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Ombre su Torino

13 febbraio 1983: la strage del Cinema Statuto.

La neve cade su Torino, un tram si ferma, la città rallenta. Poi il fumo, le urla, il buio. Sessantaquattro morti in una sala diventata trappola: la tragedia che ha segnato per sempre la memoria collettiva

13 febbraio 1983: la strage del Cinema Statuto.

13 febbraio 1983: la strage del Cinema Statuto.

Mattina.
Nevica, incessantemente, fin dall’inizio della giornata. Una domenica, a febbraio, a Torino: la banalità dell’inverno nell’Italia del nord.

Uscire non sembra una buona idea, sembrano tutti impazziti. Aprendo la finestra che dà su via Cibrario, davanti al cinema, si vede un tram fermo sui binari che non si muove più. E’ caduta troppa neve e un piccolo cortocircuito è bastato per lasciare quel bisonte bisognoso di elettricità lì, piantato, con decine di automobili in fila a suonare all’impazzata. Una, tentando di superarlo ne ha presa in pieno un’altra che veniva dal senso opposto. Nessuno si è fatto male - andavano a 20 all’ora - ma adesso c’è anche qualcuno che litiga per strada.

La finestra si richiude e arrivano le prime parole provenienti da una radio accesa.
Ore 12 circa. Edizione straordinaria. Un centinaio di km più a nord, a Champoluc, in Valle d’Aosta, tre cabine di un impianto di risalita sono precipitate nel vuoto. Hanno fatto 20 metri di volo e si sono schiantate a terra. Sono morti in 11, si è salvato solo un bambino.


Pomeriggio.
Pur con quel tempo, al cinema, lì davanti, non ci sta andando troppa gente. Chissà, forse “La Capra” è un film geniale solo nella testa di Depardieu e di chi lo ha girato. Forse, essendo in programmazione da un bel po’, quel giorno, ha attirato solo chi non aveva niente di meglio da fare. Le prime due proiezioni del pomeriggio vanno quasi deserte. Alle 17,40, invece, vengono staccati un centinaio di biglietti: poca roba lo stesso, per una sala da 1200 posti.

Cala il buio e cala anche il silenzio della giornata di festa che sta finendo nella città che segue i ritmi della FIAT. Le luci dei lampioni illuminano la neve che continua a cadere e l’unico (inesistente) rumore è il posarsi dei fiocchi sull’asfalto.

Fino alle 18,15.
È in quel momento che, affacciandosi al balcone, si sentono le urla. I pugni che sbattono su porte di sicurezza, ai lati, che di sicuro non hanno nulla. Chiuse, perché bisogna evitare che, da fuori, qualcuno entri senza il biglietto. Il fumo che spunta dall’ingresso principale e con questo, dopo qualche attimo, una trentina di persone che esce correndo, gridando, bestemmiando, tossendo: il cinema ha preso fuoco.



Un cortocircuito ha incendiato una tenda in platea e le fiamme hanno raggiunto delle poltroncine. Sono costruite in materiale ignifugo, ma non serve a molto se bastano le esalazioni dei fumi ad intossicare chi ci si siede. Il fuoco si è anche mangiato i cavi elettrici ed è saltata l’illuminazione principale. Nessuno, tra proprietari e impiegati, pensa di interrompere la proiezione del film, né di accendere le luci d’emergenza. Non vogliono creare il panico, provocheranno una strage.

Se dalla platea molti si salvano, in galleria si accorgono di quanto sta accadendo quando è troppo tardi. La sala è diventata una camera a gas. Qualcuno muore ancora seduto al suo posto, due ragazzi addirittura li trovano abbracciati. Circa quaranta verranno trovati cadaveri mentre tentano di raggiungere, senza riuscirci, l’atrio principale. Si calcolerà che, la maggior parte, è soffocata in meno di un minuto. Alla fine, i morti saranno 64, la peggiore strage che ha conosciuto Torino dal dopoguerra a oggi.

Chi scrive non era sul balcone di fronte al Cinema Statuto il 13 febbraio 1983, non era manco nato. Non ha sentito quelle urla ma le ha solo potute immaginare come si è immaginato testimone dell’evento che, almeno nel recente passato, ha probabilmente segnato la città più di ogni altro.

Una tragedia già narrata mille volte a voce, sui giornali, in film e documentari e su cui, francamente, sembra inutile (e complicato) aggiungere parole che non risultino ovvie e banali. Sulla quale non sembra il caso di indugiare su responsabilità, condanne e complotti che nulla aggiungono (o tolgono) alla terribile fine a cui sono andate incontro le vittime.


Un racconto però dovuto, semplicemente, per non dimenticare.

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