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14 Febbraio 2026 - 17:24
Giuseppe Barletta e sua moglie
A Ivrea l’arancia non è un dettaglio folkloristico. È il centro della scena. Senza arance non esiste la battaglia, e senza battaglia il Carnevale perderebbe il suo tratto più riconoscibile. Dietro quel frutto che vola tra carri e piazze non c’è improvvisazione, ma una filiera agricola costruita in oltre quarant’anni di rapporti.
Il nome chiave è quello di Giuseppe Barletta, 43 anni, imprenditore agricolo di Corigliano-Rossano, in provincia di Cosenza. Terza generazione di una famiglia che vive di agrumi, guida l’azienda radicata nella Piana di Sibari, tra lo Ionio e la Sila. È da lì che partono le arance destinate allo Storico Carnevale di Ivrea. La distribuzione in Piemonte è coordinata dalla Stroppiana Ortofrutta di Chieri, partner storico dell’organizzazione.
Il legame con Ivrea nasce negli anni Ottanta. Dopo la scomparsa del nonno, è il padre di Giuseppe a prendere in mano l’attività e ad avviare la collaborazione con il Carnevale. All’inizio la fornitura riguarda una sola squadra, i Mercenari. Con il passare degli anni cresce fino a coinvolgere progressivamente tutte le squadre e le componenti della manifestazione. Dal 2001 è Giuseppe a gestire direttamente i rapporti con Ivrea, consolidando un sodalizio che dura da oltre venticinque anni.
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Il terreno dell'azienda agricola di Giuseppe Barletta

Gli agrumi di Barletta

Le piantine
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La questione che ciclicamente riemerge è quella dello spreco alimentare. Ogni edizione riaccende il dibattito: tonnellate di arance lanciate in piazza mentre altrove si parla di emergenza cibo. Barletta risponde su un piano tecnico e commerciale. Le arance destinate al Carnevale non sono frutti sottratti al mercato alimentare. Sono prodotto che la grande distribuzione non ritira.
Le ragioni sono agronomiche e di mercato: gelate che rendono il succo troppo acido, siccità che riduce il calibro, imperfezioni estetiche della buccia non accettate dagli standard della GDO. In altre annate pesa la sovrapproduzione o la saturazione industriale. In questi casi tonnellate di agrumi resterebbero nei campi senza sbocco commerciale.
«Se potessi venderle al mercato alimentare lo avrei fatto. Il Carnevale ci permette di salvare un prodotto che altrimenti marcirebbe a terra», spiega Barletta.
Per l’azienda calabrese il Carnevale rappresenta quindi uno sbocco economico alternativo. Non sottrae arance alle tavole dei consumatori, ma dà valore a un raccolto che il mercato scarta per logiche puramente commerciali. In questo senso la battaglia delle arance diventa anche una valvola economica per il territorio di Corigliano-Rossano, sostenendo il lavoro di decine di famiglie coinvolte nella raccolta, selezione e imballaggio.
Sul fronte delle polemiche legate al lavoro agricolo, l’azienda sottolinea di aver superato negli anni tutti i controlli, garantendo regolarità contributiva e rispetto delle normative. Un tema delicato che in passato aveva alimentato critiche, ma che Barletta rivendica con trasparenza.
Il rapporto con Ivrea si rafforza nel 2020, durante la pandemia. Il Carnevale viene annullato all’ultimo momento, ma le squadre decidono comunque di onorare gli ordini già effettuati. Una scelta che evita un danno economico pesante al produttore calabrese, con arance già raccolte e pronte alla spedizione.
Nel 2022 Giuseppe Barletta vive per la prima volta la manifestazione dall’interno. Invitato a salire sui carri, osserva la battaglia non più da fornitore ma da partecipante. «Da fuori può sembrare solo uno scontro. Da dentro si scopre un ambiente organizzato, dove il rispetto per le persone e per gli animali è una regola», racconta, rispondendo a chi definisce la manifestazione violenta o pericolosa.
Oggi anche le sue due figlie partecipano all’esperienza del Carnevale. Un legame che va oltre la fornitura commerciale e che negli anni ha assunto una dimensione personale.
I numeri restano però il dato centrale: tonnellate di arance movimentate, una filiera agricola che parte dalla Calabria e arriva in Piemonte, una collaborazione che dura da oltre due decenni. Senza quel prodotto la battaglia non esiste. E senza uno sbocco alternativo, una parte significativa di quel raccolto resterebbe senza mercato.
Dietro ogni arancia che colpisce il selciato di Ivrea c’è quindi un pezzo di economia agricola del Sud. Non è poesia. È logistica, mercato e lavoro. E ogni anno, quando la battaglia ricomincia, quella filiera si rimette in moto.
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