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"Fino all'alba". L'inno di Milano-Cortina 2026 cantato dai suoi alunni per l'addio alla maestra Giada Geraci (VIDEO)

Oggi Chivasso ha salutato l'insegnante della scuola primaria Dasso scomparsa all'età di soli 41 anni

Giada Geraci, 41 anni, e i palloncini con i biglietti a lei dedicati di fronte alla Chiesa

Giada Geraci, 41 anni, e i palloncini con i biglietti a lei dedicati di fronte alla Chiesa

I cancelli della primaria “Alessandro Dasso” da stamattina portano un messaggio. Palloncini rossi a cuore, fiori, biglietti, un orsetto appeso come una sentinella. E una foto della lavagna piena di pensieri: frasi brevi, disegni, firme di bambini. In mezzo, ripetuto più volte, un nome che non si riesce a pronunciare senza stringere la gola: Giada.

Oggi, in Duomo a Chivasso, si sono svolti i funerali di Giada Geraci, 41 anni, insegnante di italiano alla Dasso, morta alle Molinette dopo un malore improvviso a scuola. Una morte che non lascia spazio a spiegazioni facili. Una di quelle notizie che non restano “cronaca”: entrano nelle classi, nelle famiglie, nella città. 

A celebrare la funzione è stato don Davide Smiderle, parroco del Duomo. Dieci anni fa, nella stessa chiesa, aveva unito in matrimonio Giada e Giampiero Di Blasi. Negli anni successivi aveva battezzato il loro figlio Andrea

Il Duomo era pieno. Colleghi, genitori, bambini, amici. E istituzioni: il sindaco Claudio Castello, che ha proclamato il lutto cittadino, il presidente del Consiglio Alfonso Perfetto, la consigliera metropolitana Clara Marta, i consiglieri Stefano Mazzer e Giovanni Scinica. Le bandiere a mezz’asta sugli edifici comunali.

Don Davide non ha cercato frasi di consolazione preconfezionate. Ha scelto una direzione netta, quasi ostinata: «Noi siamo qui in questo momento tutti quanti per celebrare non la sconfitta, ma la vittoria, la forza della vita». E subito dopo ha spostato il peso del dolore su un’altra parola: «Non è un addio questo». Non per cancellare la tragedia, ma per provare a darle un senso che non sia solo buio.

Ha ricordato ciò che in questi giorni è arrivato alla famiglia e alla parrocchia: messaggi, testimonianze, racconti. «Abbiamo raccolto tantissime testimonianze di affetto, di amicizia, ma soprattutto testimonianze belle di una vita vissuta pienamente da Giada». Poi ha guardato verso i banchi dove sedevano i suoi alunni di quinta. E ha detto quello che, in fondo, tutti in chiesa sapevano già: «Quanto la maestra Giada vi ha donato? Tanto, tanto. Col suo sorriso, col suo entusiasmo, con il suo tempo dedicato, con amore».

La salma di Giada Geraci fuori dal Duomo di Chivasso

È qui che la cronaca diventa anche domanda pubblica. Perché parlare di una maestra significa parlare di scuola. E don Davide, senza girarci intorno, l’ha detto: «Anche il mondo della scuola è un mondo malato». Malato di carichi, burocrazia, solitudini, tensioni. Ma anche malato quando dimentica che l’insegnamento non è solo programma. Giada, ha ricordato, aveva costruito giorno dopo giorno una scuola fatta di presenza, cura, dedizione. Non soltanto insegnamento, ma amore e donazione. Parole pesanti, perché misurano una differenza: tra chi “fa” e chi si spende.

Il parroco ha insistito su un punto che è quasi un’accusa gentile alla vita di tutti: il tempo. «Non perdere del tempo in futilità, in banalità, in discussioni inutili, ma investire il tempo nel donare». E ancora: «Non dire più: non ho tempo… il tempo è tanto quello che abbiamo, ma ne sprechiamo tantissimo». In chiesa, quel passaggio ha avuto l’effetto di uno schiaffo sobrio. Perché davanti a una morte così, ogni scusa suona più piccola.

Poi è arrivata la voce del marito di Giada Geraci, Giampiero. La parte più umana, la più impossibile da “tenere a distanza”. Non ha parlato di Giada. Ha parlato a Giada. E lo ha fatto nel modo più nudo: «Ciao amore, io voglio dirti mille volte grazie». Una parola che non cancella niente, ma prova a reggere tutto.

È stato un elenco di gratitudini che somigliava a una vita intera compressa in pochi minuti: «Grazie per la mamma splendida che sei stata… grazie per tutto quello che hai insegnato ad Andrea… grazie per la dolcezza, l’amore e l’affetto con cui l’hai cresciuto».

E poi c’erano le passioni. I progetti. Le ore spese oltre l’orario, non per eroismo, ma perché ci credeva. Chi l’ha conosciuta racconta che non sopportava il disprezzo facile verso la scuola e verso i colleghi. Che difendeva il lavoro educativo, anche quando è invisibile. Che si accollava iniziative, incontri, percorsi. Che il Consiglio Comunale delle Ragazze e dei Ragazzi non lo viveva come una vetrina, ma come una palestra concreta di cittadinanza. Ai bambini insegnava che la parola conta, che scegliere è responsabilità, che le regole non sono un’imposizione: sono un patto con gli altri.

E infine, come succede solo quando la scuola è davvero comunità, l’ultimo saluto non è stato affidato a un applauso. È stato affidato a una canzone preparata insieme. I suoi alunni di quinta, con le colleghe, hanno cantato Fino all’alba, inno ufficiale di Milano Cortina 2026, che avevano studiato con lei per celebrare le Olimpiadi invernali in corso. Non è stato un canto perfetto. È stato un canto che faceva male, e proprio per questo era vero.

Sognava di toccar le nuvole
E di volare con le aquile
Ma lui poteva solo correre
E continuare a sognare.

E poi quel ritornello:

Siamo noi, siamo solo noi
Non c’è bandiera che ci limiti
Non ti voltare, non ti fermare
Fino all’alba.

 

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La scuola è il luogo dove una comunità decide che adulti vuole diventare. E oggi, guardando quei bambini cantare, si è visto con chiarezza che Giada Geraci aveva scelto da che parte stare: dalla parte del tempo speso bene. Dalla parte di chi educa senza clamore. Dalla parte di chi lascia tracce.

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