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13 Febbraio 2026 - 10:28
Federico Riboldi e Thomas Schael
C’è chi lo aveva liquidato come un corpo estraneo. Troppo tecnico, troppo rigoroso, troppo poco disposto a fare da notaio a decisioni già prese altrove. E c’è chi, oggi, lo chiama a guidare l’intera macchina sanitaria di una Regione complessa e fragile come la Sardegna. Thomas Schael, manager tedesco con una lunga esperienza ai vertici della sanità italiana, riparte dall’isola dopo l’uscita traumatica dalla Città della Salute e della Scienza di Torino, dove è rimasto appena cinque mesi. Ufficialmente per contrasti con il mondo sindacale. Ufficialmente.
La giunta guidata da Alessandra Todde lo ha nominato direttore generale dell’assessorato regionale all’Igiene, Sanità e Assistenza Sociale. Una scelta definita “tecnica”, quasi a voler marcare una differenza rispetto a quanto accaduto in Piemonte. Qui l’idea è semplice: affidare una materia esplosiva – per peso finanziario, impatto sociale e delicatezza politica – a chi i bilanci li guarda prima di firmarli.
Classe 1962, formazione manageriale, una carriera costruita tra Alto Adige, Abruzzo, Calabria e Piemonte, Schael non è un improvvisato. È stato direttore generale dell’Azienda sanitaria dell’Alto Adige, poi alla guida della Asl 2 Lanciano-Vasto-Chieti, commissario in contesti segnati da piani di rientro e criticità strutturali. Non uno da taglio del nastro, ma da revisione dei conti.
In Piemonte era stato chiamato a commissariare la più grande azienda ospedaliera della Regione. Missione: rimettere ordine in una struttura mastodontica, segnata da tensioni interne, liste d’attesa infinite e conti che facevano acqua. Ed è proprio lì che si consuma lo scontro con l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi.
Altro che semplice questione sindacale. Il punto vero è un altro ed è scritto nero su bianco: Schael non firma il bilancio 2024 della Città della Salute. Non lo firma perché i numeri non tornano. Non lo firma perché ritiene che manchi trasparenza. Non lo firma perché davanti ha un disavanzo che sfiora i 55 milioni di euro e una situazione finanziaria che definire critica è un eufemismo. Un buco da capogiro, mentre la Procura mette sotto la lente i conti dell’azienda con un’inchiesta che porta alla richiesta di processo per una dozzina di ex dirigenti e manager.
Di fronte a questo scenario, Schael rinvia la firma. Un atto pesantissimo, perché blocca il documento più importante dell’azienda sanitaria. Ma per il commissario è una questione di responsabilità legale e personale: firmare significa assumersi la piena legittimità di quei numeri.
Ed è proprio lì che la frattura diventa definitiva. Perché insieme al rifiuto di firmare il bilancio, Thomas Schael apre anche un altro fronte delicatissimo: quello dell’intramoenia.
Parte una vera e propria “battaglia” senza confini contro l’intramoenia, contro quei medici che visitano “fuori” e non “dentro” le strutture pubbliche, sia sotto il profilo contabile sia sotto quello etico. Un tema esplosivo. Perché non si tratta solo di partite di giro e centri di costo, ma di un principio elementare: il pubblico non può trasformarsi nella sala d’attesa del privato.
Mentre i bilanci affondano sotto un disavanzo da 55 milioni, trovare un medico in ospedale nel pomeriggio diventa più difficile che trovare l’acqua nel deserto. Liste d’attesa infinite da una parte, studi privati pieni dall’altra. Un sistema che regge finché nessuno osa mettere il naso nei numeri. Schael lo fa. E lì il clima cambia.

Perché toccare l’intramoenia significa toccare interessi consolidati, equilibri interni, rendite di posizione. Significa chiedere che la libera professione non generi squilibri nei bilanci pubblici. Significa pretendere che l’etica e la contabilità viaggino nella stessa direzione.
Qui il contrasto con Riboldi smette di essere tecnico e diventa politico. Molto politico. Non firmare un bilancio significa mettere in discussione anni di gestione. Significa dire che la narrazione rassicurante sui conti non regge. Significa aprire un fronte che va oltre la mera amministrazione.
La sostituzione arriva rapida. E il bilancio viene poi firmato dal nuovo direttore generale, Livio Tranchida, certificando comunque un disavanzo superiore ai 51 milioni di euro. I numeri restano lì. Cambia la firma.
Il contrasto è tutto qui: da una parte un manager che decide di non mettere il timbro su un documento che considera opaco; dall’altra una politica che non può permettersi che la più grande azienda sanitaria del Piemonte resti senza bilancio approvato. Tecnica contro indirizzo politico. Rigore contro gestione dell’equilibrio.
Ora Schael attraversa il Tirreno, come anni fa fece Fulvio Moirano, già direttore della sanità piemontese ai tempi della giunta Sergio Chiamparino. Non è un salto nel vuoto. Conosce i sistemi sanitari in ristrutturazione e sa cosa significa lavorare sotto pressione.
In Sardegna troverà una rete territoriale fragile, carenze di personale, bilanci delicati. Ma soprattutto troverà una scelta politica che, almeno nelle intenzioni, sembra voler dire una cosa semplice: i conti si guardano prima di firmarli.
Intanto a Torino la nomina viene osservata con un misto di fastidio e silenzio. Perché la vicenda di Thomas Schael racconta molto più di una semplice sostituzione. Racconta cosa succede quando un manager decide di non chiudere gli occhi davanti a un buco da decine di milioni. Racconta cosa accade quando si prova a mettere ordine in un sistema dove l’intramoenia è intoccabile e i bilanci diventano un campo minato.
E racconta quanto sia sottile, in sanità, il confine tra autonomia tecnica e convenienza politica. Un confine che a Torino è saltato. E che ora, in Sardegna, qualcuno spera di poter finalmente rispettare.
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