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16 Febbraio 2026 - 14:14
Groscavallo, a rischio le tombe di Don Quaranta e del pittore Sobrile
C’è una scadenza fissata nero su bianco: 1° giugno. Entro quella data alcune tombe nei cimiteri di Groscavallo verranno estumulate. Lo prevede un “Avviso” pubblicato sul sito istituzionale del Comune. Un atto formale, amministrativo. Ma tra i nomi inseriti in quell’elenco ce ne sono due che hanno acceso un dibattito che va ben oltre la burocrazia: Don Giuseppe Quaranta e Giuseppe Sobrile.
A sollevare la questione sono i consiglieri comunali di minoranza Giuseppe Rapelli, Antonella Murrocu e Andrea Parodi, del gruppo “Groscavallo Cambia”. Hanno presentato una mozione in Consiglio comunale chiedendo di preservare quelle due sepolture e, più in generale, di avviare un censimento delle cosiddette “sepolture illustri” presenti nei tre cimiteri del territorio.
Perché qui non si parla soltanto di concessioni scadute o di regolamenti cimiteriali. Si parla di memoria collettiva.
Don Giuseppe Quaranta è stato parroco di Bonzo per 36 anni. Una presenza costante, soprattutto durante gli anni drammatici della Seconda guerra mondiale, quando la montagna era insieme rifugio e trincea, paura e solidarietà. La sua figura, ricordano i consiglieri, è tornata viva nei pensieri dei groscavallesi proprio in questi giorni, dopo la pubblicazione dell’Avviso. Non è soltanto un sacerdote sepolto in un campo santo: è un pezzo di storia locale. È uno di quei nomi che, nelle piccole comunità alpine, si intrecciano alle biografie delle famiglie, ai racconti tramandati attorno al tavolo, alle scelte coraggiose fatte nei momenti più difficili.
Dall’altra parte c’è Giuseppe Sobrile, pittore piemontese della prima metà del Novecento. Nato artisticamente all’Accademia Albertina di Torino, fu allievo di Pier Celestino Gilardi e Giacomo Grosso. La sua cifra stilistica si sviluppò attorno alla figura, con un disegno particolareggiato e un gusto decorativo che dialogava con le esperienze di Felice Carena, Cesare Ferro e Domenico Buratti. Dopo la Prima guerra mondiale scelse Forno Alpi Graie come dimora, in una decisione che fu insieme esistenziale e artistica: il paesaggio alpino, gli scorci rustici, le visioni di neve divennero la sua cifra. E poi le nature morte, i grandi mazzi di fiori di campo, sontuosi e variopinti, che ancora oggi raccontano una sensibilità attenta alla luce e alla materia. Morì a Forno Alpi Graie il 6 settembre 1956, dove è sepolto.
Due figure diverse, ma unite da un legame profondo con il territorio.
«I cimiteri italiani – sottolineano Rapelli, Murrocu e Parodi – sono sempre più attenti a preservare le cosiddette “sepolture illustri”, quelle di persone che hanno rappresentato un valore storico o culturale per la comunità».
In molte città si valorizzano questi luoghi con pannelli esplicativi, percorsi tematici, perfino visite guidate. La memoria diventa racconto, patrimonio condiviso, occasione di conoscenza.
A Groscavallo, invece, il rischio è che quei resti finiscano in una fossa comune per assenza di eredi.
La mozione presentata in Consiglio chiede al Sindaco e alla Giunta di individuare una soluzione alternativa: una nuova sepoltura che eviti la dispersione dei resti e, con essa, la cancellazione simbolica della loro presenza dalla comunità. E non solo. Il gruppo di minoranza propone anche di stilare un elenco ufficiale delle “sepolture illustri” nei tre cimiteri comunali, così da prevenire in futuro situazioni analoghe.
Tra i nomi citati, a titolo di esempio, figurano il prof. Piero Girardi, nel cimitero di Forno, Don Borgiotto e i Giusti tra le Nazioni nel cimitero di Groscavallo. Un patrimonio umano e storico che meriterebbe, secondo i consiglieri, una tutela esplicita e non affidata al caso o alla buona volontà di qualcuno.
C’è anche un aspetto pratico che non passa inosservato: nel caso di Don Giuseppe Quaranta, sarebbe paradossale – sottolineano – dover impegnare economicamente la Parrocchia di Groscavallo per garantire una diversa sistemazione alla tomba di un parroco che per oltre tre decenni ha servito la comunità.
La questione ora passa al Consiglio comunale. Da una parte c’è un regolamento da applicare, dall’altra una scelta che riguarda identità e memoria. Perché nei piccoli paesi di montagna, più che altrove, i nomi scolpiti sulle lapidi non sono soltanto iscrizioni su marmo: sono frammenti di una storia condivisa, radici che tengono insieme generazioni diverse.
E la domanda che aleggia, a poche settimane dalla scadenza indicata nell’Avviso, è semplice quanto profonda: una comunità può permettersi di dimenticare chi l’ha aiutata nei momenti più bui o chi l’ha raccontata con i colori della neve e dei fiori di campo?
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