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Accoglienza migranti, a Settimo 5 milioni di euro fino al 2028 per 110 posti SAI

Oltre 1,6 milioni di euro all’anno dal Ministero dell’Interno: cos’è il Sistema di Accoglienza e Integrazione che continuerà a operare in città per altri tre anni

Migranti

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Un milione e seicentomila euro all’anno. Per tre anni di fila. Totale: oltre cinque milioni di euro. No, non è il costo di una nuova rotonda, né l’ennesimo restyling urbano con panchine “smart” e lampioni a LED. È il finanziamento che il Ministero dell’Interno ha autorizzato per la prosecuzione del progetto SAI – Sistema di Accoglienza e Integrazione a Settimo Torinese fino al 2028, perfettamente integrato con l'altro progetto Settimo Piano – Promozione dell’autonomia dei rifugiati per l’inclusione sociale, l’abitare e il lavoro”.

La Giunta comunale, con una delibera approvata a metà dicembre, prende atto dell’ok ministeriale e conferma che il progetto andrà avanti nel triennio 2026-2028 con 110 posti attivi. Centodieci. Non è un numero simbolico, è un dato concreto che entra a far parte in modo stabile della geografia sociale della città.

Ma di cosa stiamo parlando davvero? Perché al di là delle sigle – SAI, FNPSA, DM – il rischio è che queste parole non dicano niente.

delibera

Il SAI è il sistema pubblico nazionale che si occupa dell’accoglienza di richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale. Non è un centro d’emergenza, non è un’iniziativa estemporanea. È un modello strutturato: i Comuni presentano un progetto, il Ministero lo valuta, lo autorizza e lo finanzia. La gestione operativa viene poi affidata a enti del terzo settore, cooperative, associazioni con esperienza nel sociale.

A Settimo il progetto non nasce oggi. È la prosecuzione del triennio precedente. Ora viene rinnovato fino al 31 dicembre 2028, con un finanziamento annuo di 1.674.250,30 euro. Moltiplicate per tre e si supera la soglia dei cinque milioni. Risorse statali, certo. Ma che si traducono in strutture attive sul territorio, operatori assunti, servizi erogati.

I 110 posti sono organizzati in due modalità. Da una parte 40 posti destinati a persone singole o nuclei familiari, ospitati in strutture collettive o in alloggi messi a disposizione da Fondazione Comunità Solidale, insieme a CISV Solidarietà e all’Associazione Casa dei Popoli

Dall’altra 70 posti per persone singole accolte in una struttura collettiva messa a disposizione dall’ente pubblico. La gestione è affidata a una rete di soggetti del terzo settore e alla Croce Rossa.

Tradotto in termini concreti: 110 persone che vivono, mangiano, studiano italiano, cercano lavoro, si muovono nella città. Non sono numeri astratti. Sono presenze reali.

Il SAI non prevede soltanto un letto e tre pasti al giorno. Prevede corsi di lingua italiana, orientamento legale, assistenza sanitaria, mediazione culturale, inserimento scolastico dei minori, accompagnamento alla ricerca di un impiego. Sulla carta, l’obiettivo è chiaro: evitare l’assistenzialismo puro e costruire percorsi di autonomia.

Poi c’è la realtà. Che merita di essere raccontata senza slogan.

Da una parte chi sostiene che integrare sia l’unico modo per garantire sicurezza e coesione sociale: meglio un sistema controllato, finanziato e regolato, piuttosto che persone lasciate ai margini. Dall’altra chi si chiede quale sia l’impatto effettivo sul territorio, quanti riescano davvero a trovare un lavoro stabile, quanti restino in carico per anni, quali siano i costi indiretti per la comunità.

Sono domande legittime. E non si risolvono con un post su Facebook.

C’è un aspetto che colpisce più di tutti: molti cittadini probabilmente ignorano che a Settimo esista un progetto di accoglienza da oltre un milione e mezzo di euro all’anno. Non sanno dove siano collocate le strutture, non conoscono i numeri, non hanno idea del fatto che l’orizzonte temporale sia già fissato fino al 2028.

Eppure è una scelta politica precisa. Non imposta dall’alto senza possibilità di replica, ma voluta e confermata dall’amministrazione comunale guidata dalla sindaca Elena Piastra, che ha presentato la domanda di prosecuzione e ha scelto di proseguire sulla stessa linea.

La copertura economica è garantita dal Ministero. Formalmente non grava sulle casse comunali. Ma un progetto di questo tipo non è mai neutro. Incide sul tessuto sociale, sui quartieri, sulle dinamiche di convivenza. E proprio per questo merita trasparenza, informazione, confronto pubblico.

Raccontarlo non significa demonizzarlo. Non significa neppure celebrarlo come un modello perfetto. Significa fare quello che un giornale deve fare: spiegare ai lettori che cosa accade nella loro città, quali progetti sono in corso, quali cifre vengono movimentate, quali scelte vengono compiute.

Cinque milioni di euro in tre anni. Centodieci posti di accoglienza. Una rete di enti gestori. Un sistema che continuerà fino al 2028.

Il SAI non è una sigla astratta infilata in una delibera. È una realtà concreta che fa parte della Settimo di oggi e di domani. E prima di discuterne per partito preso, sarebbe il caso di fermarsi un attimo a pensare.

Perché le città cambiano anche così. Non solo con i cantieri che si vedono, ma con i progetti sociali che spesso restano invisibili. E che, invisibili o no, incidono sulla vita di tutti.

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