L’iniziativa, promossa da 16 organizzazioni italiane ed europee, tra cui la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici, ha accompagnato la presentazione di una petizione in difesa del diritto del popolo palestinese «alla vita e alla cura». Un gesto simbolico ma dal forte valore politico e professionale: camici bianchi schierati davanti agli ingressi degli ospedali per ribadire che la sanità non può essere piegata a logiche di controllo o di esclusione.
Al centro della mobilitazione c’è la decisione che, a partire dal 28 febbraio, obbligherebbe 37 organizzazioni non governative, tra cui Medici Senza Frontiere e Oxfam, a lasciare Gaza e la Cisgiordania dopo il rifiuto di consegnare i nominativi del personale palestinese. Una richiesta giudicata «inaccettabile e senza precedenti» dalle organizzazioni promotrici del flash mob.
«Siamo qui davanti alle nostre strutture sanitarie – hanno spiegato i promotori – perché la sanità non è neutrale quando la cura viene trasformata in un crimine. Siamo qui perché bandire le Ong da Gaza significa privare una popolazione stremata delle ultime possibilità di sopravvivenza e violare ancora una volta il diritto internazionale».
Nel mirino delle associazioni non c’è solo l’allontanamento delle organizzazioni umanitarie, ma anche il rischio di una “schedatura” del personale umanitario e di una “targettizzazione” dei sanitari, termini che evocano la possibilità di identificare e rendere vulnerabili operatori impegnati in contesti di guerra e crisi umanitarie. Per i promotori, si tratta di una linea rossa che non può essere superata: l’autonomia professionale e la protezione dei sanitari sono pilastri riconosciuti dalle convenzioni internazionali.
Il messaggio lanciato dai camici bianchi italiani è chiaro: la tutela della salute non può essere subordinata a dinamiche politiche o militari. In un contesto come quello di Gaza, già segnato da distruzioni diffuse e da un sistema sanitario al collasso, l’uscita delle Ong rischierebbe di aggravare ulteriormente la crisi umanitaria.
La mobilitazione di oggi non è stata solo un atto di solidarietà internazionale, ma anche una presa di posizione identitaria della comunità sanitaria. Difendere il diritto alla cura, sostengono i promotori, significa difendere il cuore stesso della professione medica. E quando l’accesso alle cure diventa terreno di scontro, restare in silenzio – è il senso del flash mob – non è un’opzione.
