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La Voce Economia

Konecta chiude Asti e Ivrea: 180 esuberi e addio al lavoro

Firmato il protocollo con sindacati e Regione Piemonte: passa la “non opposizione” al licenziamento, l’azienda risparmia sul ticket NASpI e il territorio perde due sedi produttive. Rifondazione Comunista attacca: lavoratori non tutelati e desertificazione industriale

Cadigia Perini

Cadigia Perini

Il protocollo di intesa firmato il 9 febbraio tra Konecta, Organizzazioni Sindacali e Regione Piemonte sulla crisi dei siti di Torino, Asti e Ivrea viene presentato come un punto di equilibrio. Ma dietro la formula tecnica si nasconde una decisione già scritta: Asti e Ivrea chiudono. E 180 lavoratori piemontesi restano appesi a un meccanismo che ha poco di volontario e molto di imposto.

L’accordo formalizza la chiusura della procedura di esubero per 180 addetti in Piemonte. Un elemento che, sulla carta, viene indicato come positivo perché evita uno scontro frontale senza paracadute economici. Ma la sostanza è un’altra: la multinazionale conferma la cessazione delle attività nelle sedi di Asti e Ivrea. Due presidi produttivi che vengono cancellati dal territorio.

“Stigmatizziamo la posizione non contrattabile dell’azienda riguardo alla chiusura delle sedi eporediese e astigiana e alla conferma degli esuberi – dichiara Gianmarco Coppo, segretario provinciale di Asti del Partito della Rifondazione Comunista – e riteniamo inadeguato l’intervento regionale.”

Il nodo è proprio questo: la non contrattabilità. L’azienda si è presentata al tavolo con una linea rigida, senza aperture reali sul mantenimento dei siti. La trattativa si è concentrata non sul “se” chiudere, ma sul “come” accompagnare l’uscita dei lavoratori. Una dinamica che si ripete sempre più spesso nelle vertenze industriali: il piano è già definito, il confronto serve solo a gestire l’impatto sociale.

Al centro dell’accordo c’è la formula della cosiddetta “non opposizione” al licenziamento. Un’espressione che può sembrare neutra, quasi consensuale. In realtà significa che il lavoratore accetta il licenziamento con incentivo economico e rinuncia a impugnarlo in sede giudiziaria. Un accordo tombale che chiude ogni possibilità di ricorso.

Come pure non si può parlare di vera soddisfazione per questa soluzione. Senza intesa, l’azienda avrebbe potuto procedere con licenziamenti collettivi senza incentivi. Con l’accordo, invece, i tagli vengono comunque accettati e la volontarietà rischia di restare solo formale. Nella pratica, sarà l’azienda a orientare le uscite e a decidere chi dovrà lasciare.

“Parlare di ‘dimissioni volontarie’ è un inganno, questo va chiarito ai lavoratori. Siamo di fronte a licenziamenti indotti – afferma Cadigia Perini, segretaria del Circolo di Ivrea del Partito della Rifondazione Comunista –. La ‘non opposizione’ non è una libera scelta del lavoratore, ma uno strumento che lascia nelle mani di Konecta il potere di decidere chi espellere dal ciclo produttivo. Si tratta di licenziamenti ‘consensuali’ solo sulla carta, ma mirati e unilaterali nella sostanza.”

Il rischio denunciato è evidente: il lavoratore si trova davanti a un’alternativa debole. Accettare l’incentivo, firmare la rinuncia e chiudere ogni possibilità di tutela legale, oppure restare esposto a un licenziamento senza accordo. Una scelta che avviene dentro un quadro di forte squilibrio tra impresa e dipendenti.

Non è solo una questione occupazionale. È anche una questione economica e fiscale. Con l’accordo, Konecta pagherà solo un terzo del cosiddetto ticket NASpI previsto per i licenziamenti collettivi senza intesa sindacale. Una riduzione significativa del contributo dovuto.

“In pratica, Konecta finanzia gli incentivi all’esodo con i soldi risparmiati sul ticket NASpI, agevolando lo smantellamento dei siti piemontesi – denuncia Giorgio Pellegrinelli, della Commissione lavoro della Federazione torinese del Partito della Rifondazione Comunista –. È inaccettabile che si utilizzi denaro pubblico per facilitare la desertificazione industriale.”

Il punto sollevato è politico oltre che tecnico: una parte del costo della ristrutturazione aziendale ricade sul sistema pubblico, mentre il territorio perde posti di lavoro qualificati.

Nel mirino finisce anche la Regione Piemonte, accusata di aver svolto un ruolo marginale nella vertenza. Secondo i critici, l’intervento si è limitato a proporre percorsi di riqualificazione professionale.

“La Regione Piemonte si limita a proporre i soliti corsi di formazione: palliativi che l’esperienza insegna non aver mai prodotto contributi reali per la ricollocazione dei lavoratori espulsi, in particolare con esperienza e over 40-50 – afferma Alberto Deambrogio, segretario regionale del PRC-SE per il Piemonte e la Valle d’Aosta –. Questi corsi non servono a chi perde il lavoro, ma avvantaggiano solo le società che vendono formazione. È un modo per alleggerire le responsabilità di Konecta, dando l’illusione di un sostegno che, nei fatti, non garantisce alcun futuro.”

Il tema dell’età è centrale. Nei servizi di customer care molti lavoratori hanno maturato anni di esperienza specifica. Per chi ha superato i 40 o i 50 anni, la ricollocazione non è automatica. Senza un piano industriale alternativo o l’arrivo di nuove commesse, il rischio è quello di un’espulsione definitiva dal mercato del lavoro.

La chiusura delle sedi di Asti e Ivrea rappresenta inoltre un colpo al tessuto economico locale. Meno occupazione diretta significa meno indotto, meno consumo sul territorio, meno stabilità per intere famiglie.

Senza investimenti certi e nuove prospettive produttive, la vertenza Konecta rischia di diventare l’ennesimo caso di ristrutturazione gestita in modo difensivo, dove si limitano i danni ma non si costruisce alcuna alternativa. E mentre si discute di incentivi e ticket NASpI, due sedi chiudono e 180 lavoratori restano a fare i conti con un futuro ancora tutto da scrivere.

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