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Cronaca

Andrea Cricca morto sul lavoro a 25 anni, il dolore corre sui social: "Come faremo senza il tuo sorriso?". La sindaca: "Vicina alla famiglia"

In mezzo a questo dolore, arriva anche la voce della Cisl Torino-Canavese, che non usa mezze misure. Il segretario generale Giuseppe Filippone parla di “tragedia inaccettabile” e mette subito il punto dove fa male: “Ogni morte sul lavoro è una sconfitta per tutti…"

Andrea Cricca e, sullo sfondo, una veduta di Monteu da Po

Andrea Cricca e, sullo sfondo, una veduta di Monteu da Po

Andrea Cricca aveva 25 anni. E mercoledì sera, 21 gennaio, dentro una stalla di Brusasco, è morto come non si dovrebbe morire mai: schiacciato da un macchinario mentre stava lavorando.

È successo in borgo Case Sparse, civico 30. Erano da poco passate le 20 quando è scattato l’allarme. I sanitari del 118 sono arrivati insieme ai carabinieri di Cavagnolo, guidati dal maresciallo Alessio Guzzon, ma non c’era più niente da fare. Andrea, classe 2001, residente in corso Italia a Monteu da Po, sarebbe finito all’interno di un macchinario per lo sminuzzamento del fieno, un carro autocaricante: un attimo, forse una manovra di routine, forse un equilibrio perso, e quella che doveva essere un’operazione ordinaria si è trasformata in una scena irreparabile.

Ora l’inchiesta è nelle mani dello Spresal dell’Asl To4, con il coordinamento della Procura di Ivrea. Si indaga per omicidio colposo. Verranno verificati i dispositivi di sicurezza, la manutenzione, le procedure. Tutto quello che, dopo, diventa “accertamento”. Ma prima era vita quotidiana, lavoro vero, mani dentro le cose, fatica.

E quando un ragazzo muore così, non restano solo i verbali. Restano le famiglie e tante altre cose. Andrea lascia la mamma Sabrina D’Addazio e il papà Franco Cricca. Restano i messaggi, quelli che compaiono subito, inevitabili, sotto i post, sulle bacheche, nei commenti scritti col fiato corto. Perché certe notizie scavalcano le parole e le rendono inutili.

A ricordarlo con la voce bassa è la sindaca del paese in cui Andrea è cresciuto, Elisa Ghion di Monteu da Po: “Andrea era un ragazzo dolce, educato… io lo ricordo da ragazzino quando ogni tanto giocava al campetto di Fabrizio Mencagli, di fronte casa sua… Il mio pensiero va a Sabrina e Franchino, alle famiglie del Castlas… alla fidanzata… a coloro che gli volevano bene. Una tragedia…”.

Elisa Ghion sindaca di Monteu da Po

E poi c’è la comunità, quella che non ha strumenti se non la voce, la memoria, e quel modo antico di salutarsi anche solo “per strada”. “E ora chi saluto x strada con quel sorrisone… R.i.p Andrea” scrive qualcuno su facebook. Un altro prova a dire l’unica cosa che sembra possibile dire: “Le parole servono a poco, anzi a niente. Stringersi attorno al dolore della famiglia”. E un altro ancora, più crudo e più sincero di mille discorsi: “Sono affranto e non riesco a farmi una ragione per quanto sia ingiusta la vita. Ciao Andrea”.

Sono frasi semplici, imperfette, ma hanno una cosa che spesso manca nelle dichiarazioni ufficiali: sono vere

In mezzo a questo dolore, arriva anche la voce della Cisl Torino-Canavese, che non usa mezze misure. Il segretario generale Giuseppe Filippone parla di “tragedia inaccettabile” e mette subito il punto dove fa male: “Ogni morte sul lavoro è una sconfitta per tutti… Sembra di essere in guerra”. Una frase che pesa, perché non è un’esagerazione emotiva: è una fotografia. Il nuovo anno è appena iniziato e nel Torinese si contano già due morti sul lavoro. Due giovani, due contesti diversi, stesso epilogo.

Filippone parla di “riflettori” su un’emergenza che non può più essere tollerata e lo dice chiaramente: il cordoglio non può bastare. Serve “un cambio di passo concreto e immediato”, serve rafforzare controlli e prevenzione, soprattutto in un settore come quello agricolo dove le condizioni di sicurezza “sono ancora troppo fragili”.

Ed è qui che la cronaca smette di essere un singolo episodio e diventa un elenco che nessuno vuole leggere, ma che si ripresenta puntuale, quasi a ricordare che lavorare in certi mestieri significa ancora stare esposti.

Perché pochi giorni fa un’altra vita si è spenta nello stesso mondo ruvido e invisibile: Danilo Bergagna, 35 anni, boscaiolo e titolare di una piccola azienda di Barbania. Colpito alla testa da un ramo durante un taglio a San Francesco al Campo, ricoverato al Cto di Torino, poi morto. Anche lì: fatica, rischio, lavoro manuale. Anche lì: una comunità che prova a non lasciare soli i familiari, con una raccolta fondi online su GoFundMe per sostenere moglie e figli.

Due tragedie che raccontano lo stesso punto cieco: i lavori che reggono pezzi importanti del territorio – agricoltura, boschi, allevamento, manutenzione – restano spesso inermi davanti al peso degli incidenti, alla complessità dei macchinari, alla solitudine operativa, all’abitudine pericolosa del “si è sempre fatto così”.

Le indagini diranno cosa è successo, come è successo, se e dove si è rotto qualcosa. Ma intanto il dato è qui, nudo: un ragazzo di 25 anni è morto lavorando. E lo è mentre faceva quello che doveva fare per vivere.

E allora sì: davanti a una notizia così, le parole servono a poco. Ma una cosa devono continuare a farla: impedire che diventi normale. Perché il giorno in cui una morte sul lavoro smetterà di indignare, non sarà più solo una sconfitta. Sarà una resa.

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