arriva, ma è meglio prepararsi.
Così ora tocca a queste sedute chiare, arrotondate, morbide nelle forme. Per qualcuno sono sculture urbane. Per altri sono semplicemente pietre grosse messe in mezzo alla piazza. Per qualcuno diventeranno presto tele per graffitari. Per altri l’ennesimo motivo per dire che “si stava meglio quando si stava peggio...”.
Il verdetto finale, però, non arriverà dai commenti. Arriverà dalla vita vera.
Quando qualcuno si fermerà davvero a sedersi prima di entrare a teatro. Oppure passerà oltre commentando "che cagata...!".
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