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24 Febbraio 2026 - 11:05
Dai ghiacci della Transilvania emerge un batterio resistente a dieci antibiotici moderni: minaccia dal passato o chiave per nuove cure?
Sotto venticinque metri di ghiaccio, nel silenzio immobile della grotta di Scărișoara, in Transilvania, la scienza ha trovato una storia che obbliga a rivedere molte certezze. Un batterio rimasto intrappolato per circa 5.000 anni in uno strato di acqua congelata si è rivelato resistente a dieci antibiotici moderni, compresi farmaci di prima linea come la vancomicina e la ciprofloxacina. Non solo: nel suo genoma sono stati individuati quasi cento geni legati alla resistenza antimicrobica e circa seicento geni ancora di funzione sconosciuta.
Il microrganismo, descritto in uno studio pubblicato su Frontiers in Microbiology, appartiene al genere Psychrobacter, batteri adattati alle basse temperature e talvolta responsabili di infezioni in animali e uomini. Il ceppo isolato è stato denominato Psychrobacter SC65A.3. È stato recuperato da una carota di ghiaccio lunga 25 metri, corrispondente a circa 13.000 anni di stratificazione, estratta in condizioni sterili per evitare contaminazioni moderne.
Il dettaglio che colpisce non è solo la sua resistenza, ma il contesto in cui si è evoluto. Questo batterio non ha mai incontrato antibiotici sintetici, non è stato esposto a inquinamento industriale, non ha subito la pressione selettiva dell’uso massiccio di farmaci che caratterizza l’era contemporanea. Eppure possiede un arsenale genetico capace di neutralizzare molecole sviluppate dall’uomo negli ultimi decenni.
La scoperta rimette al centro un principio spesso sottovalutato: la resistenza agli antibiotici non è un fenomeno esclusivamente moderno. I batteri combattono tra loro da miliardi di anni, producendo naturalmente sostanze antimicrobiche e sviluppando meccanismi di difesa. Gli antibiotici che utilizziamo in medicina sono, in larga parte, derivati o ispirati a molecole già presenti in natura. Ciò significa che anche i geni della resistenza hanno radici antiche.
Il ceppo di Psychrobacter isolato in Romania è stato messo alla prova contro 28 antibiotici appartenenti a dieci classi diverse, utilizzati per trattare infezioni delle vie urinarie, respiratorie, gastrointestinali e perfino la tubercolosi. La risposta è stata netta: resistenza a dieci di questi farmaci. Tra essi la vancomicina, impiegata contro le gravi infezioni da Clostridioides difficile, e la ciprofloxacina, largamente usata in ambito clinico.
Il dato apre interrogativi inquietanti. Se batteri rimasti isolati per millenni possiedono già strumenti per difendersi da antibiotici moderni, significa che il bacino naturale dei geni di resistenza è molto più ampio di quanto si immaginasse. Gli ambienti estremi – ghiacciai, permafrost, grotte – potrebbero rappresentare vere e proprie riserve genetiche pronte, in determinate condizioni, a interagire con il mondo microbico attuale.
In un’epoca di cambiamento climatico, il tema assume un ulteriore livello di complessità. Lo scioglimento dei ghiacci, dall’Artico alle montagne europee, sta riportando in superficie microrganismi antichi. La maggior parte non rappresenta un pericolo diretto, ma il rilascio di geni di resistenza in ecosistemi già stressati dall’uso massiccio di antibiotici potrebbe contribuire ad amplificare un problema globale. L’antibiotico-resistenza è già oggi considerata una delle principali minacce per la salute pubblica, con milioni di infezioni ogni anno difficili da trattare.
Eppure la scoperta non è solo fonte di allarme. Nel genoma del batterio sono stati individuati undici geni potenzialmente capaci di ostacolare la crescita di altri microrganismi, inclusi batteri, funghi e virus. In altre parole, questo antico sopravvissuto potrebbe custodire molecole o enzimi utili a sviluppare nuovi farmaci

La ricerca sugli ambienti estremi, negli ultimi anni, ha offerto più di una sorpresa. Dai fondali oceanici ai deserti ghiacciati, i microrganismi adattati a condizioni proibitive producono composti chimici originali, spesso con proprietà antimicrobiche o antitumorali. In questo senso, Psychrobacter SC65A.3 potrebbe trasformarsi da potenziale minaccia a risorsa biotecnologica.
Il paradosso è evidente: lo stesso patrimonio genetico che consente al batterio di resistere agli antibiotici potrebbe contenere le chiavi per svilupparne di nuovi. La natura, ancora una volta, mostra di essere laboratorio e antagonista insieme.
Resta però il nodo della gestione. I campioni di ghiaccio sono stati trattati in condizioni sterili e analizzati in laboratorio, ma la questione del rilascio accidentale o naturale di microrganismi antichi è destinata a diventare sempre più centrale nel dibattito scientifico. Non si tratta di scenari apocalittici, ma di valutare con rigore i rischi legati alla crescente interazione tra ecosistemi isolati e attività umane.
Gli autori dello studio sottolineano che la resistenza osservata è frutto di un’evoluzione naturale, non di contaminazioni recenti. Questo dato rafforza l’idea che i geni della resistenza siano parte integrante del patrimonio microbico globale. L’uso eccessivo di antibiotici in medicina e in zootecnia non crea la resistenza dal nulla, ma seleziona e amplifica varianti già esistenti.
La scoperta in Transilvania invita dunque a una riflessione più ampia. La lotta contro l’antibiotico-resistenza non può limitarsi alla ricerca di nuove molecole: deve includere una gestione responsabile dei farmaci esistenti, un monitoraggio ambientale più attento e una comprensione profonda delle dinamiche evolutive dei microrganismi.
In fondo, quel batterio rimasto intrappolato per cinquemila anni sotto il ghiaccio racconta una storia di adattamento e sopravvivenza. Non è un intruso del passato che invade il presente, ma un testimone della lunga guerra invisibile tra microbi. Una guerra che l’uomo ha solo imparato a osservare da poco più di un secolo.
Minaccia o opportunità? Probabilmente entrambe. La scienza ora ha il compito di studiarlo senza allarmismi, ma con consapevolezza. Perché nei ghiacci della Transilvania non c’è soltanto un batterio resistente: c’è un promemoria potente sulla complessità della vita microscopica e sui limiti del nostro controllo.
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