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Esteri
10 Febbraio 2026 - 23:53
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Una porta di metallo verniciata di blu emerge da una parete di roccia calcarea. Dietro quella soglia non c’è un rifugio improvvisato, ma uno spazio abitato: letti a castello, un fornello, coperte piegate con ordine. È qui che la famiglia di Ziad Najar ha ricostruito una casa dopo che quella in superficie è stata demolita due volte. Sopra restano macerie e pali elettrici tagliati, sotto la vita quotidiana si concentra in pochi metri scavati nella pietra. Viviamo nella paura, ha raccontato Najar, i coloni entrano, i bambini piangono. La sua testimonianza è stata raccolta da RaiNews a Masafer Yatta, nel sud delle colline di Hebron, un’area della Cisgiordania dove un numero crescente di famiglie palestinesi è tornato a vivere nelle grotte utilizzate dai nonni per resistere a demolizioni e aggressioni. Quella che potrebbe apparire come un’immagine fuori dal tempo è invece una fotografia precisa del presente, in un territorio dove la geografia viene ridefinita giorno dopo giorno da ruspe, ordinanze e nuove regole amministrative.
Israele ha demolito il piccolo villaggio di Khalet Dabaa a Masafer Yatta (Cisgiordania). Ha raso al suolo 9 case, 6 grotte, 10 cisterne d'acqua, 4 stalle, una cabina elettrica, l'impianto solare e il centro comunitario lasciando in piedi solo 3 strutture e la scuola. pic.twitter.com/LEDzMoPnDC
— michele giorgio (@michelegiorgio2) May 5, 2025
Per comprendere perché oggi intere comunità vivano sottoterra è necessario tornare agli anni Ottanta, quando Israeleha dichiarato una vasta porzione di Masafer Yatta “Zona di tiro 918”, cioè area militare chiusa. Da quel momento la permanenza dei residenti palestinesi è dipesa da permessi difficili da ottenere e da ordini di sgombero che si sono susseguiti per decenni. Il passaggio decisivo è arrivato il 4 maggio 2022, quando l’Alta Corte israeliana ha respinto i ricorsi delle comunità locali, aprendo di fatto la strada all’evacuazione forzata di oltre 1.000 persone, quasi la metà minori, secondo le stime delle Nazioni Unite e delle principali organizzazioni per i diritti umani. Quella sentenza ha consolidato un contesto coercitivo che espone la popolazione al rischio di trasferimento forzato, vietato dal diritto internazionale umanitario.
Oggi circa il 20 per cento della Cisgiordania è classificato come zona di tiro militare. In queste aree vivono decine di comunità palestinesi. A Masafer Yatta resistono circa 215 famiglie, per un totale di oltre 1.150 persone. Per loro la normalità è fragile e reversibile: basta una notifica di demolizione, un’esercitazione militare o la comparsa di un nuovo avamposto di coloni a poche centinaia di metri per cancellarla.
Nel 2025 le demolizioni si sono concentrate con particolare intensità sulla comunità di Khallet Athaba’, nota anche come Khallet al-Daba’, nel centro di Masafer Yatta. In diverse operazioni condotte il 10 e il 26 febbraio, il 5 maggioe l’11 giugno, sono state distrutte decine di strutture, comprese grotte abitative, latrine, cisterne d’acqua, reti elettriche alimentate da pannelli solari e collegamenti internet. In alcuni casi è stato abbattuto fino all’85 per cento degli edificidel villaggio, lasciando famiglie intere senza riparo, acqua ed elettricità. Sono state demolite anche strutture fornite come aiuti umanitari, poi ricostruite e nuovamente distrutte. È un ciclo che si ripete e che spinge gli abitanti a tornare sistematicamente sottoterra.
Il vuoto lasciato dalle case è stato riempito da tende e anfratti. Le équipe di Medici Senza Frontiere hanno documentato aggressioni di coloni anche all’interno delle grotte dove le famiglie avevano cercato rifugio. I loro rapporti parlano di bambini colpiti con spray urticanti, fratture ossee, donne ferite mentre cercavano di proteggere neonati. Una comunità di circa 100 persone è rimasta senza elettricità, con una sola scuola e tre abitazioni ancora in piedi. Gli operatori sanitari hanno indicato come priorità non solo l’assistenza medica, ma la protezione fisica e il supporto psicologico.
Alle demolizioni le autorità israeliane rispondono richiamando l’assenza di permessi edilizi in Area C, la porzione di Cisgiordania sotto controllo civile e militare israeliano. In pratica, però, ottenere un permesso per i palestinesi in Area C è quasi impossibile. Le notifiche arrivano spesso in tempi ravvicinati e la distruzione di infrastrutture essenziali come pannelli solari e cisterne compromette in modo strutturale la possibilità stessa di restare. I rapporti dell’OCHA, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari, elencano numeri e date che restituiscono l’immagine di una progressiva riduzione della capacità di vita delle comunità: nel solo 2025, a Khallet Athaba’, sono state demolite 78 strutture in quattro episodi distinti, con danni mirati ai sistemi energetici e alla connettività.
In parallelo, le aggressioni dei coloni provenienti da avamposti vicini sono aumentate. Le testimonianze raccolte da media e organizzazioni non governative parlano di intimidazioni contro donne incinte e minori, di incursioni notturne e di un diffuso senso di impunità. In alcuni casi documentati, coloni hanno occupato grotte precedentemente abitate da palestinesi o si sono presentati indossando abiti militari, rendendo ancora più confusa la distinzione tra presenza civile e militare.
Questo quadro locale si inserisce in una svolta politica più ampia. L’8 febbraio 2026 il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato un pacchetto di misure che rafforza il controllo civile e militare sulla Cisgiordania. Tra i provvedimenti figurano l’abolizione dei divieti alla vendita di terre a cittadini ebrei, la declassificazione di registri fondiari finora riservati, l’estensione dei poteri di applicazione della legge israeliana anche in Area A e Area B su temi come ambiente e siti archeologici, la riattivazione di un comitato statale per l’acquisto proattivo di terreni e il trasferimento di competenze di pianificazione su aree sensibili di Hebron ad autorità israeliane. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e figura centrale del movimento dei coloni, ha definito queste decisioni parte di una “normalizzazione” e di una “sovranità di fatto” in Giudea e Samaria, mentre Israel Katz, ministro della Difesa, ha parlato di un “ancoraggio strategico permanente”.
Le reazioni internazionali sono state immediate. La Giordania ha condannato le misure definendole un tentativo di imporre una sovranità illegale. Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, le ha giudicate pericolose. Il Segretario generale delle Nazioni Unite ha espresso grave preoccupazione. La stampa israeliana e organizzazioni di monitoraggio degli insediamenti come Peace Now hanno sottolineato come l’apertura dei registri fondiari e la rimozione di vincoli legali storici possano accelerare una corsa alla terra a vantaggio dei coloni e di operatori immobiliari, anche attraverso acquisizioni statali. Secondo diversi analisti, queste mosse proseguono un percorso avviato già nel 2025 con programmi di catastazione presentati come strumenti di certezza giuridica, ma letti dai critici come un vasto processo di espropriazione.
Le nuove decisioni si innestano in un trend di espansione degli insediamenti. Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 il governo ha promosso nuove unità abitative e la legalizzazione di avamposti esistenti. Sono avanzate anche le procedure per il progetto E1, che collegherebbe Ma’ale Adumim a Gerusalemme Est, spezzando la continuità territoriale della Cisgiordania, un passaggio considerato altamente destabilizzante dalla comunità internazionale. A queste iniziative si è aggiunta l’approvazione di 19 nuovi insediamenti, rafforzando il timore di una annessione di fatto.
Per le famiglie di Masafer Yatta tutto questo si traduce in una precarietà ancora più marcata. L’ampliamento dei poteri di intervento delle autorità israeliane e la facilitazione degli acquisti di terre riducono ulteriormente lo spazio disponibile per comunità pastorali già colpite da confische, divieti di pascolo e violenze. La carenza di servizi essenziali si è aggravata. In alcuni casi documentati, la demolizione di reti solari comunitarie ha lasciato interi villaggi senza luce e senza comunicazioni. Quando una pompa che alimenta i serbatoi d’acqua viene distrutta da un bulldozer, il ritorno alle grotte non è una scelta culturale, ma una necessità.
Nel dibattito pubblico si scontrano lessici opposti. Le autorità israeliane parlano di legalità, sicurezza e tutela ambientale, inserendo le misure nel contesto successivo al 7 ottobre 2023. Dall’altra parte, Nazioni Unite, organizzazioni non governative e società civile palestinese parlano di trasferimento forzato e annessione di fatto. Il Segretario generale dell’ONU ha ribadito che gli insediamenti non hanno validità legale secondo il diritto internazionale. In questo spazio di definizioni giuridiche si decide se una grotta sia considerata una struttura abusiva o l’ultimo rifugio possibile.
I dati confermano che Masafer Yatta non è un’eccezione. Tra il 1 gennaio e il 7 maggio 2025, in Area C sono state demolite 581 strutture, con oltre 600 persone sfollate, più di 220 delle quali minori. A Gerusalemme Est altre 65 strutture abbattute hanno lasciato senza casa oltre 180 persone. Numeri diffusi dall’OCHA che descrivono un processo sistematico.
Il trasferimento di competenze su siti religiosi e aree sensibili di Hebron e la riapertura degli archivi fondiari rappresentano snodi centrali. Secondo i critici, queste scelte consentono interventi più diretti nella pianificazione e facilitano registrazioni e acquisizioni che consolidano il controllo israeliano. Anche analisti israeliani parlano di passaggi significativi, coerenti con l’obiettivo dichiarato da alcuni membri del governo di portare centinaia di migliaia di nuovi residenti israeliani oltre la Linea Verde.
Tornare a vivere nelle grotte non è un gesto simbolico, ma una strategia di sopravvivenza. Gli anziani ricordano un passato in cui grotte e costruzioni leggere si alternavano, prima dell’elettrificazione e delle strade. Oggi quel sapere torna utile, ma non elimina le difficoltà: umidità, fumo dei fornelli, spazi ristretti, estati difficili. Le organizzazioni sanitarie segnalano un aumento di disturbi d’ansia, traumi infantili e casi di insicurezza alimentare. A Khallet Athaba’, nonostante le ripetute distruzioni, i residenti affermano che nessuno ha lasciato il villaggio, perché partire significherebbe rinunciare alla propria presenza su quella terra.
Nella grotta di Ziad Najar, la sera arriva presto. Un pannello solare superstite alimenta una lampadina. Sopra, il vento muove la polvere tra le macerie; sotto, una bambina dorme accanto a un quaderno recuperato dopo l’ultima demolizione. È un’immagine che riassume questa fase: un ripiegamento nella pietra mentre, in superficie, registri fondiari, decreti e ruspe ridisegnano il territorio. Non è in gioco solo una questione di proprietà, ma la traiettoria di un’area e la possibilità, per chi la abita, di non restare sepolto sotto il peso delle decisioni.
Questo articolo ha integrato testimonianze raccolte da RaiNews con dati e analisi di Nazioni Unite, OCHA, Medici Senza Frontiere, organizzazioni per i diritti umani e testate internazionali. Alcune cifre possono variare tra le fonti in base ai tempi di rilevazione e alle definizioni operative, ma l’insieme dei riscontri delinea un quadro coerente di pressione amministrativa e violenza dei coloni che spinge famiglie palestinesi a rifugiarsi nelle grotte per restare sulle proprie terre.
Fonti utilizzate
OCHA – Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari
Nazioni Unite
Medici Senza Frontiere
Peace Now
Alta Corte israeliana
Stampa israeliana e internazionale
RaiNews
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