Cerca

Attualità

Vino piemontese in affanno tra magazzini pieni e braccia che mancano: la Lega chiede interventi urgenti

L’allarme dei consorzi di Asti, Barbera e Brachetto: stock eccessivi, mercato in frenata e carenza di manodopera mettono sotto pressione cooperative e aziende agricole

Vino piemontese in affanno tra magazzini pieni e braccia che mancano: la Lega chiede interventi urgenti

Magazzini pieni, vendite che rallentano, vendemmie che si avvicinano senza la certezza di trovare manodopera sufficiente. È questa la fotografia che emerge dal grido d’allarme lanciato in Regione dai principali consorzi del vino piemontese. E la politica, almeno a parole, promette di non restare a guardare.

La Lega del Piemonte, attraverso i consiglieri regionali Marco Protopapa, Fabio Carosso e Gianna Gancia, si schiera “al fianco di viticoltori e consorzi per ridurre l’impatto della crisi del vino e della manodopera”. Un sostegno dichiarato al termine dell’audizione che si è svolta in III Commissione, dove una rappresentanza del settore vitivinicolo ha portato numeri, criticità e proposte.

Non è un comparto qualsiasi. Il vino, in Piemonte, è economia, paesaggio, export, identità. È una filiera che tiene insieme piccoli produttori, grandi cooperative, colline patrimonio Unesco, mercati esteri e turismo enogastronomico. Ed è proprio per questo che l’allarme assume un peso specifico maggiore.

Tra i consorzi ascoltati figurano il Consorzio Asti e Moscato d’Asti, il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato e il Consorzio per la tutela del Brachetto d’Acqui. Tre nomi che raccontano pezzi importanti della produzione piemontese e che, messi insieme, delineano una criticità trasversale.

Il nodo principale è quello degli stock eccessivi. Il vino c’è, ma fatica a uscire dalle cantine. Le cooperative, in particolare, si trovano a gestire quantitativi rilevanti di prodotto invenduto. Questo significa immobilizzazione di capitale, tensione finanziaria, incertezza sulle strategie future. E con la prossima vendemmia alle porte, il rischio è che il problema si amplifichi.

“Un settore di fondamentale importanza per la nostra Regione e per l’export italiano – sottolineano Protopapa, Carosso e Gancia – ha bisogno di misure urgenti per contrastare la crisi del vino che colpisce soprattutto le cantine cooperative e che crea un eccessivo stoccaggio di prodotto”.

Non è soltanto una questione di mercato. A pesare, come evidenziato durante l’audizione, è anche la forte carenza di manodopera. Un tema che da anni attraversa l’agricoltura, ma che oggi si intreccia con la difficoltà di programmare le attività produttive in un contesto incerto. Meno braccia nei campi significa costi più alti, ritardi nelle operazioni, rischio di perdita di qualità.

Il problema non riguarda solo le grandi aziende. Colpisce in modo diretto le realtà medio-piccole, quelle che spesso tengono in equilibrio interi territori collinari, garantendo presidio ambientale e manutenzione del paesaggio. Senza vigneti coltivati, le colline si spopolano, i versanti si degradano, l’economia locale si indebolisce.

Per questo la Lega parla di interventi non solo immediati, ma strutturali. “Sosteniamo convintamente le proposte degli auditi per trovare soluzioni immediate – affermano i consiglieri – ma anche che permettano tranquillità alle aziende agricole, e continueremo a dare sostegno alle produzioni vinicole e alla filiera piemontese che merita di essere difesa in maniera convinta”.

Dietro questa formula c’è un tema più ampio: quale modello di sviluppo per l’agroalimentare piemontese nei prossimi anni. Il vino è uno dei motori dell’export italiano, ma è anche un settore esposto alle oscillazioni dei consumi internazionali, ai cambiamenti climatici, alle nuove sensibilità sui consumi di alcol, alle tensioni geopolitiche che incidono sui mercati esteri.

La crisi attuale non nasce in un giorno. È il risultato di una combinazione di fattori: rallentamento della domanda, incremento dei costi energetici e logistici, pressione competitiva di altri Paesi produttori, difficoltà nel reperire manodopera specializzata. In questo scenario, l’accumulo di prodotto nelle cantine diventa il sintomo più visibile di un equilibrio che si è incrinato.

Le richieste dei consorzi, secondo quanto riferito, puntano a strumenti che alleggeriscano il peso degli stock e sostengano le aziende in questa fase delicata. Si parla di misure di gestione del mercato, di interventi che consentano di programmare meglio le produzioni, di soluzioni che garantiscano liquidità e stabilità.

La politica regionale, ora, è chiamata a tradurre le dichiarazioni in atti concreti. Perché la viticoltura piemontese non è soltanto un comparto economico: è una narrazione collettiva che lega Langhe, Monferrato, Roero, Canavese, Astigiano. È un sistema che genera valore non solo nelle bottiglie, ma lungo tutta la filiera, dalla produzione alla ristorazione, dal turismo alla logistica.

Difendere il vino significa difendere un pezzo di Piemonte. Ma significa anche interrogarsi su come rendere il settore più resiliente alle crisi di mercato e più attrattivo per le nuove generazioni di lavoratori. Senza manodopera, senza ricambio, senza certezze, anche le denominazioni più prestigiose rischiano di diventare fragili.

L’audizione in Commissione ha acceso i riflettori su un problema che covava sotto traccia. Ora la sfida è evitare che resti un confronto formale. Perché nelle cantine, intanto, le bottiglie restano ferme. E ogni giorno che passa, per chi produce, è un conto che continua a salire.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori