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Strage invisibile in strada: nel 2025 già 414 senza dimora morti nell’indifferenza generale

I dati della fio.PSD ETS fotografano un’emergenza strutturale: età media 46 anni, oltre metà stranieri, il Nord l’area più colpita. Non è solo il freddo a uccidere, ma una vita intera ai margini

Strage invisibile in strada: nel 2025 già 414 senza dimora morti nell’indifferenza generale

Strage invisibile in strada: nel 2025 già 414 senza dimora morti nell’indifferenza generale

È una strage silenziosa, quotidiana, che non apre i telegiornali e raramente conquista le prime pagine. Una scia di morti che attraversa le città italiane mese dopo mese, stagione dopo stagione. Non riguarda solo le notti gelide di gennaio, quando il freddo diventa un assassino annunciato. Riguarda tutto l’anno. Riguarda l’indifferenza. Riguarda la strada.

A fotografare questa emergenza permanente è la fio.PSD ETS – Federazione italiana organismi per le Persone senza dimora, che nel suo ultimo monitoraggio restituisce un numero che pesa come un macigno: nel 2025 sono morte 414 persone senza dimora. Un dato che l’Ente del Terzo Settore definisce “tristemente in linea con quello degli anni precedenti”. Tradotto: non è un picco, non è un’eccezione. È una normalità che si ripete.

Dietro quella cifra ci sono volti, storie interrotte, esistenze che si sono consumate troppo in fretta. Le morti in strada – si legge sul sito dell’associazione – colpiscono soprattutto uomini, nel 91,5% dei casi. Più della metà delle vittime, il 56,5%, è di nazionalità straniera, con una prevalenza significativa di persone provenienti da Paesi extraeuropei (45%). In particolare dal Marocco (10%) e dalla Tunisia (3,5%). Numeri che raccontano un intreccio complesso di marginalità sociale, migrazioni difficili, fragilità economiche e percorsi di vita spezzati.

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Ma il dato che più di tutti scuote è quello anagrafico. L’età media dei morti si ferma a 46,3 anni. Per gli italiani sale a 54,5, per gli stranieri scende drasticamente a 42 anni. Un’età che, per la maggior parte delle persone, coincide con la piena maturità, con il lavoro, la famiglia, i progetti ancora aperti. La federazione sottolinea come questo numero sia “cruciale” se confrontato con l’età media di morte della popolazione italiana, che è di 81,9 anni. Quasi il doppio. È qui che la distanza diventa abisso. Vivere in strada significa, statisticamente, perdere oltre trent’anni di vita.

Anche la geografia del dolore è chiara. Il Nord Italia resta l’area più colpita, con oltre la metà dei decessi: il 29% nel Nord-Ovest e il 19,7% nel Nord-Est. Seguono il Centro con il 26%, il Sud con il 17% e le Isole con l’8,3%. Le grandi città fanno da epicentro, ma il fenomeno non risparmia territori periferici e centri più piccoli. Dove c’è marginalità, c’è rischio. Dove manca una rete di protezione efficace, la strada diventa una trappola.

E poi ci sono i luoghi della morte, che parlano da soli. Nel 34% dei casi i corpi vengono ritrovati in spazi pubblici: strade, parchi, aree facilmente accessibili. Spazi che attraversiamo ogni giorno, spesso senza accorgerci di chi li abita ai margini. Il 23% dei decessi avviene in baracche e ripari di fortuna, costruzioni precarie che non proteggono né dal freddo né dall’isolamento. Il 15% delle morti è dovuto ad annegamento, un dato che apre interrogativi dolorosi su condizioni di vita estreme, incidenti, fragilità psicologiche. E l’8% avviene in carcere, altro luogo di marginalità, dove la condizione di senza dimora spesso si intreccia con quella detentiva.

Per la fio.PSD, questi numeri non sono solo statistiche ma indicatori precisi delle condizioni in cui vivono le persone senza dimora. Morire in strada significa essere esposti a tutto: alle intemperie, alle malattie non curate, alle dipendenze, alla violenza, alla solitudine. Significa spesso non avere accesso continuativo ai servizi sanitari, arrivare tardi nelle strutture di accoglienza, restare invisibili finché non è troppo tardi.

La morte di una persona senza dimora raramente suscita clamore. Non c’è un corteo, non c’è una mobilitazione collettiva. A volte c’è una breve di cronaca: “Trovato morto un uomo nei giardini pubblici”. Poche righe. Nessun nome, nessuna storia. Eppure quelle 414 vite raccontano un Paese che non riesce ancora a garantire protezione ai più fragili. Raccontano un welfare che fatica a intercettare chi scivola ai margini. Raccontano una povertà estrema che non è solo economica ma anche relazionale, sanitaria, abitativa.

Non è solo il freddo a uccidere. Sono le malattie croniche non curate, le infezioni, le dipendenze, i disturbi psichiatrici non seguiti, la malnutrizione, l’esposizione continua allo stress e alla violenza. È la strada come condizione permanente. È l’assenza di una casa che diventa assenza di diritti pieni.

Questa è la strage invisibile del 2025. Quattrocentoquattordici morti che non fanno rumore ma che, messe in fila, raccontano un’emergenza strutturale. Un’emergenza che non si esaurisce con un piano invernale o con qualche posto letto in più nei mesi più freddi. Perché la strada non è una stagione. È una condizione che, per centinaia di persone ogni anno, si trasforma in condanna.

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