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01 Marzo 2026 - 08:55
Ali Khamenei
Ali Hosseini Khamenei è stato per oltre tre decenni il vertice politico e religioso della Repubblica Islamica dell’Iran, l’uomo che più di ogni altro ha modellato l’assetto istituzionale nato dalla rivoluzione del 1979. Nato nel 1939 a Mashhad, in una famiglia di religiosi sciiti di origine azera, ha ricevuto una formazione teologica nelle hawza, i seminari religiosi, studiando a Mashhad e poi a Qom, centro del pensiero sciita. Negli anni Sessanta si è avvicinato al movimento guidato dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, diventando uno dei predicatori attivi contro lo scià Mohammad Reza Pahlavi. È stato arrestato più volte dalla polizia politica del regime, la SAVAK, e ha trascorso periodi in carcere e in esilio interno. Quell’esperienza ha contribuito a costruire la sua legittimazione rivoluzionaria.
Dopo la Rivoluzione islamica del 1979, che ha rovesciato la monarchia, Khamenei è entrato rapidamente nel nuovo sistema di potere. È stato tra i fondatori del Partito della Repubblica Islamica e ha assunto incarichi rilevanti nella fase di consolidamento dello Stato. Nel 1981 è stato eletto presidente della Repubblica, pochi mesi dopo essere sopravvissuto a un attentato che gli ha lesionato in modo permanente un braccio. Ha guidato il Paese fino al 1989, durante la guerra con l’Iraq di Saddam Hussein, lavorando con il primo ministro Mir-Hossein Mousavi in un contesto segnato da mobilitazione militare, isolamento internazionale e repressione degli oppositori interni.
Alla morte di Khomeini, nel 1989, l’Assemblea degli Esperti lo ha scelto come nuova Guida Suprema. La decisione ha richiesto un adattamento costituzionale, perché Khamenei non era tra i religiosi con il grado più elevato. Da quel momento ha concentrato nelle proprie mani le leve decisive del sistema: comando delle forze armate, nomina dei vertici della magistratura, dei responsabili dei media pubblici e di metà dei membri del Consiglio dei Guardiani, organismo che verifica la conformità delle leggi e seleziona i candidati alle elezioni. Attraverso l’“Ufficio della Guida”, una struttura che coordina rappresentanti personali presenti in ministeri, università, forze armate e province, ha esteso la propria influenza ben oltre le attribuzioni formali.
Nel corso degli anni ha consolidato un rapporto strategico con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), nato per difendere l’ordine rivoluzionario. L’IRGC è diventato un attore militare, politico ed economico di primo piano, con interessi in infrastrutture, energia, telecomunicazioni e commercio. Questo equilibrio tra autorità religiosa e apparato di sicurezza ha garantito stabilità al sistema, rafforzando al tempo stesso il peso degli apparati nella vita pubblica. Attorno alla leadership si è sviluppata anche una rete di fondazioni religiose ed economiche, tra cui Setad(Execution of Imam Khomeini’s Order), che amministrano patrimoni e partecipazioni industriali, assicurando autonomia finanziaria all’istituzione della Guida.
Sul piano interno, Khamenei ha supervisionato un sistema politico che combina elezioni regolari e controllo preventivo. Presidenti con orientamenti diversi si sono alternati sotto la sua guida: il pragmatico Akbar Hashemi Rafsanjani, il riformista Mohammad Khatami, il conservatore Mahmoud Ahmadinejad, il moderato Hassan Rouhani, fino a Ebrahim Raisi. In ogni fase ha mantenuto l’ultima parola sui dossier strategici, intervenendo quando ha ritenuto che aperture politiche o negoziati internazionali potessero alterare l’equilibrio del sistema. Le proteste del 2009, dopo la rielezione di Ahmadinejad, hanno rappresentato una sfida diretta. La risposta è stata un rafforzamento dell’apparato di sicurezza e un giro di vite sui media e sulla società civile. Dinamiche simili si sono ripetute nel 2019 e nel 2022, quando mobilitazioni popolari hanno contestato la situazione economica e le restrizioni sociali.
In politica estera, Khamenei ha sostenuto una linea di autonomia rispetto all’Occidente, definendo gli Stati Uniti il principale avversario strategico e ribadendo l’opposizione a Israele. Ha appoggiato una rete di alleanze con attori non statali in Libano, Siria, Iraq e Yemen, rafforzando il ruolo regionale dell’Iran. Allo stesso tempo, ha autorizzato negoziati quando li ha ritenuti funzionali agli interessi nazionali, come nel caso dell’accordo sul nucleare del 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), mantenendo però una posizione pubblica prudente e diffidente verso Washington.
Un altro pilastro della sua visione è stato il concetto di “economia di resistenza”, pensato per attenuare l’impatto delle sanzioni e promuovere autosufficienza produttiva. Nonostante questo indirizzo, l’Iran ha attraversato fasi di inflazione elevata, svalutazione della moneta e tensioni sociali. La gestione di queste crisi ha richiesto un bilanciamento costante tra concessioni limitate e controllo politico.
Dal punto di vista dottrinale, Khamenei ha ribadito il principio della velayat-e faqih, il governo del giurisperito, come fondamento della Repubblica islamica. Nei suoi discorsi pubblici ha alternato riferimenti religiosi, analisi geopolitiche e richiami all’identità rivoluzionaria. Ha utilizzato i sermoni del venerdì e i canali digitali ufficiali per parlare sia al pubblico interno sia al mondo islamico.
La sua lunga permanenza al vertice ha attraversato trasformazioni profonde: la fine della guerra con l’Iraq, l’espansione dell’influenza iraniana nella regione, le ondate di sanzioni internazionali, il confronto sul nucleare, l’emergere di una società giovane e connessa. Raccontare Ali Khamenei significa raccontare l’evoluzione della Repubblica islamica, un sistema costruito sull’intreccio tra autorità religiosa, apparato di sicurezza e gestione politica centralizzata, che ha segnato in modo determinante la storia contemporanea dell’Iran.
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