Il Capitel dli mort è ancora lì, lungo la strada che da Ronco Canavese sale verso Valprato. Non fa rumore, non attira sguardi frettolosi, non chiede attenzione. Ma per decenni è stato uno dei luoghi più attraversati e più carichi di significato della Valle Soana. Non un monumento, non una chiesa, ma una soglia. Una di quelle soglie che segnano il passaggio definitivo, quando la comunità accompagna uno dei suoi fino all’ultimo tratto del cammino.
Chi oggi lo incrocia vede una cappella votiva semplice, in pietra, con il tetto in lose segnato dal tempo e le pareti aperte su tre lati. Ma quella struttura nasce per una funzione precisa e concreta: ospitare i morti in attesa del funerale, quando i defunti arrivavano a Ronco dalle frazioni più alte – Chiò, Cernisio, Scandosio, Servino – dopo ore di cammino lungo mulattiere impervie. Qui la salma veniva deposta, vegliata, affidata al silenzio e alla pazienza, in attesa del parroco e del rito. Non era un gesto simbolico: era necessità, organizzazione collettiva, rispetto.
In quelle pietre si legge un’idea di comunità che oggi appare distante. La morte non veniva nascosta né accelerata. Veniva accompagnata, con tempi lenti e condivisi, dentro uno spazio che non separava i vivi dai morti ma li teneva insieme. Il Capitel dli mort serviva a questo: a fermarsi, a prendere atto, a riconoscere che qualcuno non sarebbe più tornato lungo quei sentieri.
Per anni quel luogo è rimasto ai margini. Visibile, ma ignorato. Presente, ma lasciato scivolare lentamente verso il degrado. Intonaci che si staccano, affreschi consumati dall’umidità e dal gelo, legni che chiedono manutenzione. Non incuria plateale, piuttosto dimenticanza silenziosa, quella più pericolosa perché non fa scandalo. Finché, nei primi mesi del 2026, qualcosa si è rimesso in moto.
Il Comune di Ronco Canavese e l’associazione Il cuore in Valle Soana – Lo cher en Val Soana hanno avviato un intervento di restauro conservativo. Un’operazione che non promette miracoli né rifacimenti da cartolina, ma punta a una parola sempre più rara nel lessico pubblico: cura. Consolidare la struttura, mettere in sicurezza il tetto in lose, fermare il degrado degli affreschi. Non rifare, non reinventare, ma salvare ciò che resta prima che sia troppo tardi.
Dentro il Capitel dli mort resistono ancora tracce pittoriche: una Pietà al centro, figure di angeli, motivi decorativi semplici ma intensi. Non capolavori da manuale di storia dell’arte, ma immagini pensate per chi viveva qui, per chi conosceva il dolore e non aveva bisogno di allegorie complesse. Quelle immagini parlavano a una comunità abituata alla fatica, alla perdita, alla precarietà. Recuperarle significa restituire leggibilità a un linguaggio che rischiava di diventare muto.
Anche l’architettura racconta molto più di quanto sembri. Pietra locale, lose, struttura aperta, pensata per resistere al clima e per accogliere. Nessun elemento superfluo, nessuna monumentalità ostentata. Tutto risponde a una funzione e a un contesto. È l’architettura della montagna, dove ogni scelta costruttiva ha un costo e ogni errore si paga per generazioni. Intervenire oggi su quel manufatto significa misurarsi con questa eredità, senza scorciatoie.
Il valore del restauro non sta solo nell’edificio. Sta nel messaggio che manda. In un tempo in cui i piccoli comuni lottano contro lo spopolamento e l’erosione della memoria, recuperare un luogo come questo è una presa di posizione. Vuol dire dire che non tutto è sacrificabile, che non tutto deve essere ridotto a funzione turistica o decorativa. Alcuni spazi servono a ricordare chi siamo stati, anche quando non sono comodi, anche quando parlano di morte invece che di attrazioni.
Il Capitel dli mort non racconta storie edificanti. Racconta una comunità che ha imparato a convivere con l’assenza, con i distacchi, con i ritorni mancati. Racconta un tempo in cui la morte non veniva delegata o rimossa, ma affrontata insieme, passo dopo passo. Rimetterlo in piedi oggi non è un atto nostalgico. È un gesto politico nel senso più essenziale del termine: prendersi responsabilità del proprio passato.
C’è anche un altro aspetto, meno evidente ma decisivo. Restituire dignità a questo luogo significa rimettere al centro una memoria concreta, fatta di pietre e gesti, non di celebrazioni astratte. Significa offrire alle generazioni future uno spazio che non spiega, non semplifica, non addolcisce. Uno spazio che chiede di fermarsi e osservare. Di capire che la storia locale non è fatta solo di date e nomi, ma di pratiche quotidiane, di scelte collettive, di silenzi condivisi.
Oggi, mentre il cantiere prende forma, il Capitel dli mort torna a essere visibile. Non come attrazione, ma come presenza. Non come reliquia, ma come testimonianza viva. La sfida sarà mantenerlo così: fuori dalla retorica, lontano dall’abbandono, dentro una relazione continua con la comunità. Perché certi luoghi non chiedono di essere celebrati. Chiedono solo di non essere dimenticati.
E in una valle che ha visto partire molti e tornare in pochi, questo non è un dettaglio. È una scelta.