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Da Kyiv a Ivrea, una rete per non sentirsi soli: nasce il gruppo “Ucraini a Ivrea e Canavese”

Una storia di migrazione, resilienza e impegno civile che diventa rete concreta di supporto sul territorio eporediese

La fotogiornalista italo-ucraina

Julia Caterina Vitovska

È nato da pochi giorni, ma ha già iniziato a muoversi. A Ivrea prende forma il gruppo Facebook “Ucraini a Ivrea e Canavese – Supporto e Comunità”, uno spazio online creato da Julia Caterina Vitovska, fotogiornalista e attivista, con l'obiettivo di mettere in contatto chi vive sul territorio e chi, arrivato da poco dall'Ucraina, si trova a fare i conti con burocrazia, lingua e servizi. 

Nata a Kyiv nel 1985 e giunta in Italia nel 1993 in fuga dal crollo dell’Unione Sovietica, Julia Vitovska ha vissuto a Reggio Emilia e per due decenni ad Alessandria, prima di stabilirsi, nel 2015, nella realtà eporediese.

Ha studiato per quindici anni musica al Conservatorio di Alessandria e si è laureata in Scienze politiche a Torino, costruendo un percorso professionale tra fotografia e giornalismo. Ma l'integrazione, spiega, non è mai stata un processo lineare. « Finché resti nel perimetro dei lavori considerati "giusti" per uno straniero , va tutto bene. Quando rivendichi le tue competenze, inizi a sentire resistenze».

L'idea del gruppo nasce proprio da qui e dall'esperienza degli ultimi anni. Con l'arrivo di nuovi cittadini ucraini anche nel Canavese, Vitovska ha raccolto richieste, domande, difficoltà che spesso non trovano risposte immediate nei canali istituzionali.« Non è un'associazione, non è uno sportello ufficiale», evidenzia con determinazione. « Risulta esssere un punto di partenza, uno spazio per non sentirsi soli». 

All'interno del gruppo si condividono informazioni pratiche: documenti, scuola, sanità, corsi di lingua, lavoro. Questioni quotidiane che per chi conosce il sistema sono banali, ma per chi arriva oggi possono diventare un muro. « Vivendole già sulla mia pelle trent'anni fa, so cosa significa ed oggi posso evitare che altri si sentano completamente spaesati».

Dietro l'impegno pubblico c'è una quotidianità segnata da sfide personali durissime. Julia ha da poco compiuto 40 anni e la sua vita è un esempio di resilienza: nel dicembre 2023 ha perso la madre dopo una battaglia di quattro anni contro il cancro, una lotta iniziata nel 2019 quando la figlia di Julia, Luce, era neonata. È stata proprio la madre la sua colonna portante, colei che ha sempre messo al primo posto il bene della figlia, in netto contrasto con un padre cinico e orientato al profitto personale.

«La mia forza viene da lontano, da donne che hanno saputo resistere», riflette Julia. «Penso a mia nonna, che riusciva a provvedere all'intera famiglia con soli 50 euro al mese. È da loro che ho imparato il valore della dignità».

Quella stessa determinazione l'ha spinta a recidere il legame con un compagno che, per dieci anni, l'aveva imprigionata in una spirale di violenze psicologiche, verbali ed economiche. La svolta quando la figlia, Luce, aveva appena sette mesi: una fuga necessaria dalla manipolazione per rivendicare il diritto a una vita autonoma e sicura.

«Oggi la mia priorità assoluta è mia figlia Luce»puntualizzando la sua situazione attuale. « Essere madre significa garantirle quella stabilità e quel senso di appartenenza che a me, nel 1993, sono mancati. In Italia sono sola, ma la mia casa è diventata il quartier generale di una resistenza culturale che non accetta compromessi».

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Accanto a questo percorso, Vitovska collabora con l'Associazione Memoria Viva di Castellamonte, impegnata in progetti di accoglienza e solidarietà.

«La mia collaborazione con Memoria Viva è l'espressione più pura del mio impegno civile», spiega Julia con fermezza. «Non è un semplice supporto tecnico, ma una vera battaglia culturale contro l’indifferenza e la strumentalizzazione politica del dolore. Sento il dovere di trasformare il mio sguardo professionale in una voce per chi non ne ha».

Il fulcro di questo impegno è il progetto Ceresole Reale, un reportage fotografico che documenta la permanenza di un gruppo di ragazzi ucraini arrivati in alta valle per due settimane di tregua lontano dalle bombe. Attraverso il suo obiettivo, Julia non ha cercato il sensazionalismo, ma la verità. «Quei giovani portano negli occhi il peso di un conflitto che molti qui faticano a immaginare; le mie foto non sono solo immagini, sono prove di un'umanità che resiste».

Questo lavoro confluirà presto in una mostra fotografica, un progetto urgente nato per scuotere le coscienze in un momento in cui l'opinione pubblica sembra vacillare o, peggio, mettere in dubbio la realtà del dolore altrui. Per Julia, ogni scatto è un atto politico e morale volto a restituire un'identità a chi rischia di diventare solo una statistica.

«Sento il dovere morale di denunciare come la nostra sofferenza venga spesso strumentalizzata nel dibattito politico, usata come merce di scambio o pedina in giochi di potere», sottolinea a chiari lettere. « Il popolo ucraino non è una pedina. La mostra vuole restituire dignità e volto alle persone, strappandole dal ruolo di semplici 'numeri' o 'argomenti da talk show' » .

Oggi, a quarant’anni,  Julia ha trovato un suo equilibrio  con fatica e orgoglio. Il suo attivismo e il nuovo gruppo Facebook non sono che l'estensione naturale di una scelta di campo precisa: non essere più spettatrice della propria storia. « Non sono più la bambina che subisce l'integrazione, ma la donna che la governa», riflette a cuore aperto. « Vivo una quotidianità fatta di lavoro come fotogiornalista e di impegno sociale, dove la mia casa è diventata il quartier generale di una resistenza culturale che non accetta compromessi ». 

Il gruppo è appena nato, ma l'obiettivo è chiaro: creare una rete minima di orientamento, partendo dal territorio. A Ivrea, ancora una volta, sono le singole persone a provare a colmare i vuoti lasciati dal sistema.

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