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Cronaca
22 Gennaio 2026 - 11:29
Andrea Cricca e, sullo sfondo, una veduta di Monteu da Po
Andrea Cricca aveva 25 anni. E mercoledì sera, 21 gennaio, dentro una stalla di Brusasco, è morto come non si dovrebbe morire mai: schiacciato da un macchinario mentre stava lavorando.
È successo in borgo Case Sparse, civico 30. Erano da poco passate le 20 quando è scattato l’allarme. I sanitari del 118 sono arrivati insieme ai carabinieri di Cavagnolo, guidati dal maresciallo Alessio Guzzon, ma non c’era più niente da fare. Andrea, classe 2001, residente in corso Italia a Monteu da Po, sarebbe finito all’interno di un macchinario per lo sminuzzamento del fieno, un carro autocaricante: un attimo, forse una manovra di routine, forse un equilibrio perso, e quella che doveva essere un’operazione ordinaria si è trasformata in una scena irreparabile.
Ora l’inchiesta è nelle mani dello Spresal dell’Asl To4, con il coordinamento della Procura di Ivrea. Si indaga per omicidio colposo. Verranno verificati i dispositivi di sicurezza, la manutenzione, le procedure. Tutto quello che, dopo, diventa “accertamento”. Ma prima era vita quotidiana, lavoro vero, mani dentro le cose, fatica.
E quando un ragazzo muore così, non restano solo i verbali. Restano le famiglie e tante altre cose. Andrea lascia la mamma Sabrina D’Addazio e il papà Franco Cricca. Restano i messaggi, quelli che compaiono subito, inevitabili, sotto i post, sulle bacheche, nei commenti scritti col fiato corto. Perché certe notizie scavalcano le parole e le rendono inutili.
A ricordarlo con la voce bassa è la sindaca del paese in cui Andrea è cresciuto, Elisa Ghion di Monteu da Po: “Andrea era un ragazzo dolce, educato… io lo ricordo da ragazzino quando ogni tanto giocava al campetto di Fabrizio Mencagli, di fronte casa sua… Il mio pensiero va a Sabrina e Franchino, alle famiglie del Castlas… alla fidanzata… a coloro che gli volevano bene. Una tragedia…”.

Elisa Ghion sindaca di Monteu da Po
E poi c’è la comunità, quella che non ha strumenti se non la voce, la memoria, e quel modo antico di salutarsi anche solo “per strada”. “E ora chi saluto x strada con quel sorrisone… R.i.p Andrea” scrive qualcuno su facebook. Un altro prova a dire l’unica cosa che sembra possibile dire: “Le parole servono a poco, anzi a niente. Stringersi attorno al dolore della famiglia”. E un altro ancora, più crudo e più sincero di mille discorsi: “Sono affranto e non riesco a farmi una ragione per quanto sia ingiusta la vita. Ciao Andrea”.
Sono frasi semplici, imperfette, ma hanno una cosa che spesso manca nelle dichiarazioni ufficiali: sono vere.
In mezzo a questo dolore, arriva anche la voce della Cisl Torino-Canavese, che non usa mezze misure. Il segretario generale Giuseppe Filippone parla di “tragedia inaccettabile” e mette subito il punto dove fa male: “Ogni morte sul lavoro è una sconfitta per tutti… Sembra di essere in guerra”. Una frase che pesa, perché non è un’esagerazione emotiva: è una fotografia. Il nuovo anno è appena iniziato e nel Torinese si contano già due morti sul lavoro. Due giovani, due contesti diversi, stesso epilogo.
Filippone parla di “riflettori” su un’emergenza che non può più essere tollerata e lo dice chiaramente: il cordoglio non può bastare. Serve “un cambio di passo concreto e immediato”, serve rafforzare controlli e prevenzione, soprattutto in un settore come quello agricolo dove le condizioni di sicurezza “sono ancora troppo fragili”.
Ed è qui che la cronaca smette di essere un singolo episodio e diventa un elenco che nessuno vuole leggere, ma che si ripresenta puntuale, quasi a ricordare che lavorare in certi mestieri significa ancora stare esposti.
Perché pochi giorni fa un’altra vita si è spenta nello stesso mondo ruvido e invisibile: Danilo Bergagna, 35 anni, boscaiolo e titolare di una piccola azienda di Barbania. Colpito alla testa da un ramo durante un taglio a San Francesco al Campo, ricoverato al Cto di Torino, poi morto. Anche lì: fatica, rischio, lavoro manuale. Anche lì: una comunità che prova a non lasciare soli i familiari, con una raccolta fondi online su GoFundMe per sostenere moglie e figli.
Due tragedie che raccontano lo stesso punto cieco: i lavori che reggono pezzi importanti del territorio – agricoltura, boschi, allevamento, manutenzione – restano spesso inermi davanti al peso degli incidenti, alla complessità dei macchinari, alla solitudine operativa, all’abitudine pericolosa del “si è sempre fatto così”.
Le indagini diranno cosa è successo, come è successo, se e dove si è rotto qualcosa. Ma intanto il dato è qui, nudo: un ragazzo di 25 anni è morto lavorando. E lo è mentre faceva quello che doveva fare per vivere.
E allora sì: davanti a una notizia così, le parole servono a poco. Ma una cosa devono continuare a farla: impedire che diventi normale. Perché il giorno in cui una morte sul lavoro smetterà di indignare, non sarà più solo una sconfitta. Sarà una resa.
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