AGGIORNAMENTI
Cerca
Attualità
10 Febbraio 2026 - 23:07
Adriano Vaglio
Il giorno dopo, alla stazione di Ivrea, non resta solo l’odore acre del sangue lavato via in fretta. Resta soprattutto il tempo. Un tempo lunghissimo, interminabile, passato a raccontare per l’ennesima volta ciò che è già successo, a mettere in fila i fatti, a rispondere alle stesse domande, a rivivere una scena che non se ne va dalla testa.
Un’ora e mezza di verbale dai carabinieri, oggi da aggiungerei ad un'altra dozzina di verbali in pochi mesi.. Un’ora e mezza a ricostruire il disastro di ieri sera, a spiegare come si vive e si lavora in un luogo che ormai non è più una stazione, ma una terra di mezzo dove tutto è possibile e nulla è davvero sotto controllo.
Al centro di tutto c’è ancora lui, Adriano Vaglio, titolare del Buffet della stazione. Esausto. Arrivato al limite. Non per modo di dire, non per enfasi giornalistica. Al limite vero. «Questa mattina ho fatto vedere i filmati al sindaco Matteo Chiantore», racconta. Video che parlano da soli, immagini che non hanno bisogno di commenti: sedie che volano, tavoli spaccati, gente che sanguina, urla, panico. E la risposta? «Ha alzato le braccia». Un gesto che dice molto più di mille comunicati. Alzare le braccia come a dire: non dipende da me.
Dal Municipio la linea è sempre la stessa, ormai ripetuta come un mantra: «La stazione è zona rossa ed è compito dei carabinieri e della polizia…». Dall’altra parte, la replica è altrettanto netta: «Anche la polizia locale è polizia giudiziaria…». Competenze che si incastrano male, responsabilità che rimbalzano da un ufficio all’altro. E nel mezzo, schiacciato tra rimpalli istituzionali e realtà quotidiana, resta Adriano Vaglio. Inerme. Indifeso. Costretto a “coesistere”, parola che qui assume un significato sinistro.
«Arrivano, si siedono. Quando non c’è un poliziotto o un carabiniere, spuntano fuori come cavallette. Guai a guardarli», dice. Uno sguardo può bastare. Ieri lo hanno dimostrato nel modo più violento possibile.
Nessuno sa davvero dove passino la notte. Quasi tutti magrebini, senza fissa dimora. Delle due l’una: o hanno un permesso di soggiorno, oppure hanno fatto ricorso. Molti sono inseriti in progetti di accoglienza gestiti da alcune cooperative. Al mattino prendono il treno, arrivano a Ivrea, una città che nel tempo è diventata un punto di riferimento, un luogo di ritrovo. Qui hanno stretto amicizie, qui frequentano anche alcune ragazze del posto. Qui sono "spacciatori". Qui fanno i maranza. Una vita parallela che scorre accanto a quella dei pendolari, dei commercianti, di chi lavora dietro un bancone cercando solo di arrivare a fine giornata senza contare i danni.
I danni, però, sono lì. Ancora una volta. Quelli materiali e quelli umani. Sedie rovesciate, tavolini spaccati, sangue ovunque. Non metafore, non esagerazioni: sangue sui tavoli del dehors, sangue nei bagni, sangue sulle mani. È questo lo scenario che si è presentato ieri sera al Buffet della stazione, l’ennesimo episodio di violenza esplosa senza preavviso in un’area che da tempo ha smesso di essere solo un luogo di passaggio per diventare zona di frontiera, zona di spaccio, zona di bande.
La rissa è scoppiata all’esterno, nel dehors del locale. Una dozzina di ragazzi. Tutto sarebbe nato per uno sguardo, uno sguardo di troppo. «Che cazzo vuoi. Ti spacco la faccia. Che hai da guardare…». In pochi secondi la miccia è diventata incendio. Pugni, sedie, urla. A darsele di santa ragione anche alcune ragazze dei “clan”. Chi è riuscito è scappato, chi è rimasto si è rifugiato dove ha potuto. Nei bagni le tracce più crude: strisciate di sangue sullo specchio, sul lavandino, sulle piastrelle. Fuori, i tavolini arancioni trasformati in armi, spezzati come rami secchi.
Adriano Vaglio ieri aveva parlato con la voce di chi non ha più nemmeno la forza di arrabbiarsi. «Sono sempre più depresso. Questa non è vita… Alle 18,30 ho chiuso. In questi mesi ho dimezzato gli incassi, ma io l’affitto a RFI lo pago sempre per intero… Ma che cosa è diventata Ivrea». Una dipendente si è messa a piangere. Oggi non è più tornata. Si è licenziata.
Sul posto ieri sono intervenuti carabinieri e polizia. Hanno riportato la calma, hanno avviato gli accertamenti. Oggi i verbali. Domani, probabilmente, si ricomincerà da capo. Anche il consigliere comunale Massimiliano De Stefano era arrivato subito, guardando con i propri occhi ciò che restava.
«È paradossale continuare a imputare tutte le colpe a qualcuno. Quello che si poteva fare il prefetto e il sindaco han detto che lo hanno fatto. L’area è stata dichiarata zona rossa, ma a quanto pare non basta…». E poi la proposta, sempre la stessa, sempre inevasa: «Serve un presidio fisso. L’ex stazione deve essere presidiata tutto il giorno».
La verità, nuda e cruda, è che la “zona rossa” esiste sulla carta. Nella realtà si traduce in una presenza discontinua, insufficiente, incapace di prevenire. E così, mentre oggi si mettono in ordine i verbali e si ripuliscono i pavimenti, resta una sensazione che ormai è diventata cronica: la solitudine di chi lavora lì, lasciato a convivere ogni giorno con la paura.
Insomma, non siamo più davanti a un episodio isolato, ma a una deriva prevedibile, annunciata, che si ripete sempre uguale. E la domanda resta lì, sospesa nell’aria della stazione, insieme all’eco delle urla di ieri: quanto ancora potrà reggere chi tiene aperta quella porta ogni mattina?
Visualizza questo post su Instagram
C’è una parola che più di tutte attraversa questa storia come un filo rosso, silenzioso e colpevole: sottovalutazione. Non la violenza in sé, non la rissa, non il sangue sui tavoli del dehors o sulle piastrelle dei bagni. Quelle sono le conseguenze. Il problema vero è ciò che viene prima. Sempre prima. La sottovalutazione sistematica, ostinata, quasi rassicurante, con cui per mesi – anni – si è guardato a quello che stava accadendo alla stazione di Ivrea e in corso Nigra, mentre qualche commerciante decideva di abbassare la saracinesca e spostarsi da qualche altra parte o chiudere definitivamente.
Perché la verità è che questa deriva non nasce oggi. Non esplode all’improvviso, come un temporale estivo. Cresce lentamente, giorno dopo giorno, nell’indifferenza, nelle segnalazioni archiviate, nei “sì, lo sappiamo”, nei “ci stiamo lavorando”, nei “è competenza di altri” nei "è solo percezione, diamogli un libro e una chitarra...".
È la normalizzazione del degrado che prepara il terreno alla violenza. È l’abitudine a convivere con ciò che non dovrebbe mai diventare normale.
Oggi tutti si chiedono come fermare questa deriva. La risposta onesta è che nessuno lo sa davvero. Non esiste una formula magica, non esiste il provvedimento risolutivo da calare dall’alto. Ma una cosa è chiara: se oggi la situazione è fuori controllo, forse è perché è mancato un intervento nella prima ora, quando i segnali erano ancora segnali e non ferite da medicare.
La stazione non è diventata zona critica in una notte. Prima ci sono stati i bivacchi, la droga nascosa sotto i cestini, poi le tensioni, poi i coltelli, poi i furti, poi le rapine... Ogni passaggio è stato visto, segnalato, raccontato. E ogni volta è stato minimizzato. "È solo disagio. Sono solo ragazzi. È una fase. Passerà...". Frasi che oggi suonano come una resa preventiva.
La sottovalutazione è una responsabilità collettiva, ma ha anche nomi e ruoli. È politica quando pensa che basti una delibera per dichiarare “zona rossa” un’area senza poi presidiare davvero. È istituzionale quando si rifugia nei confini delle competenze invece di affrontare il problema nella sua interezza. È amministrativa quando ascolta ma non agisce. È sociale quando ci si gira dall’altra parte finché il problema non bussa alla propria porta.
Chi lavora lì, invece, ha visto tutto arrivare. Lo ha visto crescere. Ha tolto tavoli, ha chiuso prima, ha chiesto aiuto. Ha fatto ciò che poteva fare un privato lasciato solo. Eppure, per troppo tempo, il disagio di chi stava in trincea è stato trattato come un fastidio, non come un campanello d’allarme.
Forse oggi è tardi per parlare di prevenzione. Forse siamo già nella fase dell’emergenza sociale. Ma è proprio qui che la sottovalutazione diventa imperdonabile: quando, davanti all’evidenza, si continua a dire che “non si poteva prevedere”. Si poteva. Si doveva. E soprattutto si doveva intervenire prima, quando bastava poco per evitare che tutto degenerasse.
La violenza non nasce dal nulla. Nasce dallo spazio che le viene lasciato. Dalle ore vuote senza controllo, dalle assenze mascherate da buone intenzioni, dalle responsabilità diluite fino a sparire. Oggi fermare questa deriva è difficile. Domani lo sarà ancora di più. Ma una cosa è certa: continuare a sottovalutare significa accettare che il prossimo episodio sia solo questione di tempo.
Insomma, il sangue di ieri non è solo il frutto di una rissa. È il risultato di una lunga, colpevole, reiterata sottovalutazione. E se non si ha il coraggio di ammetterlo, allora non si avrà nemmeno la forza di cambiare davvero le cose.
Da dove ripartire, allora?
Da un’idea semplice e rivoluzionaria insieme: l’occupazione di massa dei luoghi. Da cento, mille persone che tornano a prendersi un caffè da Adriano a tutte le ore del giorno. Da una stazione vissuta, attraversata, abitata. Perché il degrado arretra quando arrivano le persone, non solo le divise.
Da quei locali nella ex stazione aperti subito, non quando farà comodo a RFI, ma con un’ordinanza del sindaco per interesse pubblico. Aperti e occupati dai vigili di quartiere, dalla polizia locale, dai carabinieri, dalla polizia, da chiunque indossi una divisa. Non è un’eresia, non è un’utopia. È una scelta politica. Si può fare. La legge lo consente. Serve coraggio, serve assumersi responsabilità, serve smettere di aspettare che il problema si risolva da solo.
La violenza non nasce dal nulla. Nasce dal vuoto. Dal vuoto di presenze, di decisioni, di volontà. Riempire quei vuoti è l’unica vera prevenzione rimasta.
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.