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10 Febbraio 2026 - 23:44
Mediterraneo fuori controllo: nei primi 40 giorni del 2026 sono già morte o scomparse oltre 500 persone
Dati inediti, rotte più instabili, soccorsi sotto pressione: l’escalation di naufragi che ha segnato l’inizio del 2026 nel tratto di mare tra Nordafrica ed Europa non è una sequenza di episodi isolati, ma il risultato di meccanismi che si ripetono e si aggravano.
La mattina del 6 febbraio 2026, a nord di Zuwara, gli uomini della cosiddetta guardia costiera libica hanno recuperato due sopravvissute su 55 persone partite la notte precedente da Zawiya. Una donna ha raccontato di aver perso il marito, l’altra di aver visto scivolare in mare i suoi due bambini. Il gommone si è capovolto dopo circa sei ore di navigazione, in acque invernali, colpito da un mare grosso che da giorni ha interessato il Mediterraneo centrale. Il bilancio stimato è stato di almeno 53 morti o dispersi, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Un naufragio che si è aggiunto a molti altri, avvenuti in poche settimane, lungo il canale di Sicilia.
Dal 1° gennaio al 10 febbraio 2026, lungo tutte le principali rotte mediterranee, sono state almeno 524 le persone morte o scomparse tentando di raggiungere l’Europa dalle coste nordafricane, sempre secondo il monitoraggio dell’OIM. È stato l’avvio d’anno più grave da quando, nel 2014, l’agenzia delle Nazioni Unite ha iniziato a registrare in modo sistematico le vittime in mare. Nello stesso 6 febbraio, il naufragio al largo della Libia con partenza da Zawiya alle 23 del 5 febbraio e rovesciamento del mezzo dopo sei ore ha lasciato solo due superstiti, entrambe donne nigeriane soccorse dalle autorità libiche.

I numeri di gennaio hanno completato il quadro: l’OIM ha stimato almeno 375 morti o dispersi sulla rotta centrale nel solo primo mese del 2026, avvertendo che il dato è probabilmente sottostimato a causa dei numerosi naufragi non documentati, definiti dagli operatori come “invisibili”.
Secondo analisti e soccorritori, a innescare questa escalation sono state condizioni meteo eccezionalmente avverse. Il passaggio del ciclone Harry ha reso ancora più pericolose traversate già fragili, mentre le reti di trafficanti hanno continuato a organizzare partenze con imbarcazioni inadatte e sovraccariche. Tra il 14 e il 21 gennaio, sono state segnalate nove imbarcazioni partite da Sfax, in Tunisia, di cui si sono perse le tracce, con circa 380 persone a bordo. Si tratta delle cosiddette “barche fantasma”, casi che difficilmente entreranno mai in una statistica ufficiale.
Le conseguenze si sono viste anche in Italia. Le operazioni di ricerca e soccorso sono avvenute in condizioni estreme, con arrivi stremati a Lampedusa e con la conferma che tra le vittime di queste settimane figuravano due gemelline di un anno, morte per ipotermia. Episodi che hanno restituito la violenza del mare d’inverno e i limiti strutturali di una rotta che l’OIM continua a definire la più mortale al mondo.
Nel medio e lungo periodo, la tendenza è rimasta costante. Dal 2014 alla fine del 2025, oltre 33.000 persone risultano morte o disperse nel Mediterraneo, con una concentrazione marcata sulla rotta centrale tra Libia, Tunisia e Italia. Nel solo 2025, almeno 1.340 persone hanno perso la vita lungo questo corridoio. I primi quaranta giorni del 2026 hanno confermato e aggravato questo andamento. Già a fine gennaio, l’OIM ha lanciato un’allerta parlando di centinaia di persone presumibilmente morte o scomparse in pochi giorni. Le dinamiche ricorrenti sono state partenze durante le tempeste, gommoni che hanno iniziato a imbarcare acqua dopo poche ore, soccorsi ostacolati dal mare grosso e, in diversi casi, l’assenza totale di segnalazioni fino alla scomparsa completa delle imbarcazioni.
I meccanismi di rischio si sono ripetuti con regolarità. L’uso di gommoni di bassa qualità o di scafi metallici pesanti e instabili ha aumentato il pericolo di sbandamento e allagamento già nelle prime 6-8 ore di navigazione. La distanza fino a Lampedusa o alla costa meridionale della Sicilia resta proibitiva per mezzi di questo tipo. Le partenze sono state spesso pianificate in condizioni meteo marginali, confidando in una minore presenza di pattugliamenti, una strategia che durante un ciclone invernale si è tradotta in un rischio estremo. La sottostima delle vittime è diventata strutturale: senza chiamate di soccorso, segnali AIS (Automatic Identification System) o riscontri radar, molte traversate sono scomparse nella notte e sono emerse solo settimane dopo, attraverso le testimonianze di familiari o superstiti.
Nel quadro generale ha continuato a pesare il tema dei respingimenti verso la Libia. L’OIM ha ribadito che Tripoli non è un porto sicuro per lo sbarco a causa di violazioni documentate dei diritti umani. Nei primi giorni del 2026, almeno 781 persone sono state intercettate in mare e riportate in Libia; nel 2025 erano state 27.116, con 1.314 morti o dispersi registrati sulle rotte. Questi dati sono emersi mentre sono state rese note nuove informazioni su fosse comuni e centri di detenzione sotterranei nell’est del Paese, dove migranti sarebbero stati sequestrati e torturati per ottenere riscatti dalle famiglie.
Nello stesso periodo, nel Mediterraneo centrale, le navi delle Organizzazioni Non Governative (ONG) hanno ripreso le attività dopo mesi di fermi amministrativi e assegnazioni di porti lontani. In alcuni casi si sono verificati anche episodi di violenza. Il 24 agosto 2025, la nave Ocean Viking di SOS Méditerranée è stata colpita da colpi d’arma da fuoco sparati da un pattugliatore della guardia costiera libica in acque internazionali, con danni alla plancia e ai mezzi di soccorso. Non ci sono stati feriti, ma l’organizzazione ha presentato denunce in più Paesi. A metà dicembre 2025, dopo le riparazioni, la nave è tornata operativa. Secondo le ONG, episodi di questo tipo hanno indebolito la capacità di risposta proprio nel momento di maggiore pericolosità della rotta.
Una parte delle 524 vittime e persone scomparse conteggiate fino al 10 febbraio è emersa da un incrocio di fonti: segnalazioni dei centri di coordinamento italiani, conferme di autorità locali e ONG, dati raccolti dal progetto Missing Migrants. Restano però ampie zone d’ombra. Il 24 gennaio, l’IMRCC (Italian Maritime Rescue Coordination Centre) ha trasmesso otto casi di ricerca e soccorso tramite Inmarsat, tutti relativi a partenze da Sfax tra il 14 e il 21 gennaio, con gruppi stimati tra 36 e 54 persone ciascuno. In diversi casi non è stato possibile stabilire né uno sbarco né un’intercettazione, e quei viaggi sono stati considerati dispersi.
I dati degli anni precedenti hanno fornito il contesto. Nel 2024, l’OIM ha registrato 8.938 morti di migranti a livello globale, con il Mediterraneo tra le aree più letali. Nel 2025, sulla sola rotta centrale, le vittime sono state almeno 1.340. Nel periodo 2014-2025, il database Missing Migrants ha stimato oltre 33.000 tra morti e dispersi nel Mediterraneo. Cifre che hanno reso evidente l’eccezionalità dell’inizio del 2026.
A terra, le conseguenze sono state visibili. A Lampedusa, gli operatori umanitari hanno descritto persone ipotermiche, disidratate e spesso in stato di shock. L’International Rescue Committee (IRC) ha segnalato nelle ultime settimane un forte stress fisico e psicologico tra i sopravvissuti sbarcati dopo traversate in condizioni proibitive, rinnovando l’appello per un rafforzamento dei canali legali e delle capacità di soccorso. Dalle testimonianze raccolte è emersa la presenza costante di nuclei familiari con bambini piccoli, nonostante i rischi evidenti.
Sul piano politico, la cooperazione con le autorità libiche, sostenuta dall’Unione Europea (UE) e da singoli Stati membri attraverso mezzi, addestramento e coordinamento, è rimasta uno dei nodi più controversi. Quando a intercettare un’imbarcazione è un soggetto che non garantisce standard minimi di protezione, il ritorno a terra può significare detenzione arbitraria, abusi o sparizione. Questa valutazione è stata ribadita da agenzie delle Nazioni Unite e ONG, anche alla luce delle recenti scoperte di strutture detentive clandestine. La capacità di ricerca e salvataggio nelle aree SAR (Search and Rescue) libica e maltese è risultata intermittente, con chiamate senza risposta, ritardi nel coordinamento e assegnazioni di porti lontani in Italia che hanno tenuto per giorni le navi umanitarie lontane dalle zone più critiche.
Secondo le organizzazioni umanitarie, anche il linguaggio pubblico che criminalizza il soccorso civile e le norme che moltiplicano sanzioni e fermi amministrativi hanno contribuito a creare un contesto ostile proprio mentre i dati indicavano la necessità opposta. L’attacco alla Ocean Viking nel 2025 è stato indicato come uno degli esempi più evidenti di questa deriva.
Dietro i numeri dell’OIM si sono intrecciate storie personali, conflitti armati e crisi climatiche che hanno spinto a partire anche nei periodi più pericolosi. L’inizio del 2026 ha mostrato un paradosso: mentre le politiche di contenimento hanno irrigidito controlli e accordi con Paesi terzi, i trafficanti hanno adattato le strategie scegliendo finestre meteo imprevedibili, partenze notturne e rotte più lunghe. Il risultato è stato un aumento del tasso di mortalità e una quota crescente di casi classificati come dispersi. Senza un rafforzamento reale dei soccorsi, una riduzione dei tempi di intervento e alternative concrete alle traversate irregolari, tra Sfax e Zuwara, tra Tobruk e Lampedusa, i naufragi continueranno a ripetersi senza sorprendere più nessuno.
Fonti utilizzate: Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), Missing Migrants Project, International Rescue Committee (IRC), SOS Méditerranée, IMRCC – Italian Maritime Rescue Coordination Centre, Nazioni Unite, Unione Europea.
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