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14 Febbraio 2026 - 16:28
Alba in lacrime per Maria Franca Ferrero: l’ultimo abbraccio alla “signora” della città
Un lungo applauso rompe il silenzio poco prima delle 15. Non è un gesto formale. Non è un tributo di circostanza. È un applauso che nasce dal petto, che vibra sotto gli ombrelli aperti, che rimbalza tra i muri antichi di piazza Risorgimento e si insinua nei vicoli, sotto i portici, nelle case. Alba piange. Piange davvero. E mentre il feretro di Maria Franca Ferrero attraversa la piazza e fa il suo ingresso nella Cattedrale di San Lorenzo, la città sembra stringersi in un unico, grande respiro trattenuto, come se nessuno volesse lasciarlo andare.
La pioggia cade sottile, insistente, quasi rispettosa. Bagna le pietre, i cappotti scuri, le mani intrecciate. C’è chi resta fermo sotto i portici con lo sguardo fisso verso il Duomo, chi si avvicina alle transenne in punta di piedi, chi si fa il segno della croce lentamente. Molti hanno gli occhi lucidi. Qualcuno non riesce a trattenere le lacrime. Si abbassano gli sguardi, si stringono le labbra. Non si saluta soltanto la vedova di Michele Ferrero. Si saluta una presenza familiare, una figura che per oltre sessant’anni ha rappresentato un punto fermo, un riferimento discreto, un volto rassicurante legato a doppio filo alla storia della città.
Accanto alla bara ci sono i suoi affetti più cari: il figlio Giovanni Ferrero, oggi alla guida del gruppo dolciario, con la moglie Paola e i figli Michele e Bernardo. C’è Luisa, vedova di Pietro Ferrero, con i figli Michael, Maria Eder e John. Tre generazioni raccolte attorno a un dolore che non è solo privato. È un dolore che Alba sente come proprio, perché in quella famiglia molti hanno visto riflessa una parte della propria storia.

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Quella stessa cattedrale aveva già accolto, nel 2011, il feretro di Pietro, stroncato troppo presto durante un viaggio di lavoro. E nel 2015 aveva ospitato le esequie di Michele Ferrero, scomparso proprio il 14 febbraio. Oggi, ancora un 14 febbraio, la famiglia si ritrova davanti allo stesso altare. È una data che pesa. Una coincidenza che ferisce. Come se il tempo, ad Alba, avesse deciso di segnare i suoi lutti sempre nello stesso giorno, nello stesso luogo, sotto le stesse volte gotiche che hanno visto crescere una storia familiare diventata storia collettiva.
Il Comune ha proclamato il lutto cittadino. Le bandiere sono a mezz’asta. Molti negozi hanno abbassato le serrande. Nelle vetrine compaiono le fotografie della signora Ferrero, distribuite dall’associazione commercianti: volti stampati, incorniciati, illuminati da luci soffuse. Nel piazzale antistante il Duomo è stato allestito un maxischermo per permettere a tutti di seguire la cerimonia. Gesti semplici, ma potenti. Alba vuole esserci. Vuole accompagnarla fino all’ultimo passo. Vuole dirle grazie.
Per capire perché oggi la città piange così, bisogna ricordare chi era Maria Franca Ferrero. Non una figura di rappresentanza. Non una presenza di facciata. Nata a Savigliano nel 1939, cresciuta in una famiglia piemontese dove il lavoro era un valore e la sobrietà uno stile di vita, Maria Franca Fissolo ha studiato, ha imparato le lingue, è entrata in Ferrero come interprete nel 1961. È lì che ha incontrato Michele. Un colpo di fulmine, hanno raccontato negli anni. Un amore che è diventato matrimonio nel 1962 e poi famiglia, con la nascita di Pietro e Giovanni.
Ma sarebbe riduttivo raccontarla solo come moglie e madre. Maria Franca è stata il cuore silenzioso di un progetto imprenditoriale che ha cambiato il volto dell’industria dolciaria mondiale. Mentre il marchio Ferrero cresceva e Nutella, Kinder e Ferrero Rocher conquistavano mercati lontani, lei restava ancorata alla terra, alle persone, al territorio. Non amava i riflettori. Non cercava interviste. Preferiva ascoltare. Preferiva restare un passo indietro, lasciando parlare i fatti.
Chi lavorava in azienda la ricorda per la sua capacità di fermarsi, di chiedere come stava una famiglia, di ricordare un nome anche a distanza di anni. Non era distante. Non era fredda. Era autorevole, sì, ma capace di una dolcezza concreta. Una donna di fede profonda, abituata a considerare il successo non come un traguardo personale, ma come una responsabilità verso gli altri.
Poi sono arrivati i dolori più grandi. La morte di Pietro, un figlio che nessuna madre dovrebbe mai salutare. E nel 2015 la scomparsa di Michele, compagno di una vita. Eppure Maria Franca non si è piegata. Si è fatta custode di una memoria e di un’eredità immensa. Ha rafforzato il suo impegno nella Fondazione Ferrero, ha sostenuto iniziative culturali, ha continuato a essere un punto di riferimento per la comunità, senza mai cercare applausi.
Qualche mese fa è stata nominata presidente onoraria a vita della Ferrero International. Un titolo che non cambiava nulla nella sostanza, ma che riconosceva formalmente ciò che Alba sapeva da sempre: il suo ruolo centrale in una storia che ha portato il nome della città nel mondo.
Durante la celebrazione funebre il silenzio è denso, quasi fisico. Le parole pronunciate dall’altare parlano di fede, di amore, di servizio. Ma sono i volti a raccontare di più. Operai in pensione, dipendenti storici, giovani che hanno trovato in Ferrero un’opportunità di lavoro e di crescita. Molti si sentono parte di una famiglia più grande. E oggi quella famiglia perde una madre simbolica.
Quando il feretro esce dalla cattedrale, la pioggia non si ferma. Eppure nessuno si muove. È partito un altro applauso. Più lungo. Più intenso. Qualcuno sussurra una preghiera. Qualcun altro abbassa lo sguardo per nascondere le lacrime che ormai scendono senza vergogna. Non è solo il saluto a una donna. È il commiato a un’epoca. A una generazione che ha costruito, passo dopo passo, un sogno industriale senza mai recidere le radici.
Alba non piange soltanto la vedova di un grande imprenditore. Piange Maria Franca, la donna che ha saputo essere forte senza essere rumorosa, presente senza essere invadente, guida senza cercare il comando. Piange una madre che ha conosciuto il dolore più grande e ha continuato a camminare con dignità. Piange una signora che, fino all’ultimo, è rimasta fedele alla sua città.
E mentre la piazza lentamente si svuota e le serrande restano abbassate in segno di rispetto, quell’applauso sembra non finire mai davvero. Resta sospeso nell’aria umida di febbraio, come una promessa silenziosa: non ti dimenticheremo.
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