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22 Febbraio 2026 - 10:48
Rivarolo Canavese, la memoria che non si spegne: Nassiriya raccontata dai sopravvissuti
Non è stata una semplice commemorazione. È stata una presa di coscienza. A Rivarolo Canavese, venerdì sera, la sala gremita per l’incontro dedicato alle vittime della strage di Nassiriya ha trasformato il ricordo in qualcosa di più profondo: un confronto diretto con chi, da quell’inferno del 2003, è tornato vivo ma segnato per sempre.
La serata, organizzata dalla Città di Rivarolo e moderata dall’assessore Alessia Cuffia, si è aperta con l’Inno di Mameli eseguito dal Coro polifonico Città di Rivarolo Canavese, in un silenzio carico di tensione. Poi i saluti istituzionali del sindaco Martino Zucco Chinà e del presidente del Consiglio regionale del Piemonte Davide Nicco hanno inquadrato il senso dell’iniziativa: non un rito formale, ma un momento di comunità.
Il 12 novembre 2003, a Nassiriya, in Iraq, un attentato contro la base italiana provocò la morte di 19 connazionali – 12 carabinieri, 5 militari dell’Esercito e 2 civili – oltre a 9 cittadini iracheni. Un colpo durissimo per il Paese, che ancora oggi rappresenta una delle pagine più dolorose della partecipazione italiana alle missioni internazionali.
A Rivarolo, la memoria ha preso voce attraverso le testimonianze dei reduci Rocco Bozzo, Piero Follesa, Marco Pinna e del medico chirurgo della missione Roberto Pedrale. Racconti asciutti, senza retorica. Parole che non cercavano enfasi perché non ne avevano bisogno. L’esplosione, la polvere, il caos, il soccorso ai feriti. E poi il ritorno, forse la parte più difficile.
«Quando guardiamo una Divisa vediamo disciplina, forza, senso dello Stato, ma dietro quella Divisa ci sono uomini e donne», ha osservato l’assessore Cuffia. «Ci sono fragilità, paure, carichi emotivi profondissimi. Notti insonni, silenzi difficili da spiegare, ricordi che non si spengono con il ritorno alla quotidianità». Parole che hanno dato la chiave di lettura dell’intera serata.
Il tema centrale non è stato soltanto il sacrificio di chi non è tornato, ma anche la vita di chi è sopravvissuto. La dottoressa Sabrina Bonino, psicologa dell’Asl2 Savonese che ha seguito i reduci nel percorso post-traumatico, ha spiegato quanto sia cruciale il supporto psicologico per chi rientra da missioni segnate dalla violenza. Il trauma non si esaurisce con la fine dell’emergenza. Si insinua nei gesti quotidiani, nei rapporti familiari, nei silenzi.
In sala, oltre agli amministratori locali – il vicesindaco Marina Vittone, il consigliere Luan Hoxha, il parroco don Raffaele Roffino – erano presenti numerose autorità civili e militari: l’onorevole Giovanni Crosetto, il capitano della Compagnia Carabinieri di Ivrea Armir Gijeci, il comandante della caserma dei Carabinieri Alfonso Lombardo, rappresentanti del 34° distaccamento permanente Toro, del Comipar, della Polizia Locale, della Croce Rossa, del Corpo delle Infermiere Volontarie, volontari dei Vigili del Fuoco, Alpini e Protezione Civile. Una presenza che ha sottolineato il legame tra istituzioni e territorio.
Il sindaco Zucco Chinà ha richiamato il dovere delle istituzioni di «onorare chi ha servito il Paese con l’estremo sacrificio della vita» e di sostenere chi, ogni giorno, in ruoli diversi, contribuisce al bene comune. Un messaggio rivolto soprattutto ai giovani, affinché possano comprendere il valore della cittadinanza attiva.
La serata è scivolata in un crescendo di emozioni. Non applausi fragorosi, ma ascolto attento. Non slogan, ma storie personali. Il ricordo di Nassiriya non è rimasto confinato ai nomi incisi nel marmo, ma ha trovato spazio negli sguardi di chi ha parlato.
«La memoria non si ferma a nomi incisi nel marmo, ma continua a vivere negli occhi di chi è tornato. La memoria è una scelta», ha concluso Alessia Cuffia. Una frase che sintetizza il senso dell’incontro: ricordare non è un atto automatico, ma una decisione collettiva.
In un tempo in cui le notizie scorrono veloci e il rischio dell’oblio è dietro l’angolo, Rivarolo ha scelto di fermarsi. Di ascoltare. Di comprendere che dietro ogni divisa c’è una persona, con la propria storia e le proprie ferite. E che la memoria, per restare viva, ha bisogno di essere raccontata.
La strage di Nassiriya appartiene alla storia nazionale. Ma serate come quella di venerdì dimostrano che il ricordo può diventare patrimonio di una comunità. Non solo per onorare il passato, ma per interrogare il presente e formare il futuro. Perché la memoria, davvero, è una scelta.
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