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22 Febbraio 2026 - 14:49
A Settimo Torinese 861 mila euro per i rifugiati: solidarietà lungimirante o ...
Lo dicamo in premessa. Non è una notizia nuova. Non è una scoperta dell’ultima ora. Non è uno di quei progetti che spuntano fuori all’improvviso, con tanto di foto di gruppo e comunicato fresco di stampa. “Settimo Piano” è già partito. Da mesi. E se oggi torniamo a parlarne è perché una recente delibera pubblicata sull'albo pretorio ci ha fatto venire voglia di rinfrescare la memoria a chi ci legge.
La memoria, in politica, è corta e quando si parla di inclusione, rifugiati, autonomia, casa e lavoro, la tentazione di "nascondere" tutto è dietro l'angolo.
Si parte dal nome del progetto: “Settimo Piano – Promozione dell’autonomia dei rifugiati per l’inclusione sociale, l’abitare e il lavoro”. Evocativo, quasi suggestivo. Il settimo piano come luogo simbolico: si sale, si guarda oltre, si ricomincia da più in alto. Ma anche un gioco di parole con la città che guida il progetto, Settimo Torinese.
Il percorso parte nel 2023, quando il Comune decide di candidarsi a un bando del Ministero dell’Interno finanziato con fondi europei del FAMI, il Fondo Asilo Migrazione e Integrazione 2021-2027. Non stiamo parlando di spiccioli: il finanziamento complessivo supera gli 861 mila euro. Una cifra importante, che copre tre anni di attività, dal primo ottobre 2025 fino al 30 settembre 2028.
Ecco il punto: il progetto è iniziato ufficialmente nell’autunno scorso. Non oggi. Non “in questi giorni”. È già in corso.
Alla guida c’è il Comune di Settimo Torinese, con una rete di partner del terzo settore: Croce Rossa Italiana, Fondazione Comunità Solidale, Casa dei Popoli Onlus, CISV Solidarietà. Non un’iniziativa calata dall’alto, ma un percorso costruito insieme, almeno sulla carta, attraverso la coprogettazione.
Ma di cosa si occupa davvero “Settimo Piano”?
Non di prima accoglienza. Non di emergenza sbarchi. Non di tendopoli. Qui si parla di una fase molto più delicata: quella successiva. Quando una persona ha già ottenuto la protezione internazionale, ha un permesso di soggiorno regolare, ma rischia di restare sospesa nel vuoto.
Ragazzi diventati maggiorenni e usciti dal circuito SAI (Sistema Accoglienza e integrazione). Famiglie vulnerabili. Persone che hanno superato il trauma della fuga, ma si trovano senza una casa stabile, senza un lavoro sicuro, senza una rete solida attorno. In una parola: sole.
“Settimo Piano” promette di accompagnarle verso l’autonomia. Casa. Lavoro. Inclusione sociale. Non assistenza infinita, ma un percorso personalizzato. Un progetto individuale per ciascun beneficiario. L’obiettivo dichiarato è chiaro: evitare che chi ha già ottenuto la protezione internazionale scivoli ai margini, nell’irregolarità sociale prima ancora che giuridica.
E qui arriva la delibera recente che ci ha fatto tornare sull’argomento.
Il Comune ha ricevuto un anticipo dei fondi ministeriali e ha provveduto a liquidare le quote ai partner. Non è un dettaglio tecnico: è il segno che la macchina è partita davvero. I soldi si stanno muovendo. Le attività devono essere già avviate. Gli operatori devono essere già al lavoro.
Parliamo di oltre 148 mila euro distribuiti pro-quota ai soggetti coinvolti, con la fetta più consistente alla Croce Rossa (69.261,50 euro), seguita dalla Fondazione Comunità Solidale (46.434,86 euro), dalla Casa dei Popoli (18.985,26 euro) e da CISV (13.587,98 euro). Questo significa che il progetto non è più un’idea scritta in un dossier, ma una realtà operativa che impegna persone, risorse, responsabilità.
E qui viene la parte interessante.
Perché ogni volta che si parla di fondi europei, di inclusione, di rifugiati, il dibattito si accende. C’è chi parla di solidarietà necessaria, chi di sprechi, chi di priorità sbagliate, chi di associazioni del terzo settore che sopravvivono grazie a tutto questo. C’è chi chiede perché si investano centinaia di migliaia di euro su persone straniere mentre molte famiglie italiane faticano ad arrivare a fine mese.
Sono domande che esistono. E ignorarle sarebbe ipocrita.
Ma esiste anche un’altra verità: lasciare persone con un permesso regolare senza casa e senza lavoro significa creare un problema sociale ancora più grande domani. L’autonomia non è solo un gesto umanitario, è una scelta di gestione del territorio. Se funziona, riduce marginalità, conflitti, tensioni. Se fallisce, produce disagio.
La vera sfida, quindi, non è raccontare il progetto. È dimostrare che funziona.
In tre anni si vedranno i risultati. Si vedrà se le persone accompagnate troveranno un lavoro stabile, se riusciranno ad accedere a un affitto, se diventeranno parte attiva della comunità. Oppure se resterà tutto confinato nei rendiconti, nei monitoraggi, nelle verifiche ministeriali.
Perché “Settimo Piano” non è uno slogan. È un impegno che dura fino al 2028. È una promessa fatta con soldi pubblici. E quando si usano fondi pubblici, europei e statali, la parola chiave è una sola: responsabilità.
Rinfrescare la memoria ai lettori serve proprio a questo. A ricordare che non stiamo parlando di un progetto appena nato, ma di un percorso già avviato. Che le cifre sono importanti. Che i partner sono già operativi. Che il Comune guidato da Elena Piastra ha assunto un ruolo di regia.
E che ora non bastano più le buone intenzioni.
Il settimo piano è alto. Da lì si vede lontano. Ma per arrivarci bisogna salire gradino dopo gradino. E soprattutto bisogna restarci in equilibrio.
Da oggi al 30 settembre 2028 c’è tempo per capire se questa sarà una storia di integrazione riuscita o l’ennesimo progetto che vive bene nei documenti, meno nella realtà. Noi, come sempre, continueremo a guardare. E a ricordare.




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