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Esteri
17 Febbraio 2026 - 02:00
Israele registra la Cisgiordania: la terra diventa “Stato” e i palestinesi devono dimostrare di esistere
All’alba, tra i terrazzamenti di pietra che scendono verso la Valle del Giordano, un agricoltore palestinese ha aperto un cassetto di legno e ha steso sul tavolo un fascio di carte fragili: decreti ottomani ingialliti, una ricevuta del Mandato britannico, un timbro giordano degli anni Cinquanta. È ciò che conserva per dimostrare che quei campi appartengono alla sua famiglia. Da oggi potrebbe non bastare. Tra la fine del 2025 e febbraio 2026, il governo di Israele ha riavviato in Cisgiordania la cosiddetta “regolarizzazione dei diritti”, cioè la registrazione ufficiale delle proprietà fondiarie, chiedendo a chiunque rivendichi un terreno di presentare documenti riconosciuti dalle autorità israeliane. Per i critici si tratta del passaggio amministrativo che consolida un’annessione di fatto dell’Area C, la porzione più estesa e strategica della Cisgiordania.

La “regolarizzazione dei diritti”, spesso indicata in ebraico come “settlement of title”, è il procedimento con cui lo Stato verifica la catena storica delle proprietà, delimita le particelle, risolve le controversie e registra i titoli nel registro fondiario, il cosiddetto tabu. In uno Stato sovrano è una procedura ordinaria. In Cisgiordania, territorio occupato da Israele dal 1967 secondo la definizione delle Nazioni Unite, il processo è rimasto sospeso per decenni. Riattivarlo oggi ha un significato politico oltre che tecnico: definire chi è proprietario significa determinare chi può costruire, vendere, ereditare o essere espropriato.
Dopo la guerra del 1967, Israele ha bloccato nel 1968 la registrazione fondiaria avviata dalla Giordania tra il 1949 e il 1967. Una parte consistente della Cisgiordania è rimasta senza un titolo registrato secondo standard moderni. Molti proprietari palestinesi hanno conservato atti risalenti al periodo ottomano, al Mandato britannico o all’amministrazione giordana. In diversi casi i documenti sono andati perduti durante conflitti, demolizioni o trasferimenti forzati. Con la riapertura della procedura, le prove devono essere valutate secondo criteri stabiliti dall’Amministrazione Civileisraeliana, l’organo militare che gestisce gli affari civili nei territori occupati. La soglia probatoria si è alzata in un contesto già segnato da archivi incompleti e normative stratificate.
A febbraio 2026 il Gabinetto di Sicurezza e poi il governo guidato da Benjamin Netanyahu hanno approvato misure per rafforzare il controllo amministrativo in Cisgiordania, compresa la ripresa formale della registrazione fondiaria in Area C, che copre circa il 60 per cento del territorio. Il dossier è stato seguito da Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e ministro aggiunto alla Difesa con delega all’Amministrazione Civile, da Yariv Levin, ministro della Giustizia, e da Israel Katz, ministro della Difesa. I tre hanno parlato di “rivoluzione degli insediamenti” e di normalizzazione della gestione del territorio. Tra gli obiettivi dichiarati c’è la registrazione di una parte significativa delle aree non ancora censite nei prossimi quattro anni e la possibilità di classificare come “terra di Stato” i terreni per i quali i privati non riescono a dimostrare un titolo valido.
La questione riguarda soprattutto l’Area C, dove vivono centinaia di migliaia di palestinesi e tutti gli insediamenti israeliani. Secondo l’organizzazione israeliana Peace Now, una quota molto ampia dell’Area C potrebbe essere dichiarata terra di Stato se i criteri annunciati verranno applicati in modo estensivo. Tra Cisgiordania e Gerusalemme Est risiedono oltre 700.000 coloni israeliani. La gestione della terra incide quindi su equilibri demografici, infrastrutture e sicurezza.
Uno dei punti centrali è la definizione di quali documenti siano riconosciuti come validi. In teoria anche i palestinesi possono presentare domande di registrazione. In pratica, giuristi e organizzazioni per i diritti umani segnalano che molte catene di proprietà risultano interrotte, che numerose successioni non sono state formalmente trascritte e che le mappe catastali storiche non coincidono con i rilievi attuali. Inoltre, alcune norme israeliane sull’“assenteismo” consentono allo Stato di assumere il controllo di beni appartenenti a proprietari considerati assenti. Il risultato potrebbe essere un trasferimento progressivo di terreni dalla proprietà privata palestinese alla gestione statale israeliana.
Sul piano organizzativo, le decisioni governative hanno previsto la creazione di un’unità dedicata e l’assegnazione di fondi pluriennali. Testate israeliane hanno riportato uno stanziamento iniziale di circa 79 milioni di dollari tra il 2026 e il 2030 per l’avvio della registrazione in Area C e l’istituzione di nuove posizioni amministrative collegate al progetto. Le cifre definitive dipenderanno dall’approvazione del bilancio statale 2026. È stato inoltre citato uno stanziamento di centinaia di milioni di shekel per estendere i controlli a porzioni rilevanti del territorio. L’apparato operativo fa capo alla Land Registry dell’Amministrazione Civile con sede a Beit El.
Le conseguenze pratiche possono essere rilevanti. In Area C, i permessi edilizi per i palestinesi sono rilasciati con grande difficoltà dalle autorità israeliane. Molte abitazioni risultano quindi prive di autorizzazione formale e sono soggette a ordini di demolizione. Se nuove superfici verranno registrate come terra di Stato, le famiglie che non riusciranno a dimostrare la proprietà potrebbero perdere la possibilità di costruire o mantenere le proprie case. La pianificazione urbana, le reti idriche ed elettriche e le infrastrutture stradali restano sotto il controllo dell’Amministrazione Civile. Organizzazioni palestinesi e israeliane temono un aumento di sfratti e contenziosi.
La misura ha anche un impatto sugli Accordi di Oslo del 1993-1995, che hanno suddiviso la Cisgiordania in Area A, sotto controllo civile e di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese, Area B, sotto controllo civile palestinese e sicurezza congiunta, e Area C, sotto controllo israeliano. Alcuni provvedimenti recenti sono stati interpretati come un’estensione di strumenti amministrativi israeliani oltre l’Area C. Per la leadership palestinese ciò rappresenta una violazione degli accordi e del diritto internazionale. Governi arabi e diversi Paesi europei hanno espresso preoccupazione per le ripercussioni sulla prospettiva di una soluzione a due Stati.
Organizzazioni israeliane come Yesh Din, Bimkom, ACRI (Associazione per i Diritti Civili in Israele) e HaMokedhanno presentato ricorso all’Alta Corte di Giustizia contro la decisione di riaprire il settlement of title. Sostengono che la misura eccede i poteri di una potenza occupante secondo il diritto internazionale umanitario. La Corte non si è ancora pronunciata in via definitiva. L’esito del procedimento inciderà sulla possibilità di contestare la politica sul piano interno israeliano.
Negli ultimi anni l’espansione di insediamenti e avamposti, spesso legalizzati retroattivamente, e la costruzione di nuove strade hanno modificato la geografia della Cisgiordania. La registrazione fondiaria può fornire una base legale più solida a questa trasformazione, consentendo la pianificazione di nuovi quartieri e infrastrutture. Per i sostenitori della misura, la certezza dei titoli favorirà investimenti e sviluppo. Per i critici, se la maggior parte delle registrazioni si tradurrà in dichiarazioni di terra di Stato, i benefici si concentreranno sugli insediamenti israeliani mentre per la popolazione palestinese aumenteranno precarietà e conflitto.
Nei prossimi mesi sono attesi rilievi catastali in aree selezionate dell’Area C e un incremento del contenzioso amministrativo. Le organizzazioni palestinesi stanno raccogliendo e digitalizzando documenti storici per prepararsi alle nuove procedure. Sul piano diplomatico, l’Unione Europea e le Nazioni Unite potrebbero intensificare le iniziative politiche e legali. La questione della terra, in Cisgiordania, non è solo una disputa burocratica. La definizione di una particella su un registro determina chi può restare, chi può costruire e chi rischia di essere escluso.
Fonti: Peace Now; Yesh Din; Bimkom; ACRI (Associazione per i Diritti Civili in Israele); HaMoked; comunicati del Governo di Israele; decisioni del Gabinetto di Sicurezza israeliano; documenti delle Nazioni Unite; articoli di Haaretz; articoli del Times of Israel.
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