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Sanità piemontese, privatizzazione a tappe forzate: Amos–Azienda Zero

Opposizioni e sindacati in allarme in Commissione Sanità: “Rischio contratti peggiorativi, assunzioni senza concorso e sanità sempre più lontana dal controllo pubblico"

Sanità piemontese, privatizzazione a tappe forzate:  Amos–Azienda Zero

Federico Riboldi, Sarah Disabato e Daniele Valle

La polemica esplode in IV Commissione Sanità e investe in pieno la strategia della Giunta Cirio sulla riorganizzazione del sistema sanitario piemontese. Al centro della tempesta c’è l’operazione che dovrebbe portare a un intreccio sempre più stretto tra Amos e Azienda Zero, un passaggio che l’opposizione definisce senza mezzi termini come il rischio concreto di una privatizzazione strisciante della sanità pubblica.

Durante l’audizione odierna sono stati ascoltati la direttrice di Amos, Mariateresa Buttigliero, il direttore generale di Azienda Zero, Adriano Leli, insieme alle organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL Sanità. Un confronto atteso, ma che – secondo le opposizioni – ha lasciato sul tavolo più dubbi che certezze.

A lanciare l’allarme sono Gianna Pentenero, presidente del Gruppo Pd in Consiglio regionale del Piemonte, e Daniele Valle, vicepresidente della Commissione Sanità. “Un passaggio che ci preoccupa molto perché temiamo possa rappresentare un ulteriore passo verso una privatizzazione strisciante della sanità regionale”, dichiarano, mettendo subito in chiaro il cuore del problema.

Dalle audizioni, spiegano i due esponenti dem, “emergono ancora troppi interrogativi su portata, tempi e finalità dell’operazione”. Non è affatto chiaro, infatti, se l’ingresso – o meglio, l’integrazione operativa – riguardi soltanto il servizio 112 nel Cuneese, già oggi gestito da Amos, oppure se si tratti dell’avvio di una strategia ben più ampia, destinata a estendere il modello Amos su scala regionale per una pluralità di servizi sanitari oggi affidati ai privati o gestiti direttamente dalle aziende sanitarie.

Una scelta che, sottolineano Pentenero e Valle, “non può procedere senza un confronto politico trasparente e senza passare dai tavoli istituzionali”. Tradotto: niente scorciatoie, niente decisioni prese fuori dai luoghi deputati, niente operazioni calate dall’alto.

Il nodo più delicato, però, riguarda il lavoro. Secondo il Pd – e secondo quanto segnalato con forza anche dalle organizzazioni sindacali – l’operazione Amos–Azienda Zero rischia di tradursi in un abbassamento dei salari e delle tutele. “Il timore è che non si tratti di una conseguenza indiretta, ma di uno degli obiettivi impliciti di questo percorso”, attaccano Pentenero e Valle, puntando il dito su un modello che promette risparmi solo a patto di comprimere i diritti di chi lavora nella sanità.

C’è poi la questione delle assunzioni, altro nervo scoperto. “Il ricorso a società in house rischia di aggirare il principio del concorso pubblico”, avvertono dal Pd, aprendo un tema che tocca direttamente la trasparenza e l’accesso al lavoro nel settore pubblico.

E qui arriva l’affondo politico più diretto: “La strategia su Azienda Zero e sul futuro della sanità piemontese deve essere discussa nelle sedi istituzionali, non ricostruita attraverso indiscrezioni o chat tra l’assessore Riboldi e l’ex assessore Icardi”.
Un riferimento che pesa come un macigno e che chiama in causa direttamente l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi, invitato formalmente a presentarsi in Commissione per chiarire “quali siano le reali intenzioni della Giunta”. Perché, concludono Pentenero e Valle, “su scelte così rilevanti servono trasparenza, confronto e responsabilità politica”.

Sulla stessa linea, ma con toni ancora più netti sul fronte del lavoro, interviene anche il Movimento 5 Stelle. La capogruppo regionale Sarah Disabato parla apertamente di un’operazione che necessita di garanzie precise per lavoratrici e lavoratori. “Ad Amos – società consortile a totale partecipazione pubblica – saranno affidati alcuni servizi correlati all’attività sanitaria, attualmente erogati da privati”, ricorda Disabato, spiegando come la Giunta Cirio giustifichi l’operazione esclusivamente con motivazioni economiche.

Secondo il centrodestra, infatti, la gestione in house tramite Amos costerebbe meno rispetto a una gestione diretta da parte delle aziende sanitarie. Ma per il M5S questa narrazione non regge. “Ciò non è vero, a meno che non si penalizzino le lavoratrici ed i lavoratori, soggetti a contratti peggiorativi rispetto alle aziende sanitarie, a parità di mansione”, attacca Disabato. Un tema già sollevato dai sindacati e che, secondo i pentastellati, necessita di ulteriori chiarimenti.

“La necessità di risparmiare risorse non può intaccare la qualità del lavoro, a maggior ragione di chi tiene in piedi la sanità pubblica”, aggiunge la capogruppo M5S, che chiede anche lei all’assessore Riboldi di riferire in Commissione su “tutti gli aspetti di questa operazione lacunosa”.

Ma per comprendere fino in fondo la portata dello scontro politico esploso in Commissione Sanità è necessario fare un passo indietro e spiegare che cos’è Amos e perché il suo possibile ruolo all’interno di Azienda Zero rappresenta un passaggio tutt’altro che neutro.

Amos è una società consortile a totale partecipazione pubblica, nata in Piemonte circa vent’anni fa. La sua origine affonda nelle politiche di riorganizzazione e razionalizzazione dei servizi sanitari avviate nei primi anni Duemila, con l’obiettivo dichiarato di alleggerire le aziende sanitarie da una serie di funzioni considerate “non core”, pur restando all’interno del perimetro pubblico. Tra i promotori e ispiratori del modello Amos c’è Fulvio Moirano, manager sanitario di lungo corso e figura chiave nella governance della sanità piemontese, nonché tra gli architetti della nascita di Azienda Zero.

Nel corso degli anni Amos si è progressivamente strutturata come società multiservizi, specializzandosi nella gestione di attività di supporto al sistema sanitario: servizi amministrativi e di back office, call center, supporto alla gestione del personale, servizi logistici, fino ad arrivare a funzioni particolarmente sensibili come la gestione del numero unico di emergenza 112, oggi attivo soprattutto nel territorio del Cuneese. I soci di Amos sono aziende sanitarie pubbliche – Asl e aziende ospedaliere – concentrate in particolare nel sud del Piemonte, ma con una struttura societaria pensata per poter essere estesa.

Proprio questa caratteristica rende Amos uno strumento potenzialmente molto potente: essendo una società pubblica, può operare in house, cioè ricevere affidamenti diretti senza gara da parte delle aziende sanitarie. Ed è qui che si innesta il progetto – o l’ipotesi, a seconda delle versioni – di un suo utilizzo su scala regionale.

Dall’altra parte c’è Azienda Zero, l’ente regionale che funge da vera e propria “super-Asl” del Piemonte. Istituita per accentrare e coordinare funzioni strategiche del Servizio sanitario regionale, Azienda Zero gestisce ambiti cruciali come il coordinamento dell’emergenza-urgenza, la programmazione, il supporto amministrativo, la formazione e altri servizi trasversali. Nelle intenzioni della Regione, Azienda Zero dovrebbe garantire uniformità, efficienza e risparmi di scala.

L’operazione finita sotto la lente della Commissione Sanità prevede un avvicinamento strutturale tra Amos e Azienda Zero, fino all’ipotesi di un ingresso di Azienda Zero nella compagine societaria di Amos – una quota minoritaria, attorno al 2,5 per cento – che consentirebbe di utilizzare Amos come braccio operativo regionale per una vasta gamma di servizi oggi gestiti direttamente dalle aziende sanitarie o affidati a soggetti privati.

Ed è proprio qui che scattano le preoccupazioni di opposizioni e sindacati. Perché se è vero che Amos è formalmente pubblica, è altrettanto vero che applica contratti diversi da quelli del comparto sanitario, con livelli salariali e tutele inferiori a parità di mansione. Un modello che, secondo Pd, M5S e organizzazioni sindacali, rischia di trasformarsi in una leva strutturale per abbassare il costo del lavoro sotto la bandiera dell’efficienza.

A rendere il quadro ancora più opaco, secondo le opposizioni, è il fatto che una strategia di questa portata non sia stata presentata con un atto politico chiaro, ma sia emersa gradualmente attraverso audizioni e ricostruzioni informali. Da qui la richiesta, ribadita con forza, che l’assessore Federico Riboldi venga in Commissione a spiegare senza ambiguità se Amos debba restare un’esperienza territoriale limitata o diventare il fulcro operativo della sanità regionale.

Perché dietro il tecnicismo di una quota societaria o di un affidamento in house la posta in gioco è molto più alta: il modello di sanità pubblica che il Piemonte intende costruire nei prossimi anni. E su questo, almeno per ora, le risposte continuano a non arrivare.

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La sanità pubblica smontata pezzo per pezzo:
la privatizzazione che nessuno osa chiamare così

C’è un modo molto italiano di privatizzare la sanità senza mai usare la parola “privatizzazione”. Si chiama riorganizzazione, a volte razionalizzazione, più spesso efficientamento. È un lessico morbido, rassicurante, che non spaventa nessuno. E infatti funziona benissimo.

In Piemonte questo metodo ha un nome preciso: Amos–Azienda Zero.

Nessuno dice che la sanità pubblica va smantellata. Nessuno annuncia che i servizi verranno ceduti ai privati. Al contrario: si parla di società totalmente pubbliche, di gestione in house, di risparmi, di modernizzazione. È tutto pubblico, talmente pubblico che alla fine non lo è più davvero.

Il meccanismo è semplice. Le aziende sanitarie pubbliche costano troppo, dicono. I dipendenti hanno contratti rigidi, stipendi “pesanti”, tutele esagerate. Allora si crea una società pubblica – Amos – che fa le stesse cose, ma costa meno. Non perché sia più brava. Ma perché paga meno chi lavora.

Il risparmio, come sempre, non cade dal cielo. Cade sulle buste paga.

Amos è pubblica, sì. Ma non applica i contratti del comparto sanitario. Amos assume senza concorso. Amos fa servizi sanitari “collaterali”, che collaterali non sono affatto: call center, logistica, gestione del personale, emergenza 112. Pezzi essenziali del sistema. Pezzi che, una volta spostati fuori, non rientrano più.

A questo punto entra in scena Azienda Zero, la super-ASL regionale. Coordinamento, centralizzazione, programmazione. Parole grandi, molto pulite. Se Azienda Zero entra in Amos, anche solo con una quota simbolica, Amos diventa di fatto il braccio operativo regionale. Non dichiarato. Non votato. Ma operativo.

È la privatizzazione perfetta: nessuna gara, nessun privato visibile, nessuna decisione politica esplicita. E soprattutto: nessuna responsabilità diretta.

Se qualcosa va storto, non è colpa della Regione. È una società. Pubblica, certo. Ma sempre una società. Un soggetto “tecnico”. Intoccabile. Opaco quanto basta.

Il paradosso è che tutto questo viene raccontato come una difesa della sanità pubblica. Meno appalti, dicono. Più controllo pubblico. Peccato che il controllo pubblico si eserciti sui servizi, non sulle scatole giuridiche. E quando il servizio pubblico viene svolto da lavoratori pagati meno, assunti fuori concorso, con tutele inferiori, non è più lo stesso servizio.

Non è ideologia. È matematica.

L'assessore regionale dice che così si risparmia. Vero. Si risparmia sui lavoratori. È l’unico modo. Perché la sanità costa, e se non vuoi investire più risorse, devi per forza tagliare da qualche parte. E il taglio più semplice non passa mai dai piani alti.

Il bello è che tutto questo avviene senza clamore. Qualche audizione. Qualche comunicato. Qualche polemica in Commissione. Poi il silenzio. E intanto il modello avanza.

Un servizio oggi. Un altro domani. Sempre “in house”. Sempre pubblico. Sempre meno pubblico.

Alla fine non ci sarà nessun momento in cui qualcuno potrà dire: da oggi la sanità è privatizzata. Perché non succederà mai. Sarà già successo.

A tappe forzate. E con il sorriso di chi dice che lo fa per il bene di tutti.

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