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Stefano Lo Russo in caduta libera. Torino lo boccia senza appello e guarda già oltre

Sondaggio BiDiMedia per Lo Spiffero: 45% boccia Lo Russo, 35% lo voterebbe contro il 37,5% del centrodestra; 47% è indeciso o non voterebbe.

Stefano Lo Russo in caduta libera. Torino lo boccia senza appello e guarda già oltre

Il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo

I numeri, quando sono così netti, non hanno bisogno di interpretazioni acrobatiche. Parlano da soli. E raccontano una storia che a Palazzo Civico faranno finta di non vedere, ma che sotto la Mole è ormai sulla bocca di molti. Stefano Lo Russo è in difficoltà seria. Non un normale calo di consenso, non la fisiologica usura del governo cittadino, ma una vera e propria frattura tra il sindaco e una parte consistente della città.

Lo certifica il sondaggio “Torino, comunali e Askatasuna”, realizzato da BiDiMedia srl per Lo Spiffero, diffuso il 6 febbraio 2026 e basato su 1002 interviste raccolte tra il 2 e il 4 febbraio su un campione rappresentativo della popolazione maggiorenne torinese. Metodo CAWI, ponderazione per voto pregresso, margine d’errore del ±3,1%. Insomma: dati solidi, non chiacchiere da bar.

Partiamo dalla domanda più diretta, quella che non lascia scampo: “Valuti con un voto da 1 a 10 l’operato attuale del sindaco di Torino”. Qui arriva la mazzata. Il 45% dei torinesi assegna a Lo Russo un voto tra 1 e 4. Quasi un cittadino su due. Non una critica, una bocciatura. Di queste, il dato più pesante è quel 31% che sceglie il voto più basso, 1 o 2, come a dire: peggio di così è difficile. Un altro 14% si ferma tra 3 e 4, allargando la platea degli insoddisfatti.

Il famoso “centro”, quello che in politica spesso salva, qui è fragile: 12% dà 5, il voto dell’attesa, del “vediamo”, o forse della rassegnazione. Solo l’11% arriva alla sufficienza piena, il 6. A sostenere davvero l’operato del sindaco resta una minoranza: 21% tra 7 e 8 e appena 8% tra 9 e 10. Numeri che, messi insieme, raccontano una realtà evidente: la fiducia in Lo Russo è minoritaria e in costante erosione. Il 3% che risponde “non saprei” è quasi un dettaglio.

Ma la fotografia diventa ancora più impietosa quando si passa dal giudizio all’ipotesi di voto.

Se domani si tornasse alle urne per le comunali, Stefano Lo Russo si fermerebbe al 35%. Non solo non vincerebbe al primo turno: verrebbe superato da un generico “candidato del centrodestra”, dato al 37,5%.

Un sorpasso politico pesantissimo, perché avviene senza un nome, senza un programma, senza una campagna elettorale. Basta l’idea di un’alternativa per fare meglio del sindaco in carica.

E non è finita. Il 27,5% sceglierebbe “un altro candidato”, fuori dai due poli principali. Una quota enorme che racconta una Torino che non si riconosce più nello schema attuale e cerca qualcosa di diverso. Poi c’è il dato che dovrebbe togliere il sonno a chiunque governi: il 47% tra chi non sa per chi votare o non voterebbe affatto. Quasi un torinese su due. Altro che partecipazione, altro che città coinvolta: qui siamo davanti a una disaffezione profonda, a una distanza ormai strutturale tra cittadini e amministrazione.

Guardando alle liste, il quadro non migliora. Il Partito Democratico, asse portante della maggioranza, è sì il primo partito, ma con un 25,6% che sa più di allarme che di successo. Alleanza Verdi e Sinistra si ferma al 9,2%, mentre il resto della coalizione di centrosinistra appare frammentato e marginale: +Europa/Radicali al 2,6%, Moderati al 2,3%, Torino Domani all’1,8%, Demos all’1%. Numeri che spiegano bene perché il “campo largo” torinese sembri più una somma di sigle che una forza politica riconoscibile.

Sul fronte opposto, il centrodestra cresce e si consolida. Fratelli d’Italia guida la coalizione con il 19,1%, seguita da Torino Bellissima al 7%, Lega al 6,4%, Forza Italia al 5,1% e Noi Moderati all’1,7%. Percentuali che, sommate, raccontano una coalizione competitiva e soprattutto percepita come alternativa credibile.

In mezzo resiste il Movimento 5 Stelle con il 9,4%, segnale che una parte del disagio urbano continua a trovare sfogo lì. Azione (2,7%) e Italia Viva (2,5%) restano ai margini, mentre un’altra lista raccoglierebbe il 3,6%, ulteriore spia di un elettorato che non si riconosce più nei contenitori tradizionali.

Il sondaggio affronta anche il tema che ha infiammato Torino nelle ultime settimane: il corteo a sostegno del centro sociale Askatasuna. Qui il dato è chiarissimo: il 95% dei torinesi è a conoscenza dei fatti, con l’84% che si dichiara ben informato. Non una vicenda per pochi addetti ai lavori, ma un episodio che ha colpito l’opinione pubblica.

liste

E sulle responsabilità, la città parla con voce tutt’altro che indulgente. Il 25% chiede interventi normativi per limitare questo tipo di manifestazioni, affermando che la violenza non può mai essere tollerata. Il 46%, la maggioranza relativa, ribadisce lo stesso principio ma chiede una distinzione netta tra chi manifesta pacificamente e chi cerca lo scontro. Solo il 13% attribuisce gli scontri a un atteggiamento aggressivo delle forze dell’ordine. Il 16% non sa. 

Insomma, questo sondaggio non racconta solo un momento difficile. Racconta una crisi di consenso profonda.

Stefano Lo Russo sempre più distante da una città che non si sente ascoltata, che non si riconosce nelle scelte fatte e che guarda con crescente interesse – o disperazione – a qualsiasi alternativa. 

Stefano Lo Russo e la sindrome dell’uomo giusto nel momento sbagliato

Stefano Lo Russo non è un cattivo sindaco. Ed è proprio questo il problema.

Non è arrogante (forse un pochetto), non è sguaiato, non urla. Non promette miracoli e non si atteggia a sceriffo. È un professore prestato alla politica, uno che pesa le parole, che ama le procedure, che ragiona in termini di competenze. Tutto molto rispettabile. Tutto molto inadatto a governare Torino.

Perché Torino oggi non chiede educazione istituzionale. Chiede risposte. E, soprattutto, chiede di capire chi comanda.

La caduta di consenso che i sondaggi certificano non nasce da un singolo errore, ma da una somma di esitazioni. Da una linea politica che non è mai diventata una direzione. Da un’amministrazione che governa senza lasciare impronte.

Lo Russo ha ereditato una città stanca, ferita, diffidente. Una città che usciva da anni difficili con il Movimento 5 Stelle. Doveva essere l’uomo della normalità. È diventato il simbolo dell’irrilevanza.

Il punto non è cosa fa, ma come lo fa. Ogni decisione appare il frutto di un equilibrio interno, mai di una scelta politica netta. Ogni crisi viene gestita spiegando che le competenze sono di altri, che i rischi erano noti, che il quadro è complesso. Tutto vero. Tutto insufficiente.

Il caso Askatasuna è solo l’ultima tappa di questo percorso. Non perché il sindaco abbia giustificato la violenza – non lo ha fatto – ma perché ha dato l’ennesima dimostrazione di non conoscere il ruolo che ricopre. Quando una città vede le proprie strade trasformarsi in un campo di battaglia, non vuole una lezione di diritto amministrativo. Vuole qualcuno con la soluzione in tasca. Punto.

Invece Torino ha sentito un discorso corretto, misurato, istituzionale. E profondamente distante.

Lo Russo governa come se il problema fosse evitare di sbagliare. Ma in politica il problema è non decidere. E non decidere, alla lunga, viene percepito come una forma di rinuncia.

La sicurezza è il tema che più lo danneggia, perché è il tema su cui la sua cultura politica è più in difficoltà. Non per ideologia, ma per approccio. Dove il cittadino chiede presenza, il sindaco offre contesto. Dove si chiede fermezza, arriva una distinzione. Dove si chiede un sì o un no, arriva una subordinata.

Nel frattempo la città cambia umore. Non diventa di destra, non diventa reazionaria. Diventa semplicemente impaziente. E l’impazienza è il sentimento più pericoloso per chi governa senza imprimere una direzione chiara.

Il dato più significativo non è che Lo Russo oggi perderebbe contro un candidato del centrodestra. È che perderebbe contro un’idea. Contro un “altro”, contro un’alternativa ancora da costruire. Segno che il problema non è l’avversario, ma il vuoto.

Il Partito Democratico torinese, dal canto suo, non aiuta. Troppo impegnato a reggere gli equilibri interni, troppo poco disposto a chiedersi se quella mitezza che considera una virtù non sia diventata un limite. Governa con prudenza. Con timore. Con il freno a mano tirato.

Stefano Lo Russo non è odiato. È peggio: è ignorato. E in politica l’indifferenza è sempre l’anticamera della sconfitta.

Forse troverà il modo di recuperare consenso. Ma una cosa è già chiara: oggi Torino non lo sente come il suo sindaco. Lo vede come un amministratore corretto in una fase storica che chiede qualcosa di diverso.

Non un uomo più duro. Un uomo più presente. E soprattutto, un uomo che dia l’impressione di sapere dove sta andando.

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