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Un mese dopo la morte di Andrea Cricca il corpo è ancora sotto sequestro. La richiesta di aiuto della mamma: “Senza sepoltura non c’è pace”

Il corpo del giovane agricoltore non è ancora stato restituito alla famiglia per il funerale. Si attende l'esito della comparazione del DNA. La mamma Sabrina: "Sono stanca. Ogni giorno che passa è un giorno in cui lo Stato mi tiene lontana da mio figlio"

Andrea Cricca di Monteu da Po

Andrea Cricca di Monteu da Po

Il 21 gennaio Andrea Cricca è morto in una stalla sulle colline tra Brusasco e Brozolo. Un mese dopo, il suo corpo non è ancora stato restituito alla famiglia. Niente funerale. Nessun ultimo saluto. Solo attese, carte, silenzi.

La Procura di Ivrea indaga per omicidio colposo sulla tragedia che ha spezzato la vita del giovane agricoltore di Monteu da Po, 25 anni, finito dentro un carro autocaricante per lo sminuzzamento del fieno. L’inchiesta va avanti. Gli accertamenti pure. Ma nel frattempo ci sono una madre e un padre che aspettano.

Aspettano un nulla osta. Aspettano un referto. Aspetta di poter fare quello che ogni genitore dovrebbe poter fare: accompagnare il proprio figlio nell’ultimo viaggio.

A scrivere alla redazione oggi, venerdì 20 febbraio, è Sabrina D’Addazio, la mamma di Andrea. Una lettera che non chiede sconti né scorciatoie, ma tempi certi e umanità. La riportiamo integralmente.

"Alla Redazione,

mi chiamo Sabrina D’Addazio e sono la mamma di Cricca Andrea, morto a 24 anni in un incidente sul lavoro il 21 gennaio 2026.
È passato un mese.
Un mese da quando mio figlio è uscito di casa per lavorare.
Un mese da quando mi è stato detto che non sarebbe mai più tornato.

Un mese in cui il mio dolore non ha potuto nemmeno avere un inizio, perché non ho potuto vederlo né celebrare il suo funerale.
Andrea è ancora sotto sequestro, in attesa della comparazione del DNA. Senza quel referto, non c’è nulla osta. Senza nulla osta, non c’è sepoltura. Senza sepoltura, non c’è pace per Andrea.

Mi chiedo: davvero questa non è un’urgenza?
Davvero si può considerare “una pratica” qualunque la restituzione di un figlio alla propria madre?
Davvero si può pensare che una famiglia possa restare sospesa nel vuoto per trenta giorni, senza una spiegazione chiara, senza tempi certi?

Io rispetto la giustizia. Ma la giustizia non può trasformarsi in disumanità.
Ogni giorno che passa è un giorno in cui lo Stato mi tiene lontana da mio figlio.
Ogni giorno che passa è un giorno in cui qualcuno decide che la mia attesa può continuare.
Non si può dormire sopra a questo dolore.
Non si può restare indifferenti davanti a una madre che chiede solo di poter accompagnare suo figlio nel suo ultimo viaggio.

Io non sto chiedendo favoritismi. Sto chiedendo rispetto.
Sto chiedendo che venga riconosciuto il carattere di urgenza assoluta a questa situazione.
Sto chiedendo tempi certi.
Sto chiedendo che la burocrazia non sia più forte della pietà.

Un mese senza funerale è una ferita che si rinnova ogni giorno.
Un mese senza poter dire addio è una violenza silenziosa.
Andrea merita di riposare.
Io merito di poterlo piangere.
Questo non è solo il dolore di una madre.
È una questione di civiltà.

Sabrina D’Addazio
Mamma di Andrea Cricca
Monteu da Po 20 febbraio 2026

Il luogo dove Andrea perse la vita

La Procura prosegue le verifiche tecniche. Il fascicolo aperto dal pubblico ministero Alessandro Gallo punta a chiarire responsabilità, inquadramento lavorativo, misure di sicurezza. Sono passaggi necessari. 

Ma il punto sollevato dalla madre è un altro: quanto può durare l’attesa prima che la giustizia diventi, per chi resta, un’ulteriore pena?

Per la strage di Brandizzo, un evento drammatico che segnò non solo il chivassese ma l'Italia intera e costato la vita a cinque operai travolti da un treno, l’identificazione delle vittime arrivò in 24 giorni. Qui è passato un mese e la comparazione del DNA – ultimo passaggio necessario per il nulla osta – non è ancora stata definita.

Non è un paragone per fare classifiche del dolore. È un confronto sui tempi della burocrazia.

A Monteu da Po il tempo si è fermato il 21 gennaio. Prima la tragedia in cascina. Poi il dolore pubblico, il cordoglio della sindaca Elisa Ghion, le parole dure del sindacato sulla sicurezza in agricoltura. Ora un’altra ferita, più silenziosa: quella di una famiglia che non ha ancora potuto chiudere il cerchio del lutto.

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