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14 Febbraio 2026 - 08:03
Delcy Rodríguez
Il 12 febbraio 2026, in un’intervista alla NBC, la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha dichiarato che in Venezuela si terranno «elezioni libere e giuste». È passato poco più di un mese dalla cattura di Nicolás Maduro, avvenuta il 3 gennaio durante un’operazione militare statunitense a Caracas. Da allora il Paese vive una fase di transizione incerta, segnata da pressioni internazionali, tensioni interne e istituzioni contestate.
Rodríguez ha parlato di voto nel rispetto della Costituzione e di un calendario da definire attraverso un dialogo politico nazionale. Non ha indicato date. Ha annunciato l’intenzione di promuovere un’amnistia generale e di chiudere il centro di detenzione dell’Helicoide, da anni indicato da organizzazioni per i diritti umani come luogo di torture e detenzioni arbitrarie. Le misure devono però passare dall’Assemblea nazionale, dove il Partito socialista unito del Venezuela (PSUV) mantiene il controllo.
L’operazione che ha portato alla cattura di Maduro e della moglie Cilia Flores ha aperto una crisi diplomatica. La Casa Bianca ha rivendicato l’azione, collegandola a procedimenti per narco-terrorismo già avviati contro l’ex presidente. Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (ONU, Organizzazione delle Nazioni Unite) diversi Paesi hanno chiesto chiarimenti sulla legittimità dell’intervento. A Caracas, Rodríguez ha assunto l’interim tra le contestazioni di una parte dell’opposizione, che ha chiesto un governo di transizione indipendente dagli apparati chavisti.
Nelle sue prime dichiarazioni pubbliche, Rodríguez ha difeso la sovranità nazionale e ha ribadito che nessuna potenza straniera governa il Venezuela. Allo stesso tempo ha continuato a riconoscere Maduro come presidente legittimo, segnalando continuità politica. La sua posizione dipende dall’equilibrio con i vertici della Forza armata nazionale bolivariana e con figure chiave del chavismo come Vladimir Padrino López e Diosdado Cabello.

La promessa di elezioni si inserisce in un contesto di sfiducia profonda verso il sistema elettorale. Il Consiglio nazionale elettorale (CNE) non ha pubblicato i dati dettagliati delle presidenziali del luglio 2024, vinte ufficialmente da Maduro tra accuse di frode e di “attacco informatico”. L’opposizione ha rivendicato la vittoria del proprio candidato, Edmundo González Urrutia, e ha denunciato irregolarità sistematiche. Le legislative del 2025 sono state in gran parte boicottate, lasciando l’Assemblea sotto il controllo del PSUV.
Negli ultimi giorni il governo ad interim ha autorizzato il rilascio di alcuni oppositori detenuti. Secondo l’Associated Press (AP), tra i liberati figurano attivisti arrestati dopo le proteste del 2024, quando oltre 2.400 persone erano state fermate e almeno 28 erano morte negli scontri. Rodríguez ha annunciato una proposta di amnistia più ampia, ma non sono ancora noti criteri e tempi di applicazione.
Il quadro costituzionale prevede che l’interim duri 90 giorni, prorogabili di altri 90 con voto dell’Assemblea. In caso di vacanza assoluta della presidenza, nuove elezioni devono essere convocate entro 30 giorni. Finora non è stato presentato un cronoprogramma ufficiale. Senza una data certa e senza riforme degli organi di garanzia, l’impegno rischia di restare dichiarazione politica.
La questione centrale riguarda gli arbitri del processo. Il CNE e il Tribunale supremo di giustizia (TSJ) sono percepiti come allineati al governo. Per rendere credibile il voto servirebbero osservatori internazionali con accesso pieno ai seggi, pubblicazione immediata dei risultati dettagliati e audit indipendenti dei sistemi informatici. Sarebbe necessario anche garantire la partecipazione di tutti i partiti, la fine delle interdizioni amministrative e l’accesso paritario ai media.
Nel campo dell’opposizione si muove María Corina Machado, premio Nobel per la Pace 2025, che ha annunciato l’intenzione di rientrare nel Paese e di sostenere elezioni competitive. I rapporti con Washington sono però complessi. Secondo ricostruzioni di stampa, l’amministrazione statunitense avrebbe considerato Rodríguez una figura più gestibile per una transizione ordinata, mentre una parte dell’opposizione teme un nuovo equilibrio che non modifichi davvero gli assetti di potere.
La leva economica resta il petrolio. Il Venezuela possiede le maggiori riserve accertate al mondo e le sanzioni statunitensi su esportazioni e finanza hanno inciso sulla produzione. Washington può modulare queste restrizioni in cambio di passi verificabili su diritti umani ed elezioni. Negli ultimi giorni si è parlato di possibili riaperture selettive verso compagnie occidentali, condizionate a progressi concreti.
Sul piano interno il PSUV non appare compatto. Alcuni settori spingono per mantenere una linea rigida, altri ritengono inevitabile un accordo che garantisca protezione politica e personale dopo il voto. Molto dipenderà dalla posizione dei vertici militari e dei servizi di sicurezza.
Per il Venezuela la posta in gioco è alta. L’economia resta fragile, l’inflazione ha eroso i salari e milioni di cittadini sono emigrati negli ultimi anni. Le elezioni rappresentano per molti l’unica via per ristabilire un minimo di normalità istituzionale. Perché la promessa di Rodríguez si traduca in fatti, servono tempi certi, riforme degli organismi di controllo e verifiche indipendenti. In assenza di questi elementi, la transizione rischia di prolungare l’incertezza.
Fonti: NBC News; Associated Press; Casa Bianca; Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela; dichiarazioni ufficiali del Governo ad interim del Venezuela
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