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16 Febbraio 2026 - 17:40
Piastra come Peppone: a Settimo l’orologio del popolo è fermo, tanto peggio per il sole
“Hai di nuovo messo avanti il tuo sporco orologio?!” ringhia Don Camillo a Peppone. “È l’orologio del popolo — se è in ritardo sul popolo tanto peggio per il sole e il suo sistema!” replica il sindaco comunista.
E Don Camillo, serafico: “La torre segna l’ora solare, il sole non fa politica!”.
Se Giovannino Guareschi avesse ambientato una scena a Settimo Torinese nel 2026, probabilmente avrebbe dovuto aggiornare la sceneggiatura: qui non c’è nemmeno bisogno di spostare le lancette. Gli orologi sono già fermi. Tutti. O quasi. E non per scelta ideologica. Per abbandono.
Siamo nella città amministrata da Elena Piastra, quella delle grandi visioni, dei progetti europei, delle transizioni, delle città che guardano avanti. Peccato che, a guardare gli orologi pubblici, Settimo sia rimasta inchiodata a un pomeriggio imprecisato di qualche mese fa.
Le fotografie parlano da sole. In piazza, davanti alla chiesa, in via Regio Parco, vicino alle attività commerciali: quadranti analogici bloccati sempre sulla stessa ora, lancette immobili come se il tempo si fosse stufato di scorrere. Solo la croce verde della farmacia, digitale e luminosa, resiste eroicamente con il suo 17:31:44 perfettamente aggiornato. Il resto è archeologia urbana.
Se n’è accorto Giorgio Carlo Zigiotto, consigliere comunale dei Fratelli d'Italia. Racconta che l’altro giorno, in piazza, un ragazzo gli ha chiesto l’ora. Lui, istintivamente, ha pensato: ma perché chiederla a me, quando c’è un orologio a due passi? Poi ha alzato lo sguardo. E ha capito. L’orologio era fermo. Lancette inchiodate. Silenzio meccanico.
Da lì il giro esplorativo: altri orologi, stessa scena. Fermi. Tutti. Non uno, non due. Una costellazione di orologi immobili disseminati sul territorio.
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Non è solo una questione estetica. È anche amministrativa. Perché quegli orologi non sono semplici arredi urbani: sono pubblicitari. Sotto il quadrante campeggiano le insegne di studi dentistici, assicurazioni, negozi per bambini. Attività che pagano una tassa al Comune. Attività che, legittimamente, si aspettano che il dispositivo funzioni.
Nell’interpellanza presentata dal gruppo consiliare di Fratelli d’Italia — firmata da Francesco D’Ambrosio, Vincenzo Andrea Maiolino e Giorgio Carlo Zigiotto — si sottolinea che “molte attività commerciali hanno pagato la tassa pubblicitaria al comune ed avrebbero piacere di veder funzionare gli orologi".
La domanda politica è semplice, quasi ingenua nella sua linearità: chi deve occuparsi della manutenzione? Quanti sono gli orologi presenti sul territorio? Quanto costa la pubblicità su questi dispositivi? E soprattutto: quando si intende ripristinare il funzionamento?
Domande che verranno poste ufficialmente nel prossimo Consiglio comunale.
Ora, si dirà: ma è davvero questo il problema di una città? Certo che no. Non è l’emergenza del secolo. Non è la grande opera pubblica. Non è la transizione ecologica. Ma è il dettaglio che racconta lo stato delle cose. Perché un orologio pubblico fermo è un simbolo potente: comunica trascuratezza, disattenzione, immobilismo.
In una città che ama raccontarsi moderna e dinamica, vedere lancette bloccate sempre sulla stessa ora ha qualcosa di involontariamente metaforico. Il tempo dell’amministrazione scorre? Oppure si è inceppato anche lui?
E poi c’è l’aspetto quasi comico. Settimo è probabilmente l’unica città dove, per sapere l’ora esatta, conviene entrare in farmacia e guardare la croce verde digitale. O chiedere al primo passante.
E la battuta di Don Camillo? Resta lì, sospesa sopra piazza San Pietro in Vincoli: “Il sole non fa politica”. Gli orologi pubblici, invece, sì. Perché quando sono fermi da mesi, qualcuno deve pur rispondere.
Nel prossimo Consiglio comunale si capirà se il tempo a Settimo ricomincerà a scorrere. O se, come in una vecchia pellicola in bianco e nero, resteremo tutti fermi a quell’ora imprecisata che nessuno ricorda più quando sia iniziata.
LA VOCE DEL CANAVESE
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