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03 Marzo 2026 - 17:56
Jacopo Suppo
Altro che fine anno. Per la messa in sicurezza dei ponti di Castiglione, Carmagnola, Villafranca, Villanova e Strambinello (Preti) – attraversati ogni giorno da pendolari, autobus scolastici e mezzi pesanti – il tempo non scadrà il 31 dicembre 2026. Si fermerà prima. Molto prima: 30 giugno 2026.
Il Milleproroghe è diventato legge, ma nel testo definitivo non c’è traccia dell’emendamento firmato da Roberto Pella (Forza Italia), sostenuto da Anci e appoggiato trasversalmente da tutte le forze parlamentari. Quella proposta avrebbe spostato la scadenza a fine anno, concedendo ai Comuni e a Città metropolitana il tempo necessario per completare un percorso tutt’altro che semplice: progettazioni definitive ed esecutive, validazioni, gare, verifiche antimafia, aggiudicazioni, apertura dei cantieri.
L’emendamento è stato bocciato. La proroga resta, ma è più corta, più rigida, più rischiosa.

"Il provvedimento non stanzia nuove risorse per i ponti - sottolinea il vicesindaco di Città Metropolitana Jacopo Suppo - si limita a prorogare l’utilizzo dei fondi già assegnati per la messa in sicurezza delle infrastrutture, comprese quelle del bacino del Po e di competenza degli enti territoriali. Ma il termine ultimo non sarà il 31 dicembre 2026. Sarà il 30 giugno. Sei mesi in meno che, nel mondo delle opere pubbliche, non sono un dettaglio burocratico. Sono la differenza tra programmare con un minimo di respiro e lavorare con l’acqua alla gola...".
Per la Città metropolitana di Torino il tema è tutto fuorché teorico. Parliamo di infrastrutture distribuite su un territorio vastissimo, tra pianura, colline e valli, spesso datate e sottoposte a carichi crescenti. Qui la messa in sicurezza non è una voce di bilancio: è una priorità strutturale.
“Con Anci – spiega Suppo – chiederemo almeno che entro giugno sia sufficiente concludere la progettazione, senza pretendere anche l’assegnazione delle opere”.
Una richiesta che ha il sapore del pragmatismo amministrativo. Tra chiudere un progetto e aggiudicare un appalto si apre una sequenza obbligata di verifiche tecniche, controlli contabili, passaggi di gara. Procedure che non si comprimono per decreto.
Il nodo è tutto qui: entro giugno 2026 non basterà avere un progetto pronto, ma occorrerà aver completato l’intera filiera amministrativa. Significa stringere tempi già stretti, aumentare il rischio di errori, di contenziosi, o peggio di perdere i finanziamenti per il mancato rispetto delle scadenze.
Suppo non nasconde l’amarezza politica. L’emendamento Pella, ricorda, non era una bandiera di parte, ma una proposta condivisa da Anci e da tutti i gruppi parlamentari. La sua bocciatura, osserva, “dice molto sulla considerazione che il Governo ha nei confronti dei Comuni”.
Parole che segnano una frattura crescente tra centro e autonomie locali. Perché non si chiedono privilegi, ma tempi compatibili con la realtà degli enti.
A rendere il quadro ancora più incerto c’è un secondo elemento. Entro aprile 2025 il Governo avrebbe dovuto comunicare l’elenco delle opere effettivamente finanziate tra quelle candidate dagli enti locali dopo la ricognizione richiesta ai territori. Quell’elenco, ad oggi, non è mai arrivato.
“Stiamo continuando a lavorare sulla progettazione e a spendere risorse. Ma non sappiamo se le opere candidate saranno accettate”.
È il paradosso della programmazione al buio: si investono soldi pubblici, si mobilitano uffici tecnici, si elaborano progetti senza avere la certezza che quei ponti rientreranno tra quelli coperti dai fondi statali.
Non si sa quali interventi saranno finanziati. Non si sa quali ponti avranno le risorse necessarie. Non si sa quali progettazioni rischiano di restare sulla carta. Alla scadenza ravvicinata si somma l’assenza di un quadro chiaro.
Le cifre in gioco non sono marginali. Per l’area della Città Metropolitana di Torino si parla di oltre 66 milioni di euro destinati a ponti e viadotti, all’interno di un piano regionale che supera complessivamente i 135 milioni di euro. Risorse che, senza lo sblocco definitivo delle procedure, restano però sulla carta.
La proroga al 30 giugno 2026, così, non risolve il problema. Lo accentua. Sei mesi in meno per mettere in sicurezza infrastrutture strategiche in un territorio complesso. Sei mesi in meno per evitare che un ponte diventi un collo di bottiglia per la viabilità o, peggio, un fattore di rischio.
I ponti non sono capitoli astratti di spesa. Sono collegamenti vitali tra comuni, accessi a scuole e ospedali, arterie per le aree produttive. Sono pezzi di quotidianità.
Giugno 2026 può sembrare una data lontana nei palazzi romani. Per chi deve progettare, bandire e aggiudicare lavori pubblici, è domani mattina. A Torino il conto alla rovescia è già partito. Con progetti avviati, risorse impegnate e una lista di opere finanziate che ancora non c’è.
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