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10 Febbraio 2026 - 15:58
Elena Piastra
La linea cade. Non per tutti, però. Cade solo quando serve. Cade nei momenti decisivi, quelli in cui bisogna scegliere, schierarsi, metterci la faccia. E così, mentre il Partito Democratico discute, vota, conta i numeri e certifica le sue correnti, Elena Piastra scompare dallo schermo. Connessione persa. Audio muto. Voto non espresso. Un blackout improvviso che, più che un problema tecnico, assomiglia a una fuga, raffinata, ma pur sempre fuga.
È successo il 14 dicembre scorso e nel Pd (nazionale, regionale e locale) ne parlano ancora tutti "sogghignando", così, giusto per raccontare, per descrivere una donna che sta diventando sempre più personaggio, come si dice "nel bene e nel male"…
Per capire come si è arrivati sino a qui, dobbiamo ripartire dal congresso del Partito Democratico del 2023. Quell’anno Elena Piastra, la "visionaria", aveva fatto una scelta chiara. O almeno, così sembrava. Aveva puntato su Stefano Bonaccini, preferendolo a Elly Schlein, e come spesso accade a chi sceglie il cavallo sbagliato, si è ritrovata nel recinto degli sconfitti. Da lì in poi, per la sindaca di Settimo Torinese, è iniziata una lunga e silenziosa traversata nel deserto.
Da mesi, infatti, Piastra è ufficialmente “in cerca di corrente”. Il problema è che non la trova. O forse le correnti non trovano lei. Prima del congresso aveva guardato con interesse al collega di Pesaro, Matteo Ricci, salvo poi seguirlo fedelmente quando questi ha deciso di sfilarsi e sostenere Bonaccini. Un allineamento rapido, elegante, quasi ginnico. Prima di Matteo Ricci si era fatta fotografare sorridente con Matteo Renzi, ma quelli erano tempi in cui tutta Settimo parlava "fiorentino".

Qualche mese fa, eccola di nuovo in movimento. È a Milano. Questa volta seduta in seconda fila a una convention organizzata dalla nuova area di minoranza guidata da Giorgio Gori, osservata con attenzione, studiata, quasi corteggiata. Poi arriva dicembre, Assemblea nazionale del Pd, voto sulla relazione della segretaria Elly Schlein. I bonacciniani decidono di votare sì, di fatto dichiarando il sostegno alla segretaria. L’area Gori annuncia l’astensione, una distanza critica ma composta. Piastra dovrebbe astenersi anche lei. E invece no. Al momento del voto, sparisce. Linea che salta. Connessione che cade. Problemi tecnici. Versione ufficiale: disservizi. Versione ufficiosa: il Pd ne parla ancora oggi. Perché in politica puoi votare sì, puoi votare no, puoi perfino astenerti. Ma scomparire è difficile.
Il risultato di quel voto è scolpito nei numeri: 225 voti favorevoli, 36 astenuti. E quei 36 non sono un dettaglio. Erano in larga parte esponenti dell’area riformista collegata a Lorenzo Guerini, con nomi pesanti come Giorgio Gori, Pina Picierno, Paolo Gentiloni e Graziano Delrio. Nessun voto contro, ma una distanza politica chiara dalla segretaria. Una minoranza che segna il territorio senza strappi.
E Piastra? Pronto? Pronto? C’è qualcuno? Di sicuro non è più con Gori. Poteva essere amore e invece era un calesse. E non sta neppure con Schlein. Sta lì dove stanno tutti gli altri, tenuta a debita distanza.
Nel frattempo, le voci corrono. C’è chi dice che stia chiedendo una candidatura a Roma per le Politiche del 2027, con conseguente ritorno alle urne per il Comune di Settimo. Tutto falso. Il Pd, negli anni, ha costruito difese robuste contro questo genere di assalti. Per candidarsi in Parlamento servirebbe una deroga, deroga che non viene concessa proprio per tutelare chi già siede a Roma. E concederla a Piastra aprirebbe una voragine: una fila infinita di sindaci pronti a chiedere lo stesso trattamento.
La deroga, semmai, sarebbe più semplice per un consigliere regionale, che dimettendosi lascerebbe spazio a qualcun altro a Torino. E allora eccoci al punto. Cosa resta a Piastra? Resta la Regione.
Due le ipotesi sul tavolo. La candidatura a consigliere regionale, che richiede parecchie migliaia di voti veri, sudati, porta a porta. Oppure la candidatura a presidente, che garantirebbe comunque un seggio in Consiglio regionale anche in caso di sconfitta. Lei ci crede. Ma, come si dice, chi vive sperando…
La verità è che la presidenza se la sogna. E se anche decidesse di provarci, sarebbe guerra aperta con tutti gli altri aspiranti, cioè gli attuali consiglieri regionali, con la sola eccezione di Daniele Valle. Un campo minato, altro che passerella.
Insomma, si ricomincia da capo. Dal nulla. Dalle voci. Dalle manovre non dichiarate. Da una sindaca che cerca casa come la Titina, ma continua a non trovarla. Che sta facendo di tutto per farsi notare. Alla vicepresidenza dell’Anci Piemonte, alla vicepresidenza nazionale di Ali.
Per la cronaca – e non solo per quella – Elena Piastra è in giunta a Settimo Torinese da molto tempo, con un percorso politico iniziato anni prima di diventare sindaca. È stata consigliera comunale a 25 anni, poi assessore con deleghe importanti a 27 anni, quindi vicesindaca a 30 anni e infine eletta sindaca per la prima volta alle amministrative del giugno 2019 all’età di 35 anni. Un bel curriculum, ma troppo settimocentrico.
Per questo resta lì, in mezzo al Pd, senza corrente, senza campo, senza linea. A Settimo, la linea cade. A Roma, per ora, non prende. E in Regione, chissà.
E così si torna lì. Alla linea che cade.
Cade quando bisogna votare, cade quando bisogna scegliere una corrente, cade quando bisogna dire da che parte si sta. Cade mentre a Roma non c’è spazio, in Regione la guerra è aperta e a Settimo il tempo politico scorre.
Nel Pd le correnti si contano, le minoranze si organizzano, le maggioranze votano. Solo la linea di Piastra resta instabile. A tratti compare, a tratti scompare. Mai abbastanza forte da reggere una candidatura vera, mai abbastanza debole da sparire del tutto.
Insomma, la sindaca continua a cercare casa, come la Titina, ma senza trovare né campo né corrente. E finché la linea continuerà a cadere, l’unica certezza è questa: non cadrà mai dal pero, ma nemmeno arriverà da qualche parte.
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