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Bombe dal cielo su Chivasso. La tragedia del 12 maggio 1944

Chivasso sotto il cielo in guerra: bombardamenti, vittime civili e ordigni inesplosi della Seconda guerra mondiale che ancora mietono vittime. Di Ettore Cima Barolo e Aleardo Fioccone per la rivista Canavèis

Bombe dal cielo su Chivasso. La tragedia del 12 maggio 1944

Borgo San Pietro. Case in Stradale Torino distrutte dal bombardamento degli aerei alleati il 12 maggio 1944.

Un mattino di tarda primavera del 1995 cinque artificieri dei carabinieri stanno lavorando al disinnesco di bombe sul terreno di un campo agricolo in frazione Boschetto di Chivasso. Nei giorni precedenti il metal detector di una ditta specializzata in bonifiche di ordigni esplosivi ne ha svelate cinque in un raggio di 150 metri, a poco più di mezzo metro di profondità. Pesano 250 libbre ciascuna, quasi 115 chilogrammi, della lunghezza di 85 centimetri con un diametro di 25. Sono residuati che giacciono conficcati nel suolo, perlopiù inesplosi, dal tempo della Seconda guerra mondiale, quando la borgata ospita l’Autocentro militare.

Macerie provocate dalla devastante incursione aerea anglo-americana del 1944. Le fotografie dell'articolo sono tratte da una ricerca di Pietro Nolli, 12 maggio 1944- 12 maggio 2004. 60° Anniversario del 1° bombardamento aereo sulla città di Chivasso.

Macerie provocate dalla devastante incursione aerea anglo-americana del 1944. Le fotografie dell'articolo sono tratte da una ricerca di Pietro Nolli, 12 maggio 1944- 12 maggio 2004. 60° Anniversario del 1° bombardamento aereo sulla città di Chivasso.

Alle 11 di questo soleggiato 2 giugno anche da lontano sentono il boato, una delle bombe è esplosa mentre la stavano disattivando. Due sono i morti che provoca: il maresciallo comandante il drappello Giuseppe Fanunza e il sergente maggiore Francesco Piccolo; feriti gravemente gli altri tre: un secondo sergente maggiore, Carlo Conqua, il sergente Vincenzo D’Alba e il tecnico artificiere Pierluigi Dagnino.  

Qualche anno prima, fine maggio 1987, a Cortereggio, borgata di San Giorgio Canavese qualche chilometro più a nord, tre chili e mezzo di dinamite che altri tecnici stanno per far brillare deflagrano, uccidendo tre artificieri.

Cinquant’anni dopo il conflitto, gli ordigni sganciati dagli aerei angloamericani nel Chivassese tra il 1942 e il 1945 portano ancora lutti.

 

Bombardate l’Italia.

L’Italia dichiara guerra a Francia e Inghilterra il 10 giugno 1940. Il giorno 12, all’1,30 di notte, nove bombardieri Whitley sorvolano il territorio piemontese, l’obiettivo sono gli stabilimenti Fiat dove si costruiscono aerei, motori e mezzi militari. Nel buio Torino appare ai piloti inglesi sorprendentemente illuminata, la contraerea tace, nessun caccia si è alzato per intercettarli. Altri dieci minuti, e all’1,40 le bombe cadono su strade e palazzi, il primo bombardamento che subisce una città italiana, 24 ore dopo il discorso dal balcone di piazza Venezia, l’inizio di un calvario infinito.

La gragnola di bombe sulla capitale subalpina dura poco più di mezzora, le fabbriche sono risparmiate dalla capacità micidiale delle 500 libbre di esplosivo che ciascun bombardiere sgancia quella notte, ma ad essere colpita è la zona di Porta Palazzo, dove il giorno dopo si conteranno 17 morti e una quarantina di feriti tra le macerie del disastro. Adirato per la beffa e lo smacco, Benito Mussolini scrive al prefetto di Torino: «Quei signori la pagheranno cara!».

Imprevidenza, disorganizzazione, superficialità e soprattutto improvvisazione di chi pensa che la guerra a fianco del Führer sarà breve e vantaggiosa, portando a ulteriori conquiste territoriali, consolidando e rafforzando il regime. Trascorsi cinque anni, a pagare sarà la popolazione italiana, al Nord come al Sud, e il Duce finirà i propri giorni fucilato su una sponda del lago di Como, invano cercando riparo nella inesistente ridotta valtellinese.

I sistemi di difesa antiaerea, sia per i militari sia quelli per la protezione dei civili, sono trascurati dai bilanci pubblici. «Questa realtà è però ignorata dalla popolazione – è precisato in Bombardate l’Italia, un volume denso di informazioni, scritto a quattro mani da Marco Gioannini e Giulio Massobrio −, che da un lato non sa che cosa possa essere la moderna guerra aerea, dall’altro tende a credere alla propaganda che assicura l’inviolabilità del territorio nazionale».

 

L’Italia sotto le bombe.

Soltanto nel settembre 1940, a distanza di tre mesi dall’entrata in guerra dell’Italia e dopo che Torino ha già subito quattro incursioni aeree – le ultime tre senza provocare vittime −, l’invito del prefetto a dotarsi di rifugi antiaerei viene accolto dal podestà di Chivasso Giuseppe Bertolo, che affida all’impresa Luigi Ferrero, di Brusasco, la costruzione di un rifugio per le scolaresche del capoluogo. Un altro rifugio antiaereo viene progettato e costruito in tutta fretta a lato del campo sportivo ma entro il muro di cinta, una soluzione giudicata opportuna perché confinante al cortile delle scuole; poco tempo dopo il Comune provvederà ad attrezzare con alcune suppellettili i sotterranei della scuola media Demetrio Cosola, capace di ospitare 350 allievi, mentre in precedenza le Ferrovie hanno già reso funzionante un ricovero nell’area interna allo scalo merci della stazione ferroviaria, nato soprattutto per proteggere il personale ferroviario e i viaggiatori, ma poi utilizzato anche dai chivassesi, almeno fino al giorno che viene centrato in pieno dal tragico bombardamento.

Come sperimentano quasi tutte le nazioni europee, la guerra moderna è guerra totale, cancella la tradizionale distinzione tra combattenti e popolazione civile, il fronte e la trincea diventano, con il perdurare del conflitto, residui del passato, l’aviazione assume un ruolo fondamentale ed i bombardamenti dall’alto di città con obiettivi industriali e delle sue infrastrutture hanno la funzione di tagliare alla radice i rifornimenti alle truppe, ma allo stesso tempo di terrorizzare la cittadinanza, fiaccando e disintegrando le comunità, inducendo a chiedere la pacificazione a qualsiasi prezzo.

Nel biennio 1940-41 l’aviazione colpisce perlopiù obiettivi militari, ma a partire dall’ottobre dell’anno seguente si scatena sull’Italia un’offensiva aerea violenta e indiscriminata: da questo momento, dopo la vittoria nel deserto africano di El Alamein, «la Raf non si cura, se non saltuariamente, degli obiettivi militari o industriali dentro le città, ma vuole colpire le città stesse e i loro abitanti», si legge nel libro citato.

Gli inglesi sono convinti che l’Italia sia il perno debole della coalizione («il ventre molle dell’Asse» lo chiama Churchill), l’inferiorità militare delle forze armate italiane è palese già all’inizio delle ostilità e la popolazione risente nella vita di ogni giorno questo squilibrio, inducendo gli avversari a far leva su questo sentimento per portarla a negare il consenso alla guerra fascista. I bombardamenti aerei tra il 1942 e il 1943 diventeranno così, sostengono i due autori, «sapientemente cadenzati per accentuare sempre più la frattura fra il regime e il popolo italiano, stanco di una guerra che non ritiene più sua».

Se prima dell’armistizio firmato dal capo del governo Pietro Badoglio la guerra aerea alleata nei cieli italiani è contro una nazione nemica, dopo l’8 settembre 1943 le operazioni della Royal Air Force britannica si concentrano verso l’occupante tedesco, sul sistema logistico del nemico e sulle fabbriche che lavorano per la Germania. Si moltiplica il numero dell’esodo dalle località colpite o anche solo minacciate dai bombardamenti: sicché, su una popolazione che sfiora 12.000 abitanti, il numero degli sfollati residenti a Chivasso al 31 maggio 1944 ammonta a 4.334, di cui 4.243 provenienti da Torino.    

 

Chivasso in guerra.

Una cronistoria puntuale degli allarmi e preallarmi, degli attacchi dell’aviazione alleata e del cadere delle bombe che la città subisce durante l’intero conflitto è stato riordinato da Pietro Nolli, che scandagliando l’Archivio storico di Chivasso ha trovato una circolare del ministero della Guerra in cui è ordinato ai Comitati Provinciali di Protezione Antiaerea di compilare un Diario di guerra, segnalando, appunto, ogni apparizione aerea nemica.

Da queste note, rese pubbliche in una brochure nel 2004, si apprende che nel primo anno di guerra vengono annunciati alla cittadinanza 2 preallarmi e 29 allarmi; nel 1941 i preallarmi sono 16 e gli allarmi 10; nel 1942 i preallarmi aumentano a 35 e gli allarmi a 37, ma il 18 novembre del medesimo anno si registra il primo cadere di bombe, pur senza provocare danni alle persone: 2 bombe incendiarie di grosso calibro sono sganciate in frazione Torassi, mentre diversi razzi e una bomba incendiaria che cade nella piazza di frazione Castelrosso provoca la rottura di vetri alla chiesa e a case vicine. Il 1943, l’anno della rottura con la Germania nazista e l’alleanza con gli ex nemici angloamericani, le segnalazioni di preallarme ammontano a 97 contro i 61 allarme. Il Diario di guerra si interrompe il 4 giugno 1944: a questa data si riscontrano 39 preallarmi e 23 allarmi.

A cavallo degli anni 1944-45 Chivasso diventa guarnigione della milizia fascista, del presidio della 1a Brigata nera Ather Capelli e di truppe tedesche. Nell’ultimo anno e mezzo di guerra il dominio del cielo italiano è totalmente in mano agli alleati, che bombardano la Penisola a loro piacendo, non solo perseguendo le insegne naziste, ma colpendo il più delle volte indistintamente centri urbani e periferie: l’obiettivo che si prefiggono sta nell’annichilire «il morale della popolazione e portare al collasso il sistema bellico del nemico» per accelerare la fine del conflitto.

Elena e Federica Rossi, in uno dei saggi contenuti nel volume Combattere per non obbedire, affermano che nel biennio in questione Chivasso è sottoposta a 47 incursioni tra mitragliamenti e bombardamenti. Tra maggio 1944 e aprile 1945 l’aviazione angloamericana mira sì tutti i bersagli bellici, ma pure quelli strutturali all’organizzazione militare, offrendo in tal modo una spiegazione degli attacchi alla ferrovia e all’autostrada.

A guerra finita, il numero ufficiale delle vittime elencate sarà di 127 morti, 14 invalidi e 375 feriti: è pensabile, tuttavia, che le cifre difettino non di poco «perché non comprendono i casi, non sempre registrati al Comune di Chivasso, dei colpiti da incursioni aeree sull’Autostrada e lungo le strade provinciali».

Nel mese di giugno 1944 un bombardamento all’Autocentro militare di frazione Boschetto compie 7 vittime, e un mese dopo i bombardieri provano a demolire i due pilastri che sostengono il ponte sull’Orco facendo 2 morti e 30 feriti del treno che sta entrando in stazione a Brandizzo; non riuscendo nell’impresa, due giorni appresso gli aerei ritornano sull’obiettivo lasciando sul terreno altri 2 morti; 9 morti e 14 feriti sono registrati in ottobre dopo un mitragliamento sull’autostrada tra Chivasso e Brandizzo, ed a più riprese, nel gennaio 1945, si contano altri caduti in mitragliamenti all’autostrada nei pressi della città, e tra una colonna di autocarri tedeschi; l’ultimo della serie avviene il 25 aprile 1945, quando un ennesimo raid che punta l’autostrada lascia sul terreno 25 cadaveri e un numero incalcolato di feriti.

 

La strage.

Devastante è invece il bombardamento del 12 maggio 1944, il più nefasto e cruento che la città subisce. Quel venerdì, mentre nel Meridione italiano le truppe di terra alleate sono efficacemente contrastate dai tedeschi e «La Stampa» scrive che gli industriali milanesi hanno sottoscritto un milione di lire per «offrire armi alla Patria», tra le 9 e le 9 e un quarto del mattino la sirena di Chivasso suona più volte ad intervalli di pochi secondi l’uno dall’altro, il segnale di allarme, avvertimento che gli aerei non sono distanti. È tutto un correre al riparo nel rifugio più vicino, come sempre in questi casi.

Proseguono le sorelle Rossi: «Una squadriglia di circa quaranta cacciabombardieri americani sorvolò la città. Gli aerei, “bianchi e lucenti”, oltrepassarono la stazione ferroviaria, via Momo, via Cavalcavia – e forse qualcuno in quel momento pensò ad un falso allarme −, ma poi tornarono indietro. Era stato un semplice volo di perlustrazione: il tempo necessario per inquadrare l’obiettivo».

Via Momo è la prima ad essere raggiunta dai colpi, poi via Eugenio Clara e il ricovero dei poveri vecchi, gran parte dei binari ferroviari e piazza Garibaldi. La squadriglia prosegue indisturbata a sganciare ordigni: sul primo tratto di via Italia, la stradale per Settimo, poi al di là della ferrovia, le vie Ivrea, Blatta e Montanaro. Sono bombe dirompenti di medio e grosso calibro che provocano un primo incendio in prossimità del dopolavoro ferroviario, dove sta il grande rifugio antiaereo. Molte abitazioni sono danneggiate o distrutte, e la stessa sorte investe case e cascine sparse nella campagna; anche contadini che cercano scampo tra i campi e bambini che giocano nei prati vengono falcidiati.

«I soccorsi arrivarono tempestivamente, ma lo scenario che si presentò loro fu molto preoccupante: fiamme, fumo, macerie e detriti ovunque, le urla e i lamenti dei feriti; alcuni ricordano di avere visto alberi interi scaraventati sui tetti delle case dalla violenza delle esplosioni». Sparita la squadra volante oltre l’orizzonte dopo la micidiale devastazione, l’intervento immediato dei vigili del fuoco della stessa Chivasso e di Gassino, della Croce Rossa, di militi della Guardia nazionale repubblicana e alcuni soldati tedeschi con il rinforzo di molti civili che lavorano fianco a fianco, è diretto a recuperare sepolti e feriti, spegnere gli incendi nelle ore successive, spazzare le macerie.

Un calcolo approssimativo stabilisce tra 250 e 300 il numero di bombe caduto sulla città ed esploso al 90 per cento. La conta dei danni enumera, oltre al crollo di numerose abitazioni civili, lo sfondamento del deposito locomotive, degli uffici della stazione ferroviaria, il ricovero per anziani Opera Pia Clara, parte del dispensario antitubercolare, il dopolavoro ferroviario e il vicino rifugio antiaereo.

Con rito collettivo, domenica 14 maggio vengono celebrati i funerali delle 73 vittime, alcune delle quali decedute nei giorni successivi negli ospedali di Chivasso e Torino. Vicino a 400 il numero dei feriti.

L’esecrazione dei giornali torinesi è unanime e (complici le veline della propaganda del regime) univoca. La «Gazzetta del Popolo» rimarca come il «terrorismo aereo nemico ha compiuto ancora una volta l’opera sua tremenda e barbara, accanendosi contro un centro rurale e di sfollamento, dove nessun obiettivo militare poteva celarsi. Chivasso è stata colpita nel cuore, ha avuto distruzione e morte dai “liberatori”, la sua gente, per lo più intenta al lavoro dei campi, ha sofferto il terrore dell’offesa aerea, della rabbia feroce degli anglo-americani».

«La Stampa» riferisce di numerosi apparecchi nemici che sono «piombati sull’abitato e, senza alcuna discriminazione, hanno rovesciato il loro carico micidiale, arrecando distruzione e morte là ove poco prima la gente dei campi tranquilla era intenta al lavoro. L’offesa nemica, che rientra nei sistemi prescelti dagli assassini anglo-americani, ha distrutto intere vie della città, demolendo numerosissime case d’abitazione, mentre, nelle immediate vicinanze, colpiva case coloniche, uccidendo i contadini che nei campi avevano cercato riparo. È stata una improvvisa tempesta di fuoco che ha ancora una volta dimostrato il bestiale cinismo nemico». 

Cinismo bestiale, terrorismo aereo, opera barbara, rabbia feroce, distruzione, morte, sistemi prescelti dagli assassini: tutti sostantivi, aggettivi e concetti che si potrebbero applicare, con poche distinzioni, ai metodi impiegati fin dai primi mesi di guerra dalla Luftwaffe germanica, quando Varsavia, Rotterdam e molte città inglesi – con l’aiuto, del tutto ininfluente, della Regia Aeronautica – sono letteralmente messe a ferro e fuoco.

Ileana G., una donna chivassese che all’epoca ha 9 anni, e che da quel bombardamento ne sarà segnata anche nel corpo, nel 2004 confida − come altri concittadini, a Pietro Nolli che per la sua inchiesta raccoglie testimonianze di quel giorno – un incubo ricorrente che la perseguita: «Ancora oggi, quando sento un rumore che in qualche modo mi genera paura, la mia ansia è di guardare verso l’alto. Per me il pericolo viene sempre dal cielo. Sono passati sessant’anni, ma per me quel funereo 12 maggio 1944 è indelebilmente scolpito nei miei ricordi».   

Fonti

Banfo Giuseppe (a cura di), Combattere per non obbedire, Chivasso 1995.

Bassignana Pier Luigi, Torino in guerra, Edizioni del Capricorno, Torino 2013.

Gioannini Marco-Massobrio Giulio, Bombardate l’Italia, Rizzoli, Milano 2007.

Nolli Pietro, 12 maggio 1944-12 maggio 2004. 60° Anniversario del 1° bombardamento aereo sulla Città di Chivasso, Città di Chivasso 2004.

Quotidiani: Gazzetta del Popolo, La Stampa.

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