Cerca

Esteri

“Non riconosceva vecchi amici”: l’email di Epstein che riapre i dubbi sulla demenza di Trump

Un messaggio privato del finanziere, emerso dai documenti del Department of Justice, racconta una cena con Donald Trump e “preoccupazioni per la demenza”. I fatti verificabili, i limiti delle prove e ciò che davvero sappiamo

“Non riconosceva vecchi amici”: l’email di Epstein che riapre i dubbi sulla demenza di Trump

“Non riconosceva vecchi amici”: l’email di Epstein che riapre i dubbi sulla demenza di Trump

Un messaggio privato inviato a fine 2017 dal finanziere Jeffrey Epstein a un giornalista torna oggi al centro del dibattito pubblico. In poche righe, l’email riferisce di “preoccupazioni per la demenza” emerse dopo una cena a Mar-a-Lago, con l’allora presidente Donald J. Trump presente. È un documento che non contiene prove cliniche, ma che si inserisce in un contesto già segnato da sospetti, indiscrezioni e scontri politici sulla salute cognitiva del capo dell’esecutivo statunitense. Per capire che cosa aggiunga davvero questa rivelazione, è necessario separare i fatti verificabili dalle affermazioni non dimostrate.

La sera del 28 dicembre 2017, secondo i registri ufficiali della Casa Bianca, Donald J. Trump cenò a Mar-a-Lago, a Palm Beach in Florida, con il segretario al Commercio Wilbur L. Ross Jr.. L’incontro, come riportato nelle agende presidenziali raccolte dall’American Presidency Project dell’Università della California, Santa Barbara, servì a discutere di politica commerciale, creazione di posti di lavoro e condizioni dell’economia nazionale. I documenti non indicano altri commensali. Questa è la cornice certa.

La mattina successiva, il 29 dicembre 2017, Jeffrey Epstein scrisse un’email al giornalista e scrittore Michael Wolff, noto per i suoi libri su Donald Trump. In quel messaggio, oggi emerso all’interno di nuovi fascicoli collegati al caso Epstein e resi accessibili dal Department of Justice (Dipartimento di Giustizia), il finanziere riferiva che “alcuni” presenti alla cena erano “preoccupati per la demenza”, aggiungendo che il presidente “non riconosceva vecchi amici” e che indossava “tonnellate di make-up”. La notizia è stata rilanciata da testate come People e ripresa da numerosi media internazionali, riaccendendo l’attenzione su un tema che già nel 2017 era al centro di polemiche.

Il primo punto da chiarire riguarda il contenuto effettivo dell’email. Non si tratta di una valutazione medica, non contiene diagnosi, non è accompagnata da referti, immagini o testimonianze dirette verificabili. È una comunicazione privata in cui Jeffrey Epstein riporta impressioni attribuite a persone non identificate. Il termine “demenza” compare come percezione o timore espresso da terzi, non come accertamento sanitario. Questo limite è sostanziale e deve essere tenuto fermo.

Il secondo elemento riguarda il contesto in cui il messaggio riemerge. A distanza di anni, quell’email acquista peso politico perché si colloca in una fase in cui, già allora, circolavano dubbi pubblici sulle condizioni cognitive di Donald Trump. Nel corso del suo primo anno di presidenza, avversari e alcuni ex alleati avevano commentato in modo critico discorsi ripetitivi, errori verbali e momenti di confusione. Tra le voci più citate vi furono quelle attribuite a Steve Bannon, ex stratega della Casa Bianca, riportate nel libro “Ticking Clock” dell’ex produttore di 60 Minutes Ira Rosen, che parlavano di una possibile “demenza allo stadio iniziale”. Affermazioni che lo stesso Bannon in seguito ridimensionò o smentì.

Sul piano documentale, la serata del 28 dicembre 2017 è dunque verificabile solo in parte. I registri ufficiali confermano luogo, data e presenza di Wilbur Ross. Non esistono, allo stato, elenchi pubblici dei partecipanti oltre al segretario al Commercio. L’email di Epstein non fornisce nomi e non consente di identificare chi fossero gli “alcuni” preoccupati. Alcune ricostruzioni giornalistiche hanno richiamato dichiarazioni del portavoce presidenziale Hogan Gidley su quell’appuntamento, ma non aggiungono dettagli nominativi. In assenza di testimonianze dirette e verificabili, quel riferimento resta indeterminato.

Il contesto politico e mediatico di fine 2017 aiuta a comprendere perché simili impressioni potessero circolare. In quelle settimane Mar-a-Lago era un punto di incontro costante per membri del governo, consiglieri, finanziatori e ospiti. Scambi informali di giudizi sul comportamento del presidente erano frequenti, così come il loro passaggio, più o meno filtrato, verso giornalisti e autori. Jeffrey Epstein, allora ancora libero e inserito in ambienti di potere, intratteneva rapporti con figure politiche, economiche e mediatiche. Le email oggi disponibili mostrano un uso disinvolto della corrispondenza privata per trasmettere informazioni, impressioni e, in alcuni casi, per accreditarsi come fonte.

Questo porta a un terzo livello di analisi: l’affidabilità del mittente. La figura di Jeffrey Epstein è stata definitivamente travolta dalle condanne e dalle accuse legate allo sfruttamento sessuale di minori. Questo dato non cancella automaticamente ogni informazione da lui trasmessa, ma impone una lettura critica e contestualizzata di ciascun passaggio. Le sue comunicazioni, come emerge dagli archivi, mescolavano fatti, giudizi personali e commenti caricaturali. Il riferimento alle “tonnellate di trucco” rientra chiaramente in questo registro, più vicino alla descrizione sarcastica dell’immagine pubblica di Donald Trump che a un’analisi dello stato cognitivo.

Un altro elemento spesso richiamato nel dibattito è la storia familiare del presidente. Il padre, Fred C. Trump Sr., soffrì di Alzheimer negli ultimi anni della sua vita. Il declino cognitivo del capofamiglia, documentato da inchieste giornalistiche e atti giudiziari, iniziò nei primi anni Novanta e portò alla sua morte nel 1999, a 93 anni. Questo precedente viene frequentemente evocato per suggerire una predisposizione ereditaria, ma da solo non costituisce una prova sullo stato di salute del figlio.

Negli ultimi mesi, lo stesso Donald Trump, oggi 79enne, ha ricordato pubblicamente la malattia del padre, inciampando per un momento sul termine “Alzheimer” durante un’intervista, prima di essere aiutato dalla portavoce. Anche questo episodio è stato ampiamente ripreso dai media, soprattutto per il suo valore politico e simbolico, più che per implicazioni cliniche.

Sul piano dei dati sanitari, resta un fatto: non esiste alcuna valutazione medica pubblica riferita alla cena del 28 dicembre 2017. Nel gennaio 2018 il medico della Casa Bianca diffuse un rapporto generale che descriveva il presidente in buona salute complessiva, ma si trattava di una valutazione ampia, non collegata a singoli episodi o comportamenti osservati in contesti privati. Non ci sono referti che colleghino la scena descritta nell’email a una patologia specifica.

Che cosa aggiunge, allora, davvero la mail di Epstein? Sul piano fattuale, introduce un elemento temporale preciso: dimostra che già alla fine del 2017, in ambienti vicini al presidente, circolavano commenti e preoccupazioni sul suo stato cognitivo, indipendentemente dalla loro fondatezza. Sul piano politico e mediatico, mostra come tali impressioni venissero condivise in modo informale e trasferite a figure dell’informazione, contribuendo a costruire una narrazione parallela rispetto alle comunicazioni ufficiali.

Resta centrale il tema dei limiti dell’informazione disponibile. Manca la lista completa dei partecipanti alla cena. Mancano conferme dirette di quanto riportato nell’email. Manca qualsiasi riscontro clinico. In questo vuoto, il rischio è trasformare un aneddoto non verificabile in una prova, operazione che il giornalismo d’inchiesta deve evitare.

Il lessico medico è da tempo parte del conflitto politico negli Stati Uniti. Accuse e sospetti di declino cognitivo sono stati rivolti a più leader, da Joe Biden allo stesso Donald Trump, che a sua volta ha utilizzato argomenti simili contro gli avversari. In questo scenario, ogni esitazione verbale o errore viene isolato e caricato di significati che vanno oltre il dato oggettivo. L’email di Epstein si inserisce in questa dinamica: conferma l’esistenza del sospetto, non la sua verità.

Un ultimo dettaglio aiuta a completare il quadro di quella giornata. Il 28 dicembre 2017, prima della cena serale, Donald Trump incontrò al Trump International Golf Club di West Palm Beach il reporter del New York TimesMichael S. Schmidt per una lunga conversazione. Anche questo appuntamento è registrato nei documenti ufficiali. Dimostra che la giornata fu scandita da impegni pubblici e privati, ma non consente di collegare direttamente l’intervista del mattino alle impressioni riferite la sera.

A distanza di anni, l’email di Jeffrey Epstein, morto in carcere nel 2019, funziona come un documento rivelatore dei meccanismi della politica contemporanea: la circolazione di sospetti, il confine labile tra percezione e fatto, la tendenza del dibattito pubblico a trattenere le frasi più taglienti e a dimenticare le cautele. I registri ufficiali certificano la cena del 28 dicembre 2017 a Mar-a-Lago con Wilbur Ross. I fascicoli del Department of Justice certificano l’esistenza di un’email del 29 dicembre 2017 in cui si parla di “preoccupazioni per la demenza” e di un presidente che “non riconosceva vecchi amici”. Tutto il resto resta nel campo dell’interpretazione, che va segnalata come tale.

Fonti utilizzate: Department of Justice (Dipartimento di Giustizia), American Presidency Project dell’Università della California, Santa Barbara, People, New York Times, libro “Ticking Clock” di Ira Rosen, documentazione giornalistica su Fred C. Trump Sr.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori