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Epstein travolge la monarchia: William e Kate parlano, la polizia valuta Andrea, il silenzio non basta più

Dai file pubblicati dal Dipartimento di Giustizia Usa alle pressioni sulla Corona britannica: per la prima volta i Principi di Galles prendono posizione mentre emergono nuove verifiche su Andrew Mountbatten-Windsor e la politica inglese paga il conto dello scandalo

Epstein travolge la monarchia: William e Kate parlano, la polizia valuta Andrea, il silenzio non basta più

William e Kate

È un’immagine insolita a fare da sfondo alla prima presa di posizione dei Principi di Galles sul caso Epstein. Nel caldo asciutto di Riyadh, dove il principe William si è trovato in missione ufficiale, un portavoce di Kensington Palace ha pronunciato una dichiarazione breve ma destinata a pesare. “I Principi sono profondamente preoccupati dalle continue rivelazioni. I loro pensieri restano rivolti alle vittime”. Nessun riferimento diretto ad Andrew Mountbatten-Windsor, ex Duca di York, ma il messaggio è apparso inequivocabile. La linea scelta dalla coppia è stata quella di spostare l’attenzione sui sopravvissuti e marcare una distanza netta da ogni ambiguità.

A poche ore da quella nota, il clima nel Regno Unito è emerso con chiarezza nelle strade di Clitheroe, nel Lancashire, dove durante una visita pubblica a re Carlo III è stata gridata una domanda secca: “Da quanto tempo sapevate di Andrea?”. Un episodio isolato, ma sufficiente a restituire la pressione che sta salendo attorno alla monarchia. Sullo sfondo, una massa imponente di documenti: milioni di pagine rese pubbliche dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (Department of Justice, DoJ), che nelle ultime settimane hanno riportato sotto i riflettori rapporti, scambi e omissioni legati a Jeffrey Epstein, riaprendo interrogativi su responsabilità individuali e istituzionali.

La dichiarazione attribuita a Kensington Palace ha condensato tre messaggi chiave. Il primo è stato il richiamo esplicito alle vittime come riferimento etico. Il secondo è stato il riconoscimento della gravità delle nuove rivelazioni contenute nei file. Il terzo è stata la scelta di evitare personalizzazioni, nella consapevolezza che qualsiasi parola su Andrea sarebbe stata letta come una presa di posizione diretta. Sul piano istituzionale, la mossa è apparsa coerente con la strategia comunicativa finora adottata dai Principi di Galles: intervenire solo quando necessario, usare toni misurati, evitare lo scontro diretto. È stato anche un segnale interno alla macchina della Corona: il silenzio non è più sostenibile.

Il peso di quella frase si comprende solo guardando alla sequenza che ha portato alla pubblicazione dei cosiddetti “Epstein files”. Il 19 novembre 2025, il presidente degli Stati Uniti ha firmato la Epstein Files Transparency Act, una legge che ha imposto al Dipartimento di Giustizia la pubblicazione degli atti in suo possesso relativi a Epstein. Un primo rilascio parziale è avvenuto il 19 dicembre 2025, ma il salto decisivo si è avuto il 30 gennaio 2026, quando l’Office of Public Affairs del DoJ ha annunciato la pubblicazione online di oltre 3,5 milioni di pagine, comprese più di 2.000 ore di video e circa 180.000 immagini.

Da quel momento, l’effetto è stato immediato. I documenti hanno chiamato in causa, direttamente o indirettamente, figure di primo piano in Europa e negli Stati Uniti, innescando nuove verifiche e reazioni ufficiali. Le critiche non si sono attenuate. Avvocati delle vittime, attivisti e parlamentari hanno contestato ritardi, oscuramenti estesi e l’assenza di parte del materiale, sostenendo che il volume complessivo degli atti supererebbe i 6 milioni di pagine. A Westminster, la vicenda giudiziaria si è intrecciata con la polemica politica, producendo tensioni anche all’interno del governo. In questo contesto, la voce di William e Kate ha assunto il valore di una presa d’atto: la dimensione britannica dello scandalo non è una questione marginale, ma un dossier in evoluzione che coinvolge fiducia pubblica e responsabilità istituzionali.

Per la monarchia, il nodo centrale resta il ruolo di Andrew Mountbatten-Windsor. Negli anni, l’ex Duca di York ha sempre respinto le accuse, chiudendo nel 2022 una causa civile con Virginia Giuffre tramite un accordo extragiudiziale senza ammissione di colpa. Successivamente si è ritirato dalla vita pubblica e ha perso titoli e onorificenze. Tuttavia, la nuova ondata di email e report contenuti nei file pubblicati a fine gennaio 2026 ha riaperto il dibattito sul piano etico e politico, più che su quello giudiziario.

In questo quadro si inserisce la posizione emersa attorno al 9 febbraio 2026, secondo cui la Thames Valley Police, competente anche per l’area di Windsor, starebbe valutando alcuni profili emersi dalle carte, inclusi presunti scambi di materiali collegati all’attività di trade envoy svolta da Andrea tra 2010 e 2011. Da Buckingham Palace è stato fatto sapere che ogni eventuale accertamento spetta alle autorità e che il sovrano è pronto a collaborare. La linea comunicata è stata chiara: nessuna interferenza, rispetto delle indagini, adesione alle procedure.

La dichiarazione dei Principi di Galles è arrivata mentre William era impegnato in Arabia Saudita, una tappa considerata delicata sul piano geopolitico. Anche qui, la regia è apparsa calibrata: evitare che le polemiche interne interferissero con l’agenda estera, mantenendo però un messaggio netto di solidarietà verso le vittime. Un precedente si era già registrato il 3 febbraio, quando il principe Edoardo, parlando a Dubai, aveva richiamato pubblicamente l’attenzione sui sopravvissuti. La voce di William e Kate ha dato ora a questa impostazione un valore più strutturato, associato alla coppia che incarna la futura leadership della monarchia.

L’impatto dei file ha travolto anche il sistema politico britannico. Tra l’8 e il 9 febbraio 2026 si sono dimessi il capo di gabinetto del primo ministro Keir Starmer, Morgan McSweeney, e il direttore della comunicazione di Downing Street, Tim Allan. Al centro della crisi, il sostegno alla nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore nel 2024, nonostante i suoi legami con Epstein. Lo stesso Mandelson si è dimesso dalla Camera dei Lord e dal Partito Laburista, negando le circostanze contestate. La vicenda ha mostrato come l’effetto dei file non sia limitato al dibattito mediatico, ma investa direttamente la responsabilità di chi ricopre incarichi pubblici.

La quantità di materiale pubblicato è senza precedenti, ma non equivale automaticamente a chiarezza. Le redazioni estese, la mancanza di contestualizzazione e le segnalazioni di documenti mancanti rendono complesso il lavoro di verifica. I file aprono piste, ma non chiudono conclusioni. Separare elementi probatori da informazioni decontestualizzate resta il compito di polizie, magistrature e giornalisti.

Per la monarchia britannica, la crisi rappresenta un test sulla reputazione, sulla capacità di rafforzare i propri protocolli interni e sulla credibilità dell’impegno verso la tutela dei sopravvissuti. Il tono scelto dai Principi di Galles indica una direzione precisa: evitare la difesa d’ufficio e concentrarsi sui diritti delle persone danneggiate. È una scelta narrativa e politica che segna una discontinuità rispetto al passato.

I prossimi mesi diranno se la valutazione della Thames Valley Police porterà a sviluppi formali e se il Dipartimento di Giustizia procederà con ulteriori rilasci o con una migliore organizzazione degli archivi. Sul piano politico, la capacità di Downing Street di contenere l’onda lunga del caso sarà decisiva. Per la monarchia, dopo le parole, il banco di prova saranno eventuali iniziative concrete a sostegno dei sopravvissuti.

La storia giudiziaria di Jeffrey Epstein ha mostrato come reti di potere e privilegio abbiano a lungo oscurato le denunce. In questo contesto, riportare il dibattito sulle vittime non è un gesto formale, ma una scelta che implica coerenza e responsabilità. Se alle dichiarazioni seguiranno azioni verificabili, l’urto dei file potrà produrre qualcosa di più di una crisi reputazionale. Potrà trasformarsi in un passaggio di sistema, in cui trasparenza e accountability non restano parole, ma criteri di governo.


Fonti
Kensington Palace
Buckingham Palace
Department of Justice (Stati Uniti)
Office of Public Affairs – DoJ
Epstein Files Transparency Act
Thames Valley Police
Parlamento del Regno Unito
Downing Street
Washington Post

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