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USA schierano due portaerei contro l’Iran: il mondo a un passo dalla guerra?

La USS Gerald R. Ford nel Mediterraneo e la USS Abraham Lincoln nel Golfo dell’Oman: Washington prepara l’attacco o alza la pressione su Teheran mentre evacua Beirut

USA schierano due portaerei contro l’Iran: il mondo a un passo dalla guerra?

USA schierano due portaerei contro l’Iran: il mondo a un passo dalla guerra?

All’imbrunire, nel tratto di mare tra Gibilterra e il Mediterraneo, alcuni osservatori indipendenti hanno fotografato la sagoma della portaerei USS Gerald R. Ford, una delle unità più avanzate della US Navy. Nelle stesse ore, più a est, la USS Abraham Lincoln ha continuato a operare tra il Golfo dell’Oman e l’Arabian Sea. Due gruppi portaerei schierati in aree contigue, ciascuno con una scorta di cacciatorpediniere e incrociatori dotati di sistema AEGIS, il sistema di difesa e combattimento integrato della marina statunitense. È un dispositivo che consente di proiettare forza aerea e missilistica a grande distanza e che, secondo diversi analisti, rappresenta una soglia operativa concreta in caso di attacco all’Iran. Resta però un punto fermo: la presenza di mezzi non equivale a una decisione di usarli.

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Il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare e poi della Difesa, ha spiegato che uno schieramento di questo tipo permette di condurre uno strike in tempi rapidi, ma non implica automaticamente che l’attacco sia stato deciso. La funzione primaria, ha osservato, è mantenere l’incertezza. La deterrenza si basa anche su questo: dimostrare di avere la capacità pronta, lasciando all’avversario il dubbio su tempi e modalità. Finché non arriva un ordine politico, il dispositivo resta una minaccia potenziale. Se l’ordine arriva, la conversione operativa è immediata.

La USS Gerald R. Ford (CVN-78) ha attraversato lo Stretto di Gibilterra il 20 febbraio 2026. Con lei sono state osservate unità di scorta come la USS Mahan (DDG-72), la USS Winston S. Churchill e la USS Bainbridge, tutte cacciatorpediniere lanciamissili. Parallelamente, la USS Abraham Lincoln (CVN-72) ha guidato il proprio gruppo navale nell’area sotto responsabilità del CENTCOM (Central Command), il comando militare statunitense competente per il Medio Oriente. La presenza simultanea di due portaerei in questa regione non è abituale e aumenta il numero di sortite aeree possibili, la copertura difensiva contro missili e droni e la flessibilità strategica.

Fonti del Pentagono hanno confermato che l’amministrazione Trump ha autorizzato il mantenimento di due gruppi portaerei nell’area, prolungando la permanenza della Ford oltre i tempi inizialmente previsti. È un segnale politico e militare insieme: indica che l’opzione militare è stata resa disponibile, mentre i canali diplomatici restano formalmente aperti.

Sul piano operativo, le portaerei imbarcano una combinazione di F-35, F/A-18E/F Super Hornet, velivoli da guerra elettronica EA-18G Growler e aerei radar E-2 Hawkeye per l’allerta precoce. Gli F-35 sono progettati per penetrare difese aeree avanzate grazie alla bassa osservabilità e per colpire obiettivi strategici protetti. Gli F-15 e F-16, operativi da basi terrestri, svolgono compiti di superiorità aerea e scorta. In uno scenario di attacco, la prima fase sarebbe probabilmente dedicata alla soppressione delle difese aeree nemiche, nota come SEAD (Suppression of Enemy Air Defenses) e DEAD (Destruction of Enemy Air Defenses), seguita da strike mirati contro infrastrutture militari e nucleari.

Tra le ipotesi considerate rientra anche l’impiego dei bombardieri stealth B-2 Spirit, già utilizzati in missioni a lungo raggio con munizionamento penetrante come le bombe GBU-57, progettate per colpire strutture sotterranee. Le operazioni condotte nel giugno 2025 contro i siti di Fordow, Natanz e Isfahan hanno costituito un precedente tecnico e strategico. Secondo analisi pubblicate da USNI News e Stars and Stripes, in quelle circostanze sono stati impiegati anche missili da crociera Tomahawk lanciati da unità navali. L’effettiva entità dei danni ai programmi iraniani resta oggetto di valutazioni divergenti.

Un elemento centrale è la logistica. Nelle settimane precedenti sono aumentati i voli cargo e di rifornimento verso basi nell’area del CENTCOM. Senza una catena di approvvigionamento stabile, nessuna operazione può prolungarsi oltre le prime 48 ore. Il precedente dell’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022, segnata da gravi carenze logistiche iniziali, è spesso richiamato dagli analisti militari. Gli Stati Uniti hanno predisposto una rete di supporto che consente non solo un’azione rapida ma anche la sua eventuale estensione.

Sul piano politico, la linea ufficiale di Washington ha alternato richiami alla deterrenza a dichiarazioni sulla possibilità di azioni limitate qualora la diplomazia non producesse risultati. Editoriali del Wall Street Journal e analisi di altri quotidiani statunitensi hanno sottolineato l’assenza di una definizione pubblica chiara degli obiettivi finali. Disarmo nucleare completo, contenimento regionale o semplice dimostrazione di forza sono opzioni diverse, con implicazioni differenti.

Il 23 febbraio 2026 il Dipartimento di Stato ha ordinato la partenza del personale non essenziale e delle famiglie dall’ambasciata statunitense a Beirut. È una misura tipica delle fasi di tensione con l’Iran, considerata l’influenza di Hezbollah in Libano. Non equivale alla chiusura della sede diplomatica, ma segnala un livello di rischio valutato come elevato.

Gli obiettivi possibili di un’eventuale campagna aerea includerebbero centri di comando e controllo, batterie missilistiche, basi di droni, infrastrutture nucleari e depositi strategici. L’ipotesi di un intervento terrestre è considerata altamente improbabile. Camporini ha definito un’operazione di terra contro l’Iran “pura follia”, per dimensioni geografiche e capacità asimmetriche del Paese.

La presenza di due gruppi portaerei offre ridondanza operativa, difesa antimissile rafforzata e la possibilità di agire da due direttrici marittime diverse. È anche un messaggio rivolto a Mosca e Pechino, a conferma della priorità attribuita al teatro mediorientale. Tuttavia, un dispiegamento di questa scala richiama quello precedente alla guerra in Iraq del 2003, alimentando interrogativi sulla reale traiettoria degli eventi.

Nel frattempo, contatti indiretti tra Stati Uniti e Iran sono previsti a Ginevra. Teheran punta alla gestione del programma nucleare e alla riduzione delle sanzioni, mentre Washington chiede anche limiti ai missili balistici e alle attività dei gruppi alleati nella regione. Se il negoziato producesse un percorso condiviso, l’opzione militare potrebbe rientrare. Se dovesse arenarsi, la pressione aumenterebbe.

Un’azione contro l’Iran comporterebbe rischi significativi: possibili ritorsioni contro basi e ambasciate statunitensi, minacce al traffico marittimo nello Stretto di Hormuz e nel Bab el-Mandeb, attivazione di milizie in Iraq, Siria, Yemen e Libano. Anche con un attacco mirato a ridurre le capacità di risposta iraniane, resterebbero margini di escalation.

I segnali osservabili, come il passaggio documentato della Ford a Gibilterra, le immagini satellitari della Lincoln al largo dell’Oman e i tracciamenti di voli logistici, non costituiscono una prova di guerra imminente. Indicano però una preparazione completa di opzioni militari. La distinzione tra deterrenza e attacco dipende ora da una scelta politica.

Il dispositivo statunitense è tecnicamente in grado di condurre uno strike in tempi brevi. Le capacità ci sono, la logistica è stata rafforzata, le unità sono in posizione. Resta da capire se la Casa Bianca intenda trasformare questa disponibilità in azione. Finché non arriverà una decisione formale, la situazione rimarrà sospesa tra pressione e negoziato.

Fonti: USNI News, Stars and Stripes, Wall Street Journal, dichiarazioni pubbliche del generale Vincenzo Camporini, comunicati del Dipartimento di Stato, dati del Pentagono, tracciamenti open source (OSINT) di traffico navale e aereo.

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