Cerca

Esteri

Epstein Files, dentro la lista dei 300 nomi: c’è anche Paolo Zampolli. Ma cosa significa davvero comparire nei documenti del Dipartimento di Giustizia?

Scontro al Congresso sul rilascio degli atti, polemica sul tracciamento delle ricerche dei deputati e un nome italiano che emerge tra le carte pubblicate con la Epstein Files Transparency Act. Tra citazioni, email e archivi stampa, ecco cosa dicono (e cosa non dicono) i file ufficiali

Epstein Files, dentro la lista dei 300 nomi: c’è anche Paolo Zampolli. Ma cosa significa davvero comparire nei documenti del Dipartimento di Giustizia?

Paolo Zampolli

Un foglio stampato, appoggiato sul banco durante un’audizione alla Camera dei Rappresentanti l’11 febbraio 2026, aveva in testa una dicitura che sembrava uscita da un report interno: “Jayapal Pramila Search History”. La foto ha fatto il giro dei media perché quel foglio, mostrato dalla procuratrice generale Pam Bondi, indicava che il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (Department of Justice, DOJ) stava registrando le ricerche effettuate da una deputata, Pramila Jayapal, mentre consultava i materiali non pubblici degli Epstein Files. Da lì la domanda politica, immediata: controllo tecnico per proteggere dati sensibili o sorveglianza impropria sull’attività di vigilanza del Congresso? Il DOJ ha sostenuto che i “log” servivano a evitare diffusione di informazioni sulle vittime e su altri soggetti privati, ma la scoperta ha innescato richieste di chiarimenti e verifiche formali.

Quella scena ha funzionato da lente su un tema più grande: la gestione di un archivio enorme, disordinato per natura e politicamente esplosivo. Il DOJ ha creato una sezione dedicata sul proprio sito, la Epstein Library, e ha spiegato che, per rispettare una scadenza fissata dal Congresso, ha fatto “ogni ragionevole sforzo” per rivedere e oscurare informazioni personali delle vittime e materiali sensibili. L’obbligo nasce dalla Epstein Files Transparency Act, una legge federale che ha imposto la pubblicazione in formato ricercabile e scaricabile dei documenti non classificati in possesso del DOJ relativi a Jeffrey Epstein.

In questo quadro è arrivato l’elemento che ha alimentato la corsa ai nomi: una comunicazione del DOJ al Congresso con un elenco di oltre 300 persone “menzionate almeno una volta” nei materiali pubblicati. È un passaggio che va maneggiato con pinze da inchiesta, non con la logica del “tutti dentro”. Il punto centrale è semplice e spesso travisato: essere citati in un documento può voler dire molte cose diverse, dal comparire in un’email al finire in un ritaglio stampa archiviato da qualcuno, fino a essere nominati da terzi in un verbale. La presenza in lista, di per sé, non equivale a un’accusa né a un elemento di responsabilità penale. Su questo, la stessa impostazione del rilascio pubblico del DOJinsiste soprattutto quando entra in gioco la tutela delle vittime e la necessità di ridurre i danni collaterali di una pubblicazione massiva.

È qui che, per l’Italia, si è aperta una pista specifica: il nome Paolo Zampolli. Alcuni media italiani hanno riferito che Paolo Zampolli compariva in più fascicoli della Epstein Library e che il suo nome risultava menzionato in diversi documenti del corpus pubblicato. Il dato, giornalisticamente, va tenuto separato da ciò che non c’è: allo stato delle informazioni rese pubbliche e riportate, non emerge un capo d’imputazione legato agli abusi di Jeffrey Epstein a carico di Paolo Zampolli solo perché un file lo cita. La notizia è la ricorrenza del nome nei materiali, non un verdetto.

Chi è Paolo Zampolli e perché la sua presenza attira attenzione? È un profilo costruito a cavallo tra mondanità newyorkese e relazioni politiche. La stampa italiana lo descrive come imprenditore attivo nel mondo della moda e delle modelle, con un ruolo che, negli anni, lo ha portato a incrociare ambienti frequentati anche da figure di altissimo profilo. Ed è proprio questa sovrapposizione di reti sociali a rendere l’archivio Epstein una trappola per letture sbrigative: un sistema di contatti può produrre tracce documentali che vanno dalla relazione diretta al semplice “essere sullo sfondo”, fino alla citazione casuale.

Dentro questa vicenda, l’Italia non entra solo perché un nome italiano compare in alcuni documenti. Entra anche perché lo scontro negli Stati Uniti non riguarda soltanto “cosa c’è nei file”, ma “chi decide cosa si vede” e con quali garanzie. L’episodio della scheda “Jayapal Pramila Search History” ha mostrato che la consultazione di parti meno oscurate avveniva su postazioni gestite dal DOJ, e che le attività venivano tracciate. È un fatto politicamente sensibile perché riguarda i rapporti tra poteri dello Stato: il Congresso che controlla l’esecutivo, e l’esecutivo che gestisce l’accesso ai documenti che dovrebbero consentire quel controllo.

epstein

Epstein

Se si vuole fare un lavoro serio “stile inchiesta”, la linea è una sola: tornare sempre ai documenti e al contesto di ogni citazione. La Epstein Files Transparency Act ha imposto un rilascio ampio, ma un rilascio ampio non produce automaticamente chiarezza; spesso produce rumore. Il metodo, per un giornale, dovrebbe essere verificare cosa dice davvero ciascun file in cui compare Paolo Zampolli, distinguere tra materiale originario (email, note, rubriche) e materiale secondario (articoli, allegati, segnalazioni), e incrociare con fonti indipendenti e con eventuali atti giudiziari che attribuiscano peso probatorio a quel riferimento. È il confine tra informare e alimentare sospetti. E, in un caso che coinvolge vittime di abusi, è anche il confine tra trasparenza e danno aggiuntivo.

In questi giorni, la politica statunitense ha trasformato la gestione degli Epstein Files in un terreno di scontro sulla credibilità del DOJ: da un lato la promessa di rendere consultabile l’archivio, dall’altro la necessità di proteggere identità e dati sensibili, in mezzo accuse di opacità e reazioni indignate per pratiche come il tracciamento delle ricerche. Per l’Italia, la strada più utile non è inseguire l’effetto lista, ma capire cosa significa, in concreto, una ricorrenza: se è un contatto, una citazione, un’annotazione di terzi, un documento di stampa archiviato. È un lavoro più lento e meno “virale”, ma è l’unico che regge.

Fonti utilizzate: United States Department of Justice (pagina Epstein Library), The Guardian, CBS News, Congress.gov, Wikipedia (pagina Epstein Files Transparency Act)

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori