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04 Marzo 2026 - 00:34
Alberto Avetta, consigliere regionale del Pd
La partita dei ponti piemontesi torna al centro del dibattito regionale e lo fa con toni che non ammettono sfumature. A sollevare il caso, con un’interrogazione urgente rivolta al presidente del Consiglio regionale Davide Nicco e alla Giunta, è il consigliere regionale Alberto Avetta, che chiede conto dello stato reale degli interventi e soprattutto del destino delle risorse stanziate ormai più di sei anni fa.
Nel dicembre 2019 il Governo aveva messo sul tavolo i fondi per la messa in sicurezza e la ricostruzione dei ponti nel bacino del Po. Un piano da oltre 135 milioni di euro solo per il Piemonte, con 32 infrastrutture interessate su 76 complessive. Numeri importanti, annunci rilevanti, aspettative alte. Ma oggi la domanda è brutale nella sua semplicità: quei soldi si stanno trasformando in cantieri o rischiano di restare intrappolati tra proroghe, decreti e scadenze capestro?
La Città metropolitana di Torino ha formalmente trasmesso al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti la manifestazione di interesse per accedere ai finanziamenti del Decreto Ponti. Non una generica richiesta, ma un pacchetto preciso da 61,1 milioni di euro. Dentro ci sono opere che incidono direttamente sulla sicurezza e sulla viabilità di interi territori. Il nuovo ponte Preti sulla Statale 565 Pedemontana a Strambinello, da 25,5 milioni di euro. Il nuovo ponte di Castiglione Torinese lungo la Provinciale 92, da 14 milioni, di cui oltre 2 milioni coperti con fondi ministeriali FSC 2017–2021. Il ponte tra Crescentino e Verrua Savoia, con lavori in corso per 6 milioni e un milione aggiuntivo di opere complementari, per un totale di 7 milioni. Il ponte di Borgo Revel sulla Dora Baltea, 3,5 milioni, inserito in un intervento più ampio che prevede anche il raddoppio dell’infrastruttura e l’adeguamento della S.P. 31bis. Il ponte sul Po a Carignano, 6,5 milioni. Il ponte di Inverso Pinasca, 1,8 milioni complessivi. Il ponte di Villafranca Piemonte, 2,8 milioni complessivi.

Non si tratta di progetti astratti. Si tratta di ponti che ogni giorno sostengono traffico, lavoro, collegamenti tra comuni, imprese e cittadini. E proprio per questo l’interrogazione di Alberto Avetta non si limita a una richiesta di aggiornamento tecnico, ma assume un tono politico preciso. «Non possiamo limitarci a elencare cifre e decreti. Qui parliamo di sicurezza dei cittadini e di infrastrutture strategiche per il territorio», sottolinea il consigliere. «Le risorse ci sono, i progetti sono stati trasmessi al MIT. La domanda è: a che punto siamo davvero?».
Il punto critico, infatti, è tutto nelle scadenze. L’articolo 5, comma 4, del decreto legge 89 del 29 giugno 2024, convertito nella legge 120 dell’8 agosto 2024, fissava al 31 dicembre 2024 il termine per l’aggiudicazione degli interventi. Termine poi spostato al 31 dicembre 2025. Ma la successiva modifica dell’articolo 9 del decreto legge 200/2025 ha ridefinito il quadro: per il programma “Ponti sul Po” l’aggiudicazione e la consegna dei lavori dovranno avvenire entro il 30 giugno 2026.
Una data che pesa come un macigno. Perché la proposta di ulteriore proroga al 31 dicembre 2026, promossa dal senatore Pella insieme ad Anci, è stata bocciata durante l’esame parlamentare del Milleproroghe. Nel testo convertito nella legge 26 del 27 febbraio 2026 quella proroga non compare. La scadenza resta fissata al 30 giugno 2026.
Ed è qui che l’interrogazione affonda il colpo. «Confermare il termine al 30 giugno 2026 rappresenta un brusco arresto per gli obiettivi di messa in sicurezza dei ponti piemontesi», mette nero su bianco Avetta. Parole pesanti. «Tutti, Regione e Ministero inclusi, sono assolutamente consapevoli che confermare questa scadenza significa, di fatto, impedire la messa a terra degli interventi». Non un timore generico, ma un’accusa precisa: i tempi tecnici per progettazioni, gare, affidamenti e consegne rischiano di non essere compatibili con la tagliola normativa.
Il consigliere chiede alla Giunta se la Regione stia seguendo passo dopo passo l’evolversi della situazione e quale sia l’esito, presso il MIT, della manifestazione di interesse presentata dalla Città metropolitana di Torino.
«La Regione sta esercitando fino in fondo il proprio ruolo di coordinamento e pressione istituzionale?», incalza. «Abbiamo la certezza che questi interventi verranno aggiudicati e consegnati nei tempi imposti, oppure stiamo correndo verso una scadenza che rischia di far saltare tutto?».
Insomma: il passaggio formale è stato compiuto e si attende una risposta chiara da Roma. Perché senza il via libera ministeriale e senza un allineamento concreto tra enti, i 61,1 milioni destinati al territorio torinese – dentro un piano complessivo da oltre 135 milioni per il Piemonte – potrebbero restare bloccati.
La questione non è soltanto amministrativa. È politica. È una verifica di responsabilità tra livelli istituzionali. «Non possiamo permetterci di perdere queste risorse né di rimandare ancora interventi che riguardano la sicurezza delle nostre comunità», ribadisce Alberto Avetta. «Il Consiglio regionale deve essere aggiornato in modo puntuale e trasparente sullo stato reale dei progetti».
Il 30 giugno 2026 si avvicina. E sui ponti piemontesi si gioca una partita che va oltre i numeri: riguarda la credibilità delle istituzioni e la capacità di trasformare stanziamenti e decreti in opere concrete. Stavolta, più che mai, non basteranno le promesse. Serviranno risposte.
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