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Attacco jihadista alla Base 101 di Niamey: italiani e russi sotto lo stesso fuoco, l’uranio a pochi metri

Assalto dello Stato Islamico nel Sahel all’aeroporto Diori Hamani. Niger e Africa Corps respingono l’attacco, la Missione Bilaterale di Supporto in Niger (MISIN) resta fuori dai combattimenti. La nuova mappa del potere nel Sahel passa da qui.

Attacco jihadista alla Base 101 di Niamey: italiani e russi sotto lo stesso fuoco, l’uranio a pochi metri

Abdourahamane Tiani

La notte del 29 gennaio 2026, all’aeroporto Diori Hamani di Niamey, le esplosioni hanno interrotto il silenzio poco dopo la mezzanotte. Nel perimetro della Base Aérienne 101, a breve distanza da un deposito di yellowcake sorvegliato dall’esercito nigerino, erano presenti tre contingenti: le forze armate del Niger, i militari russi dell’Africa Corps e circa trecento italiani della Missione Bilaterale di Supporto in Niger (MISIN). L’attacco ha colpito uno dei luoghi simbolo della nuova fase geopolitica del Sahel, dove fino al settembre 2024 operavano anche gli Stati Uniti prima del ritiro concordato con il governo nigerino.

Secondo la versione ufficiale diffusa da Niamey, gruppi armati affiliati allo Stato Islamico nel Sahel hanno forzato gli accessi all’area aeroportuale utilizzando motociclette e pick-up, mentre droni artigianali venivano lanciati contro infrastrutture e mezzi. Gli scontri sono durati circa due ore. Le autorità hanno comunicato che sono stati uccisi 20 assalitori e che 11 sono stati catturati. Quattro militari nigerini sono rimasti feriti. Sono stati segnalati danni a velivoli civili di ASKY Airlines e Air Côte d’Ivoire. La rivendicazione è arrivata tramite Amaq, agenzia di propaganda collegata allo Stato Islamico. A respingere l’assalto sono stati i reparti nigerini con il supporto dell’Africa Corps. Il contingente italiano non ha partecipato ai combattimenti. A Roma, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che nessun militare della MISIN è rimasto coinvolto.

Le cifre sulle perdite e sui danni militari hanno circolato con versioni differenti. I canali jihadisti hanno parlato di risultati più ampi rispetto a quanto riferito dal governo nigerino. In assenza di verifiche indipendenti complete, le informazioni disponibili convergono sull’impatto nell’area aeroportuale ma non indicano un collasso delle difese della base.

La Base 101 rappresenta un punto di svolta nella presenza internazionale in Niger. Dopo il colpo di Stato del 2023 e il progressivo allontanamento dai partner occidentali, il governo guidato dal generale Abdourahamane Tiani ha negoziato l’uscita delle forze statunitensi. Il ritiro si è concluso entro il 15 settembre 2024, con la chiusura anche della Base 201 di Agadez, considerata una delle principali installazioni americane nella regione. Nel 2024 e nel 2025, la Russia ha consolidato la propria presenza attraverso l’Africa Corps, struttura formalmente collegata al Ministero della Difesa di Mosca che ha assorbito uomini e funzioni della precedente rete riconducibile al gruppo Wagner.

L’Italia ha mantenuto attiva la MISIN, avviata nel 2018 con un mandato bilaterale centrato su addestramento e cooperazione civile-militare. Le fonti aperte stimano una presenza variabile tra 250 e 500 militari; diverse analisi indicano una media recente intorno alle trecento unità. La missione ha operato in ambiti specialistici come contrasto agli ordigni improvvisati, formazione di unità speciali e attività aviolancistiche. Ha inoltre sostenuto il progetto CEMEDAN (Centro di Medicina Aeronautica), struttura in costruzione per supportare l’aeronautica nigerina.

Guido Crosetto

Guido Crosetto

Dopo l’attacco, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, ha visitato il contingente a Niamey il 9 e 10 febbraio 2026. La visita ha avuto un significato operativo e politico: verificare le condizioni di sicurezza e ribadire la continuità dell’impegno italiano. La linea del governo è rimasta quella della prudenza operativa. La MISIN ha regole d’ingaggio limitate alla legittima difesa del personale e delle infrastrutture assegnate. Il non coinvolgimento nei combattimenti del 29 gennaio è coerente con questo mandato.

L’attacco si è inserito in un quadro regionale in evoluzione. Il 29 gennaio 2025, Niger, Mali e Burkina Faso hanno formalizzato l’uscita dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) e hanno rafforzato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES). Le tensioni diplomatiche con Francia, Benin e Costa d’Avorio si sono accentuate nelle ore successive all’assalto, con accuse respinte dai governi interessati. La ridefinizione delle alleanze ha modificato i canali di cooperazione militare e di intelligence.

Un elemento sensibile resta la presenza di circa mille tonnellate di uranio stoccato nell’area aeroportuale, oggetto di contenzioso tra la compagnia francese Orano e le autorità nigerine. Il tema è diventato parte della competizione economica e strategica nella regione. Sebbene non vi siano evidenze che l’attacco del 29 gennaio avesse come obiettivo diretto il deposito, la vicinanza tra infrastrutture militari e materiale strategico aumenta l’esposizione a rischi.

La coesistenza nella stessa base di contingenti italiani e russi non implica integrazione operativa. Le catene di comando sono separate e le attività non risultano coordinate. Tuttavia, la presenza simultanea evidenzia la trasformazione degli equilibri nel Sahel. L’Italia ha scelto di mantenere un canale con le autorità di Niamey, anche mentre altri partner occidentali hanno lasciato il Paese. La strategia è collegata al Piano Mattei per l’Africa, che secondo il governo mobilita circa 5,5 miliardi di euro tra cooperazione e Fondo per il Clima.

L’attacco del 29 gennaio ha mostrato che i gruppi jihadisti conservano capacità di penetrazione anche in aree urbane considerate relativamente protette. L’uso di droni artigianali e mezzi leggeri conferma un adattamento tattico già osservato in altri contesti del Sahel. La pressione armata si intreccia con crisi economiche, fragilità istituzionali e traffici transfrontalieri.

Per l’Italia, le implicazioni riguardano soprattutto la sicurezza del contingente e la sostenibilità politica della missione. È plausibile un rafforzamento delle misure di protezione passiva e una revisione delle procedure di allerta. Resta centrale il rapporto con le forze armate nigerine, che determina la possibilità di proseguire le attività di formazione. La gestione dell’immagine pubblica rappresenta un altro fattore: la narrativa anti-occidentale è diffusa nei media locali e sui social network.

Il caso di Niamey solleva una questione più ampia sulla capacità europea di elaborare una politica coerente nel Sahel che integri sicurezza, sviluppo e gestione dei flussi migratori. L’Italia ha scelto una linea di presenza limitata ma continuativa. L’attacco del 29 gennaio non ha modificato formalmente il mandato della MISIN, ma ha reso evidente che l’area resta instabile.

Nella stessa base da cui gli Stati Uniti si sono ritirati nel 2024, oggi operano italiani e russi sotto bandiera nigerina. L’assalto ha dimostrato che il contesto è fluido e che la sicurezza delle missioni internazionali dipende da equilibri politici fragili. La permanenza italiana nel Paese continuerà a essere valutata in base ai risultati concreti della cooperazione e alla capacità di contenere i rischi operativi.

Fonti: Ministero della Difesa italiano, Stato Maggiore della Difesa, Governo del Niger, Amaq News Agency, ASKY Airlines, Air Côte d’Ivoire, Orano, comunicati ufficiali sull’uscita dalla ECOWAS, dichiarazioni sul Piano Mattei per l’Africa.

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