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53 morti nel Mediterraneo: un gommone partito dalla Libia si capovolge, due sole superstiti

Da Zawiya a nord di Zuwara, la notte tra il 5 e 6 febbraio 2026 si chiude con l’ennesimo naufragio sulla rotta più letale al mondo. International Organization for Migration (IOM) conferma: una moglie senza marito, una madre senza figli, 53 persone inghiottite dal mare

53 morti nel Mediterraneo: un gommone partito dalla Libia si capovolge, due sole superstiti

53 morti nel Mediterraneo: un gommone partito dalla Libia si capovolge, due sole superstiti

53 vite inghiottite al largo della Libia. Due sole superstiti, una madre rimasta senza figli e una moglie rimasta senza marito. Un gommone partito da Zawiya la sera del 5 febbraio 2026 si è capovolto sei ore dopo, a nord di Zuwara. È l’ennesimo naufragio sulla rotta del Mediterraneo centrale, il corridoio migratorio più letale al mondo.

Nella notte tra il 5 e il 6 febbraio 2026, un gommone con 55 persone a bordo ha smesso di galleggiare al largo della costa nord-occidentale della Libia, a nord di Zuwara. L’acqua ha iniziato a entrare lentamente, poi l’imbarcazione si è ribaltata. Alla fine sono rimaste due voci soltanto, quelle di due donne nigeriane. Una ha perso il marito, l’altra i due figli. Tutte le altre 53 persone sono morte o risultano disperse. La conferma è arrivata dalla International Organization for Migration (IOM), che ha fornito i primi dettagli e l’assistenza d’emergenza alle sopravvissute.

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Secondo le testimonianze raccolte dalla IOM, il gommone, con migranti e rifugiati di diverse nazionalità africane, è partito da Zawiya, circa 44 chilometri a ovest di Tripoli, intorno alle 23.00 di giovedì 5 febbraio. Dopo circa sei ore di navigazione l’imbarcazione ha iniziato a imbarcare acqua. I tentativi di svuotarla non sono bastati. All’alba del 6 febbraio, in mare aperto, il gommone si è capovolto. Le autorità libiche sono riuscite a trarre in salvo soltanto due donne. Alla IOM è spettato il compito di fornire cure mediche immediate e sostegno psicologico. La sequenza è quella già vista molte volte lungo questa rotta: partenza notturna, sovraccarico, scafo instabile, acqua fredda, tempi di soccorso incerti.

Le due superstiti, entrambe nigeriane, hanno raccontato una perdita che non trova parole. Una ha visto scomparire il marito tra le onde. L’altra ha perso due bambini, indicati dalle fonti come neonati o molto piccoli. Gli operatori della IOM hanno spiegato che le donne hanno ricevuto assistenza sanitaria d’urgenza subito dopo il recupero, in coordinamento con le autorità locali. In assenza di giubbotti di salvataggio adeguati e con la temperatura invernale del mare, la loro sopravvivenza rappresenta un’eccezione, non la regola.

Dall’inizio del 2026, le persone morte o disperse sulla rotta del Mediterraneo centrale sono almeno 484. Di queste, 375 solo nel mese di gennaio, in gran parte a causa dei cosiddetti naufragi invisibili, imbarcazioni mai segnalate che affondano senza lasciare tracce. Nel 2025 i dispersi su questa rotta sono stati oltre 1.300. Dal 2014 alla fine del 2025, il Mediterraneo ha inghiottito più di 33.000 vite. I dati provengono dal progetto Missing Migrants della IOM, che monitora vittime e scomparse lungo le rotte migratorie.

Anche i minori pagano un prezzo sproporzionato. Secondo analisi dell’UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia) basate su dati IOM e UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), circa 3.500 bambini sono morti o sono scomparsi nel Mediterraneo centrale tra il 2015 e il 2025. È un numero che misura l’impatto sulle famiglie e sulle comunità di origine, spesso già segnate da conflitti e povertà.

Il gommone rovesciato a nord di Zuwara era, secondo le ricostruzioni, un battello gonfiabile. Si tratta di mezzi che reggono poco il mare formato e quasi nulla il sovraccarico. La IOM parla di imbarcazioni inadeguate e insicure e richiama l’attenzione sulle reti di trafficanti che massimizzano i profitti riducendo carburante e sicurezza. È una catena che inizia molto prima della costa libica, fatta di debiti familiari, estorsioni e violenze lungo il transito nel Sahel e nei centri di detenzione libici, dove inchieste e agenzie delle Nazioni Unite hanno documentato torture, lavori forzati e richieste di riscatto.

Dal 2011, la Libia vive una instabilità cronica, segnata da frammentazione istituzionale, milizie e economie di guerra. Questa fragilità ha trasformato il Paese in una piattaforma di transito verso l’Europa. La fascia costiera nord-occidentale, tra Zawiya, Tripoli e Zuwara, è uno dei principali punti di partenza. Qui si concentra anche il dibattito sulle intercettazioni in mare e sui rimpatri forzati in centri di detenzione che ONG e organismi internazionali definiscono disumani. Ogni naufragio, incluso quello del 6 febbraio 2026, ripropone la stessa domanda su responsabilità, misure di prevenzione e alternative legali.

La Commissione europea ribadisce la necessità di canali legali e sicuri e di una cooperazione più stretta con i Paesi di transito per colpire le reti criminali. Sul terreno, però, il quadro resta contraddittorio. Negli ultimi anni l’Unione europea (UE) ha finanziato e addestrato la guardia costiera libica, un attore accusato da diversi rapporti di abusi e collusioni. Le politiche di esternalizzazione del controllo migratorio sono contestate dalle ONG, che denunciano anche ostacoli alle navi umanitarie. Nel frattempo i gommoni continuano a partire, come è accaduto la notte del 5 febbraio.

Nelle settimane precedenti al naufragio, la IOM aveva segnalato condizioni meteo-marine difficili e una serie di incidenti definiti invisibili per l’assenza di soccorsi e tracciamenti. In questo contesto si colloca il capovolgimento del gommone salpato da Zawiya. A gennaio 2026, l’agenzia delle Nazioni Unite aveva avvertito che centinaia di persone potrebbero essere già scomparse senza lasciare segni ufficiali. L’ultimo disastro, con 53 tra morti e dispersi, si inserisce in una continuità che riduce lo spazio per parlare di eccezioni.

Zawiya è un nodo logistico rilevante della Tripolitania occidentale, vicino alla costa e collegato all’entroterra, relativamente prossimo ai tratti di mare da cui si punta verso Lampedusa o verso rotte intermedie. Zuwara, più a ovest, è un altro punto di partenza, scelto per sfruttare finestre meteo e correnti e per ridurre la distanza verso le acque internazionali. La tratta Zuwara–Lampedusa misura circa 180 miglia nautiche. Su un gommone sovraccarico e con carburante limitato, soprattutto in inverno, è una traversata al limite.

In incidenti come questo, i nomi propri quasi non emergono. Restano categorie e numeri. Alle 55 persone partite da Zawiya non si possono ancora associare biografie complete. Affiorano frammenti di Nigeria, Sahel, Corno d’Africa, forse Gambia o Camerun. L’invisibilità colpisce due volte, prima in mare e poi nei registri. Una delle due superstiti ha indicato ai soccorritori l’assenza improvvisa del marito, l’altra l’impossibilità di riemergere con i figli. È un punto in cui il linguaggio si ferma e restano le conseguenze sulle famiglie e sulle comunità che attenderanno notizie destinate a non arrivare.

La IOM ha espresso cordoglio e ha rinnovato l’appello a rafforzare la cooperazione contro le reti di traffico e ad ampliare canali regolari di migrazione. Secondo l’organizzazione, senza vie sicure come ricongiungimenti agevolati, corridoi umanitari, visti di lavoro e programmi di reinsediamento, le persone continueranno a imbarcarsi su mezzi insicuri. Anche media internazionali hanno ripreso le comunicazioni ufficiali, sottolineando che la sopravvivenza su questi battelli dipende da fattori imprevedibili come il meteo, il carico e la rapidità dei soccorsi.

Il naufragio del 6 febbraio 2026 riporta al centro una questione giuridica irrisolta. Dove termina il dovere di soccorso e dove inizia la responsabilità per intercettazioni che riportano le persone in porti considerati non sicuri? Le organizzazioni per i diritti umani insistono sul fatto che la Libia, con centri di detenzione segnati da abusi sistematici, non possa essere considerata un luogo sicuro di sbarco secondo il diritto internazionale marittimo. Senza una rete di ricerca e soccorso più ampia e coordinata, pubblica e civile, le statistiche continueranno a sostituire i nomi.

Dopo il recupero delle due superstiti, in mare restano 53 assenze. Le indagini sulle dinamiche precise, dall’imbarco dell’acqua a eventuali cedimenti del battello, richiederanno tempo e potrebbero non fornire mai un quadro completo, perché molte imbarcazioni affondano senza lasciare relitti recuperabili. Intanto altri gommoni potrebbero essere già partiti da Zawiya o dalla costa tunisina. La rotta resta aperta, i debiti contratti con i trafficanti non prevedono rinvii e l’incertezza continua a governare le partenze.

Ridurre la letalità di questa rotta richiede interventi immediati e coerenti. Significa garantire un sistema di ricerca e soccorso trasparente e coordinato, creare canali legali e accessibili che offrano alternative concrete alla traversata, interrompere la pratica dei rimpatri verso centri di detenzione dove si consumano abusi documentati e colpire le reti transnazionali di traffico seguendo i flussi di denaro. Investire in monitoraggio e prevenzione può evitare che altri naufragi restino invisibili.

Questo naufragio non è soltanto cronaca. È un indicatore delle politiche che, sommate, non hanno ancora ridotto la mortalità sulla rotta del Mediterraneo centrale. Le due donne nigeriane sopravvissute sono la prova che la sopravvivenza dipende spesso da variabili minime. Per chi osserva dal punto di vista del diritto internazionale, il dato resta invariato: finché vie legali, soccorso efficace e tutela dei diritti non procederanno insieme, i numeri continueranno a essere il lessico dominante di questo tratto di mare.

Fonti: International Organization for Migration (IOM); Missing Migrants Project; UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia); UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati); comunicazioni ufficiali della Commissione europea; rapporti di ONG sui diritti umani in Libia.

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